Benzina, quante ore di lavoro servono per fare il pieno? 8 Paesi a confronto
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Benzina, quante ore di lavoro servono per fare il pieno? 8 Paesi a confronto

Lunedì 10 agosto 2026
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Dal 1990 al 2026 abbiamo confrontato prezzo alla pompa e le retribuzioni medie in otto Paesi, non solo europei. Con risultati che non sono sempre quelli che ci si aspetta

Dal 1990 al 2026 abbiamo confrontato prezzo alla pompa e le retribuzioni medie in otto Paesi, non solo europei. Con risultati che non sono sempre quelli che ci si aspetta

Valerio Boni 10 agosto - 09:06 - MILANO

La benzina torna a sfiorare i due euro al litro e il pieno diventa ancora una volta uno dei simboli più visibili dell’aumento del costo della vita. Il 7 agosto 2026, secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la media nazionale della benzina self-service è di 1,990 euro al litro sulla rete stradale e sale a 2,065 euro in autostrada. Anche il petrolio è tornato a correre. Nella stessa giornata il Brent, il greggio utilizzato come riferimento internazionale, viaggia intorno agli 83 dollari al barile, dopo una fase caratterizzata da fortissime oscillazioni. Numeri che sembrano lasciare pochi dubbi: fare benzina oggi costa moltissimo.

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Il prezzo alla pompa racconta solo una parte della storia. Rapportato alla retribuzione media, un pieno da 50 litri pesa per il 3,44% di una mensilità in Italia, contro lo 0,74% negli Stati Uniti. Con uno stipendio medio si acquistano 1.453 litri in Italia e 6.726 negli Usa

35 anni al distributore

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Ma il prezzo scritto sul grande display di un distributore racconta soltanto metà della storia. Per capire quanto un litro sia veramente caro bisogna infatti sapere quanto guadagna in un anno chi deve comprarlo. È da questa considerazione che nasce il nostro confronto. Non abbiamo semplicemente messo in fila i prezzi alla pompa degli ultimi 35 anni, ma li abbiamo rapportati alla retribuzione media dello stesso periodo. La domanda alla quale abbiamo cercato di rispondere è quindi diversa da quella abituale: non “quanto costava la benzina?”, ma quanta benzina si poteva comprare con quello che si guadagnava?

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Ponendo la retribuzione media italiana uguale a 100 in ogni anno, il grafico mostra quanto si sia ampliato il divario con diversi Paesi. Dal 1990 al 2020 soprattutto Svizzera, Stati Uniti e Germania si sono progressivamente allontanati, mentre l’Italia è rimasta sostanzialmente ferma in termini relativi

Non conta solo il prezzo al litro

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Il parametro utilizzato per il confronto è la retribuzione media annua lorda, riportata a equivalente tempo pieno e divisa per dodici per ottenere un valore mensile. Non è quindi lo stipendio netto che entra materialmente sul conto corrente, e non è neppure la retribuzione mediana. È però un parametro omogeneo che permette di confrontare periodi e Paesi differenti. Il calcolo principale è molto semplice: retribuzione mensile media divisa per il prezzo di un litro di benzina. Il risultato indica quanti litri un lavoratore potrebbe teoricamente acquistare destinando una mensilità intera al carburante. Abbiamo aggiunto anche un indicatore più vicino all’esperienza quotidiana: il costo di un pieno teorico da 50 litri e la percentuale della retribuzione mensile necessaria per pagarlo. In questo modo il prezzo assoluto acquista un significato completamente diverso. Un litro a 2 euro può pesare meno di uno da 1,50 euro se nel primo Paese le retribuzioni sono sensibilmente superiori. Ed è proprio quello che accade oggi tra Italia e Germania.

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Le retribuzioni medie lorde mostrano differenze molto ampie tra gli otto Paesi considerati. L’Italia è tra i livelli più bassi del confronto, vicina alla Spagna, mentre Germania, Stati Uniti e soprattutto Svizzera dispongono di margini salariali molto superiori: un elemento decisivo per valutare il reale peso del prezzo della benzina

