L'addio di Damilano a Berruti: "Il suo trionfo fu un riscatto sociale. Livio è immortale"
L’olimpionico della marcia e l’amicizia con l’eroe di Roma 1960: "La sua idea di sport puro sarà sempre una lezione..."
L’olimpionico della marcia e l’amicizia con l’eroe di Roma 1960: "La sua idea di sport puro sarà sempre una lezione..."
Alessandra Giardini Collaboratore 11 agosto - 07:59 - MILANOIeri mattina ci siamo svegliati in un’Italia più povera. Senza Livio Berruti non c’è più chi ci ha portato fuori di corsa dal dopoguerra. Chi ci ha insegnato che potevamo addirittura vincere. Chi ci ha mandato sulla Luna con gli occhiali da sole. Chi in 20 secondi e mezzo ci ha accompagnato negli anni del boom economico e della felicità a portata di mano. Chi ha saputo coniugare le note improvvisate del jazz e la precisione scientifica della chimica. Chi minimizzava il giorno di gloria della sua vita raccontando solo che si era cambiato le scarpe prima del via, tutto lì. «Si dice sempre che l’oro olimpico renda immortali, e io penso che Livio lo sia davvero. Vivrà tutte le volte che qualcuno rivedrà quei 200 metri, tutte le volte che si apriranno e si chiuderanno i Giochi, tutte le volte che un ragazzo si metterà sui blocchi per correre i 200». Maurizio Damilano, l’oro di Mosca ‘80 nella 20 km di marcia, ha perso l’amico con cui divideva sogni e progetti da cinquant’anni. Ma è convinto che l’Italia abbia perso addirittura di più.
Maurizio, che valore ha avuto l’oro di Berruti ai Giochi di Roma?
"Una vittoria che è andata assai oltre l’ambito sportivo, è stata una rinascita. Sì, avevamo avuto Coppi e Bartali, ma l’Olimpiade è universale, l’Olimpiade è tutto. Berruti quel pomeriggio del ‘60 è entrato nel mito. Non c’è stato un oro che abbia avuto lo stesso significato sociale, era la nostra rivincita, per la prima volta l’Italia non era più un Paese sconfitto".
Vi capitava di parlare dei vostri ori?
"Quasi mai. Però ci succedeva spesso di incontrare qualcuno che ci raccontava esattamente dov’era quando avevamo vinto, per filo e per segno".
Quando vi siete conosciuti?
"Io lo conoscevo già, ovviamente. Lui era Berruti, il mito. Ma facevo atletica in Piemonte, e ogni tanto lo incrociavo nelle gare regionali, era capitato che mi premiasse. Niente di più. Poi nel 1977 quando sono passato tra i senior, lui lavorava alla Fiat, e lì è cominciata la nostra amicizia. Anche se io avevo 18 anni in meno, erano tante le cose che ci legavano".
A parte l’immortalità, cosa avevate in comune?
"Certi aspetti del mondo culturale: la letteratura, soprattutto la musica. Lui amava più la classica, io il jazz, ma trovavamo una sintesi. Siamo stati spesso a concerti insieme, lui aveva un’infinità di conoscenze, io frequentavo Lucio Dalla. Mi ricordo in particolare una serata a Reggio Emilia con i migliori jazzisti italiani, saranno passati ormai 30 anni".
Come racconterebbe Berruti a un ventenne?
"Dicendo che è stato il campione dei campioni, nello sport e nella vita".
Avete condiviso anche l’oro olimpico, il massimo.
"Avevamo colto il momento, ma in fondo la vita è altro. Condividevamo molto di più. Un’idea di atletica, sport e mondo che si sta un po’ perdendo".
È un’epoca passata?
"Io penso che Livio lasci un’eredità: concetti basilari nella cultura, lo sport come mezzo sociale, come valore intrinseco di crescita. A lui piaceva lo sport non più solo agonistico, ma pratica più allargata. Fare sport per stare bene, socializzare, condividere. Livio ci ha insegnato a fare sport per essere liberi, per il piacere di farlo, senza essere condizionati dal successo, dai guadagni o dalla notorietà".
Un’idea molto romantica.
"Sì, almeno dal punto di vista della visione sportiva. L’idea che i traguardi non siano preclusi a nessuno in partenza, se ci sono talento e intelligenza".
Vi sentivate superati quando parlavate di questo?
"No, ci sentivamo persone del nostro tempo che hanno vissuto uno sport diverso. E constatavamo che questi valori si stanno progressivamente perdendo. Faccio un esempio, che Livio amava raccontare sempre. Per tornare a Torino dai Giochi di Roma chiese un passaggio a un vostro collega, Giampaolo Ormezzano. Oggi cosa succederebbe? Gli altri giornalisti come la prenderebbero? E i manager? E gli uffici comunicazione? Apriti cielo".
Che cosa le disse quando lei vinse l’oro a Mosca?
"Si presentò alla festa organizzata nel mio paese insieme con Franco Arese. Poi mi è sempre stato molto vicino in tutto quello che ho fatto. Quando mi candidai a presidente della Fidal piemontese gli chiesi di farmi da vicepresidente e lui accettò: aveva capito che non era una gerarchia, ma solo l’idea di sfruttare i nostri due nomi per aiutare l’atletica nella nostra regione. Dimostrò che non sapeva soltanto parlare di valori, sapeva anche metterli in campo".
VIDEO: Addio a Livio Berruti: nel 2014 raccontava così l'oro olimpico del '60Il giorno in cui ha visto Berruti più felice?
"Spesso. Era uno sincero, che amava le cose semplici, non aveva mica la puzza sotto il naso. Una delle ultime volte è stata quando l’Isef di Torino organizzò una grande festa per i suoi 80 anni con un centinaio di invitati. Si era commosso".
Che cosa non gli piaceva dello sport di oggi?
"Il personalismo esasperato, la pressione eccessiva, quel senso di minor libertà che percepiva, soprattutto il fatto che gli atleti fossero più macchine e meno uomini".
Avevate un appuntamento?
Quanto ne sai di sport? Metti alla prova la tua abilità e gioca su GazzaPlay
"Dovevamo vederci il 22 agosto per la Challenge Stellina, la gara di corsa in montagna di cui era stato uno degli ideatori. Ricorda la Resistenza in Valle Susa, e Giulio Bolaffi, il capo di quella brigata partigiana. Livio ci teneva tantissimo".
Leggi anche Europei di atletica: programma di oggi (11 agosto) e gli italiani in garaUn Fabbri così è a peso d'oro! E Weir completa la festa azzurra© RIPRODUZIONE RISERVATA