Christillin racconta Berruti: "Le figurine, la Fiat e la Juve: un antidivo dal cuore sabaudo"
La Gazzetta dello Sport

Christillin racconta Berruti: "Le figurine, la Fiat e la Juve: un antidivo dal cuore sabaudo"

Lunedì 10 agosto 2026
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L’amica Evelina: "Abbiamo lavorato insieme 7 anni. Era modesto e riservato, mi ricordava Boniperti"

L’amica Evelina: "Abbiamo lavorato insieme 7 anni. Era modesto e riservato, mi ricordava Boniperti"

Fabiana Della Valle Giornalista 10 agosto 2026 (modifica alle 09:19) - MILANO

Less is more. Evelina Christillin usa il celebre slogan dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe per descrivere Livio Berruti, torinese come lei, amico e anche compagno di scrivania per sette anni. "Era l’essenzialità all’ennesima potenza", racconta e un po’ si commuove mentre sfoglia l’album dei ricordi di una vita. Berruti è stata una delle figurine che ha riempito le sue giornate quando era adolescente e da mito è diventato un collega di lavoro. 

Ci racconta come vi siete conosciuti? 

"Da piccola ho sempre avuto una passione per lo sport, mi piaceva fare l’album dei calciatori ma anche degli altri sport e Berruti, che a Torino era considerato una celebrità, era una delle mie “figu” preferite. Nel 1978, a 22 anni, andai a fare uno stage nell’ufficio stampa della Fiat. Quando entrai nello storico palazzo di corso Marconi mi ritrovai davanti la mia figurina: immaginatevi la mia faccia quando lo vidi e scoprii che avremmo lavorato insieme. Era il mio primo giorno, io ero terrorizzata ma Livio mi accolse con un affetto incredibile. Da lì è iniziata la nostra amicizia". 

Che cosa ci faceva una medaglia d’oro olimpica nell’ufficio stampa della Fiat? 

"Livio era un chimico e non aveva una grande dimestichezza né con i motori né con la comunicazione. Lo avevano preso con un ruolo di rappresentanza. Partecipava agli eventi di promozione delle automobili anche se in quel periodo non se ne facevano molti. Erano gli anni del terrorismo, ricordo che dalla finestra del nostro ufficio nel 1980 insieme guardammo passare la famosa marcia dei 40 mila dipendenti della Fiat che protestavano perché volevano tornare a lavorare". 

Per quanti anni avete lavorato insieme? 

"Sette. Dopo lo stage io sono stata assunta ma poi mi sono ammalata e mi sono licenziata. Ricordo che in quei due anni trascorsi tra ospedale e casa, Livio non fece mai mancare le sue telefonate. All’epoca non esistevano i telefonini, ma lui è stato una presenza costante. Aveva una grande umanità. Ci siamo rivisti poi durante i preparativi per la mostra in occasione dei cento anni della Juventus: lui è juventino come me e l’ho coinvolto nell’evento". 

Berruti raccontava spesso del giorno in cui vinse la medaglia d’oro all’Olimpiade di Roma? 

"Al contrario, ne parlava malvolentieri e le poche cose che ci ha raccontato in ufficio gliele abbiamo estorte con le pinze. Spesso noi colleghi in ufficio gli chiedevamo della gara ma lui minimizzava sempre. “Mi sono cambiato le scarpe all’ultimo momento, tutto qui”, era il massimo della sua loquacità. Talmente umile che riusciva a normalizzare un’impresa epica come la sua. Anche quando gli facevamo domande sulla storia con Wilma Rudolph ci rispondeva in dialetto piemontese che non c’era nulla di vero. Era schivo e riservato, in perfetto stile torinese. Less is more, appunto. Nel suo caso molto less". 

Berruti ha collaborato con lei anche durante l’Olimpiade invernale 2006 di Torino. 

"Esatto. Livio è un’icona torinese, io ero troppo piccola quando vinse l’oro a Roma, non posso ricordami quei momenti però so bene che cosa è stato per Torino. Non potevo non coinvolgerlo e non solo per il nostro rapporto personale. È sempre stato un simbolo della città e ha incarnato i valori della torinesità. Per modo di fare mi ricorda molto Giampiero Boniperti: basso profilo, parlava poco e faceva molto. Livio ci diede una grossa mano durante la fase della candidatura e poi durante l’Olimpiade si mise ad aiutare i volontari. È stato uno degli ultimi tedofori a entrare all’Olimpico con la fiaccola, un momento molto emozionante. Un altro al posto suo avrebbe fatto di tutto per sfruttare la sua popolarità, lui invece era l’antidivo per eccellenza: non si è mai promosso a livello mediatico, ha preferito chiudersi nel suo guscio sabaudo. E nonostante questa sua refrattarietà alla popolarità è diventato un’icona". 

VIDEO: Addio a Livio Berruti: nel 2014 raccontava così l'oro olimpico del '60

Quando l’ha visto per l’ultima volta? 

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"È successo pochi mesi fa, ci siamo incrociati in un ristorante, ci siamo salutati con affetto e abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Ci vedevamo spesso a Torino, capitava di partecipare agli stessi eventi. Ci siamo incontrati anche al tennis. Ogni volta era un tuffo nel passato, ricordavamo i vecchi tempi, ridevamo e scherzavamo di gusto. Livio era magro, aveva un fisico minuto però mangiava e beveva tanto. Aveva uno stomaco di ferro. Mi mancherà tantissimo, ma lo ricorderò sempre col sorriso".

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