abbiamo perso terreno

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Per confrontare direttamente salari espressi in euro, dollari, yen, sterline e franchi bisogna eliminare l’effetto delle valute e del differente costo della vita. Per questo abbiamo utilizzato anche le serie Ocse espresse in dollari a parità di potere d’acquisto, ponendo per semplicità la retribuzione italiana uguale a 100 in ogni anno. È uno dei grafici più significativi dell’intero confronto. Nel 1990, ponendo l’Italia a 100, la Germania valeva circa 103 e gli Stati Uniti 103: erano cioè molto vicini al livello italiano. La Svizzera era già più avanti, ma con un indice di circa 124. Trentacinque anni dopo il panorama è completamente cambiato. Nel 2025 la Germania è salita a 142, gli Stati Uniti a 161 e la Svizzera addirittura a 171. La Francia è a 112, il Regno Unito a 123 e persino la Spagna, corretta per il differente potere d’acquisto, supera leggermente l’Italia. Una parte del problema italiano della benzina, quindi, non riguarda affatto la benzina. Riguarda il fatto che, mentre il prezzo dei carburanti aumentava, le retribuzioni italiane non sono cresciute quanto quelle di diversi Paesi concorrenti.

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Otto Paesi e nove fotografie

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La nostra macchina del tempo parte dal 1990 e procede a intervalli di cinque anni: 1995, 2000, 2005, 2010, 2015, 2020 e 2025. A queste otto rilevazioni abbiamo aggiunto una fotografia dell’estate 2026, perché la situazione attuale sembra candidarsi a essere una delle più difficili dell’intero periodo. Il confronto comprende Italia, Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone e Svizzera. Per ogni periodo abbiamo considerato la benzina normalmente acquistata dagli automobilisti: la Super negli anni precedenti alla diffusione della senza piombo, successivamente la 95 ottani e, quando le serie statistiche permettono di distinguerla, la E5. Negli Stati Uniti il riferimento è invece la Regular, la qualità standard del mercato americano. Nel Regno Unito la 95 ottani standard è oggi E10, mentre la E5 è diventata essenzialmente una benzina premium. Non abbiamo quindi preteso di confrontare carburanti chimicamente identici. Il criterio è un altro: mettere a confronto il carburante normalmente acquistato dall’automobilista nei rispettivi mercati.

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Italia in fondo alla classifica

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La fotografia attuale produce un risultato piuttosto netto. Con l’ultima retribuzione media disponibile e il prezzo della benzina dell’estate 2026, un lavoratore medio italiano può acquistare teoricamente circa 1.453 litri con una mensilità lorda. In Spagna diventano circa 1.735, in Francia 1.787 e in Germania 2.092. Il Regno Unito sale a 2.424 litri, il Giappone a circa 2.544. Poi il salto diventa enorme. In Svizzera una mensilità permette di acquistare circa 4.181 litri, mentre negli Stati Uniti si superano i 6.700. Il prezzo assoluto del carburante raccontava una storia. Il rapporto con le retribuzioni ne racconta una completamente diversa.

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Il divario è netto: con una mensilità media lorda si possono acquistare circa 1.450 litri di benzina in Italia, contro oltre 4.100 in Svizzera e più di 6.700 negli Stati Uniti. Germania, Regno Unito e Giappone si collocano invece tra 2.000 e 2.500 litri

il peso da noi

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 Il pieno da 50 litri rende la differenza ancora più immediata. Alle quotazioni prese come riferimento per l’estate 2026, in Italia costa poco meno di 100 euro, pari a circa il 3,44% di una retribuzione mensile media lorda. In Germania un pieno costa addirittura di più, circa 109 euro, ma pesa soltanto per il 2,39% sul salario mensile medio. Nel Regno Unito siamo intorno al 2,06%, in Giappone poco sotto il 2%. In Svizzera 50 litri assorbono circa l’1,20% della mensilità. Negli Stati Uniti appena lo 0,74%. È forse il dato che spiega meglio perché sia sbagliato confrontare semplicemente i prezzi alla pompa. Il pieno da 50 litri rende la differenza ancora più immediata. Ma la percentuale della retribuzione necessaria per pagarlo può essere tradotta in un'unità ancora più comprensibile: quante ore di lavoro servono per guadagnare la cifra necessaria a fare il pieno. Per rendere omogeneo il confronto fra Paesi abbiamo utilizzato una durata standard di 40 ore settimanali, equivalente a 2.080 ore annue. Il dato va quindi letto come numero di ore equivalenti di retribuzione lorda, non come durata effettiva della giornata o della settimana lavorativa nei singoli Paesi. Alle quotazioni prese come riferimento per l'estate 2026, in Italia 50 litri costano poco meno di 100 euro e assorbono circa il 3,44% di una retribuzione mensile media. Tradotto in tempo di lavoro, significa 5 ore e 58 minuti, praticamente tre quarti di una giornata lavorativa di otto ore. In Spagna servono circa 5 ore, in Francia 4 ore e 51 minuti. La Germania offre già un confronto molto significativo. Un pieno da 50 litri costa circa 109 euro, quindi più che in Italia, ma grazie alla retribuzione media sensibilmente superiore sono sufficienti circa 4 ore e 9 minuti di lavoro. Nel Regno Unito si scende a 3 ore e 35 minuti, mentre in Giappone bastano circa 3 ore e 24 minuti. La Svizzera, nonostante un prezzo assoluto della benzina elevato, richiede appena 2 ore e 4 minuti. E ancora una volta gli Stati Uniti giocano un altro campionato: per acquistare 50 litri di Regular sono sufficienti appena 1 ora e 17 minuti di retribuzione media. In altri termini, per pagare la stessa quantità di carburante un lavoratore medio italiano deve lavorare oltre quattro volte e mezzo più a lungo di un americano.

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Gli usa giocano un altro campionato

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Il dato più costante dell’intera serie è quello americano. Gli Stati Uniti risultano il Paese nel quale la retribuzione media permette di acquistare la maggiore quantità di benzina in tutte le rilevazioni considerate. E non di poco. Nel 1990 una mensilità americana permetteva già di acquistare oltre 7.200 litri. Nel 1995 si superavano addirittura gli 8.800, e nel 2020 più di 10.000. Il momento peggiore della serie americana è il 2010, quando la combinazione fra petrolio caro e prezzo alla pompa elevato riduce il potere d’acquisto a circa 5.945 litri. Anche nel proprio anno peggiore, quindi, un lavoratore americano poteva acquistare più benzina di quanta ne abbia mai potuta comprare uno svizzero nei punti della nostra rilevazione. Il vantaggio non dipende soltanto dal fatto che gli Stati Uniti producano petrolio e dispongano di un’enorme capacità di raffinazione. Il fattore determinante è soprattutto la pressione fiscale sui carburanti, molto inferiore a quella europea, alla quale si aggiungono retribuzioni mediamente elevate.

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prezzi record

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Il confronto storico riserva un’altra sorpresa. L’estate 2026 rappresenta il punto peggiore della nostra serie per Italia, Francia, Spagna e Svizzera. Non lo è invece per Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Per tutti e tre il punto più sfavorevole cade nel 2010. In Germania, per esempio, oggi il prezzo nominale della benzina supera abbondantemente i due euro al litro, eppure il rapporto con le retribuzioni resta leggermente migliore rispetto al 2010. Nel Regno Unito la differenza è ancora più visibile: nel 2010 una mensilità media acquistava circa 2.179 litri, oggi circa 2.424. Il Giappone rappresenta un caso particolare. Il punto peggiore fra quelli considerati è il 2025, con circa 2.444 litri acquistabili. Nel 2026 il risultato migliora leggermente, anche grazie alle misure pubbliche introdotte per contenere il prezzo alla pompa. Il prezzo nominale più elevato, quindi, non identifica automaticamente il momento nel quale la benzina è stata economicamente più pesante.

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Il prezzo più alto non coincide sempre con il momento di maggiore difficoltà. L’estate 2026 è il periodo peggiore per Italia, Francia, Spagna e Svizzera; Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno invece toccato il minimo potere d’acquisto della benzina nel 2010, mentre per il Giappone il punto più sfavorevole è il 2025

Quanto abbiamo perso rispetto al 2000

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Un altro modo per leggere la serie consiste nel porre il potere d’acquisto della benzina del 2000 uguale a 100. In questo caso l’Italia nell’estate 2026 scende a circa 86,7: con una mensilità media oggi si acquista quindi circa il 13% di benzina in meno rispetto al 2000. La Germania è intorno a 89,7, la Spagna a 90,7 e la Francia a 93,4. La Svizzera è quasi tornata al livello di partenza, con un indice di circa 97. Il Regno Unito è invece ancora sopra quota 100, a circa 105,6. Sorprendono soprattutto gli Stati Uniti. L’indice americano è sceso a 81,4: anche per un automobilista statunitense la benzina pesa oggi sensibilmente più che nel 2000. Ma il punto di partenza americano era talmente favorevole che, anche dopo questo peggioramento, gli Stati Uniti restano lontanissimi da tutti gli altri. Il risultato più negativo in termini relativi appartiene però al Giappone, che scende a circa 65,6: oltre un terzo sotto il potere d’acquisto della benzina del 2000.

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Il prezzo del greggio e quello della benzina non si muovono in modo perfettamente parallelo. Nel 2010 il Brent sfiorava gli 80 dollari al barile, ma il potere d’acquisto della benzina in Italia era migliore di oggi; nell’estate 2026, con il Brent intorno agli 83 dollari, una mensilità media consente invece di acquistare appena 1.453 litri

Il petrolio non spiega tutto

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Per completare il confronto abbiamo affiancato alle retribuzioni e ai prezzi alla pompa anche il valore medio del Brent. Nel 1990 un barile valeva mediamente 23,76 dollari. Nel 1995 era sceso a 17,02, nel 2000 era salito a 28,66 e nel 2005 aveva già raggiunto 54,57 dollari. Nel 2010 la media sfiorava gli 80 dollari al barile. Cinque anni più tardi era tornata a 52,32 dollari e nel 2020, complice anche il crollo della domanda durante la pandemia, a 41,96. Nel 2025 la media è stata di 69,14 dollari, mentre nell’agosto 2026 il Brent è nuovamente oltre quota 80. La sequenza permette di capire perché il prezzo del petrolio non basti per spiegare quello della benzina. Tra il pozzo e la pompa entrano in gioco il cambio valutario, i costi di raffinazione e distribuzione, i margini commerciali e soprattutto la fiscalità. È per questo che un aumento del 30% del petrolio non produce necessariamente un aumento del 30% al distributore, e una diminuzione della materia prima non viene sempre trasferita integralmente al consumatore.

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Quando la Super costava 120 lire

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Per chiudere questo viaggio vale la pena tornare ancora più indietro, agli anni del boom economico, quando l’automobile stava trasformando l’Italia e la prima grande crisi energetica era ancora lontana. Nel 1960 un litro di Super costava mediamente circa 120 lire. Cinque anni più tardi, nel 1965, costava praticamente la stessa cifra. Nel 1970 si era arrivati a circa 147 lire. Era un periodo nel quale il prezzo nominale della benzina rimaneva sorprendentemente stabile proprio mentre il Paese si motorizzava a ritmi impressionanti. Le automobili circolanti in Italia passarono da meno di 2 milioni nel 1960 a oltre 5 milioni nel 1965, per superare i 10 milioni nel 1970. Poi arrivò il 1973. La prima grande crisi petrolifera cambiò improvvisamente il rapporto dell’Occidente con l’energia. Il prezzo del greggio aumentò di diverse volte in pochi mesi e l’effetto arrivò rapidamente anche ai distributori. Nel 1973 il prezzo medio della Super italiana corrispondeva a circa 170 lire al litro. Nel 1974 salì a circa 269 lire e nel 1975 raggiunse le 306 lire. In appena due anni l’aumento fu nell’ordine dell’80%. Era finita l’epoca della benzina quasi immobile che aveva accompagnato il boom economico.

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Un'immagine di altri tempi, quando la Super costava 120 lire al litro

Ma 120 lire erano davvero poche?

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Sarebbe però troppo semplice chiudere dicendo che negli anni Sessanta la benzina non costava nulla. Quelle 120 lire vanno rapportate alle retribuzioni dell’epoca esattamente come abbiamo fatto con i prezzi più recenti. Ed è questa, alla fine, la lezione che emerge dall’intero confronto. Un prezzo nominale può battere un record senza rappresentare necessariamente il massimo sacrificio economico. Al contrario, un carburante apparentemente meno caro può pesare molto di più se le retribuzioni sono basse o rimangono ferme. Il caso italiano lo dimostra molto bene. Oggi la benzina è effettivamente vicina ai massimi nominali e, fra le rilevazioni che abbiamo scelto dal 1990, l’estate 2026 è anche il momento nel quale pesa maggiormente sulla retribuzione media italiana. Ma il confronto internazionale mostra che il problema non è soltanto quanto costa il carburante. È anche quanto è cresciuto — o non è cresciuto — quello che guadagniamo. Nel 1990 le retribuzioni reali comparabili di Italia, Germania e Stati Uniti erano relativamente vicine. Trentacinque anni dopo Germania e Stati Uniti hanno accumulato un vantaggio molto ampio, mentre la Svizzera si è allontanata ancora di più. Ecco perché oggi un tedesco può pagare la benzina più cara di un italiano e sentire meno il peso del pieno. Ed ecco perché un automobilista americano, persino nel periodo più sfavorevole della nostra serie, continua a poter acquistare una quantità di benzina che per un europeo appare quasi irreale. Alla fine il numero esposto sul distributore ci dice quanto costa un litro. Ma soltanto il confronto con quello che guadagniamo ci dice quanto quel litro costa davvero.

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