L'altra faccia del budget cap: ingegneri F1 più tentati dagli stipendi dell'aerospaziale
Il tetto ai costi dei team ha salvato diverse squadre e aiutato la crescita della Serie. Ma anche influito sugli avanzamenti di carriera del personale tecnico che sempre più spesso guarda ad altre categorie del motorsport (Wec e MotoGP) o altri settori industriali in prospettiva meglio remunerati
Il tetto ai costi dei team ha salvato diverse squadre e aiutato la crescita della Serie. Ma anche influito sugli avanzamenti di carriera del personale tecnico che sempre più spesso guarda ad altre categorie del motorsport (Wec e MotoGP) o altri settori industriali in prospettiva meglio remunerati
Paolo Filisetti 11 agosto - 18:17 - MILANO Ingegneri F1 al muretto della MercedesLa seconda parte della stagione della F1 costituirà una sfida anche dal punto di vista della gestione tecnico-economica dei team. Gli sviluppi che saranno introdotti sono stati pianificati nei mesi precedenti, tenendo in considerazione un parametro fondamentale: il budget cap. Alcuni team hanno sviluppato le monoposto attraverso una serie costante di aggiornamenti, mentre altri hanno introdotto evoluzioni più rarefatte. Il budget cap, come noto, è lo strumento di controllo dei costi che la F1 ha adottato dal 2021 per impedire l’incremento incontrollato della spesa dei team che, secondo i trend dell’epoca, avrebbe verosimilmente portato alla chiusura di diverse scuderie. L’obiettivo di porre limiti di spesa poggiava, a livello sportivo, su un’ipotetica equità, ovvero sulla possibilità di lottare ad armi pari in termini di risorse finanziarie impiegabili sul progetto della vettura. Un altro obiettivo era creare una stabilità finanziaria che rendesse la partecipazione dei team un business con bilanci in attivo a fine stagione. Ciò avrebbe permesso ai costruttori impegnati direttamente di considerare la partecipazione al Mondiale non più come un investimento in termini di immagine per il marchio, ma come un’attività redditizia che non avrebbe più pesato sulle casse delle Case.
VIDEO: Kimi Antonelli, vacanze da sogno: un'estate da film sullo yachtcome funziona il budget cap
—Il tetto di spesa, che esclude i propulsori, al suo debutto era stato fissato a 145 milioni di dollari, per poi scendere a 135 nel triennio 2023-2025 e salire, a causa della doppia rivoluzione tecnica imposta dai regolamenti, a 215 milioni per questa stagione e per la prossima. Si tratta di somme rilevanti, che corrispondono però a circa un terzo del budget di cui disponevano i top team prima della novità. La norma, infatti, al momento della sua introduzione costrinse soprattutto i top team a ridurre l’organico, spesso attraverso l’impiego di parte della forza lavoro su altri progetti, quando possibile, per ridurre al massimo gli esuberi che avrebbero pesato sul bilancio aziendale. Dopo cinque anni, è corretto sostenere che il budget cap abbia mostrato la sua piena efficacia, garantendo una griglia di partenza stabile, anzi, persino ampliata con l’arrivo di Cadillac, oltre che con l’acquisizione della Sauber da parte di Audi, operazione realizzata anche in funzione dell’attuale rivoluzione tecnico-regolamentare e della sua sostenibilità finanziaria. Si può ben dire che, senza il budget cap, non esisterebbe l’attuale Formula 1.
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stipendi e carriere in stallo
—A cinque anni dalla sua introduzione, è altrettanto vero che il sistema ha generato alcune criticità sulle risorse umane dei team, peraltro poco visibili dall’esterno. Se nell’anno di introduzione della norma l’escamotage adottato era stato quello di spostare parte del personale, altrimenti in esubero, su altri progetti – dunque su centri di costo non imputabili alla F1 e non necessariamente legati al motorsport, dato che molti team svolgono anche consulenze high tech per conto terzi –, ora emerge che tra coloro che in questi anni sono rimasti a libro paga con ruoli legati alla progettazione e allo sviluppo delle vetture si sono riscontrati problemi legati alla progressione di carriera, ovvero al mancato riconoscimento di ruoli più alti all’interno della gerarchia della squadra e di adeguamenti dal punto di vista economico. E’ emersa, in sostanza, una criticità legata soprattutto alle figure tecniche senior, dunque professionisti di medio-alto livello con diversi anni di esperienza, che hanno assistito, soprattutto in tre squadre, a uno stallo degli aumenti di stipendio e delle promozioni. Per contro, i team assumono sempre più giovani tecnici freschi di studi, lanciando numerosi programmi di student placement all’interno delle loro strutture. La F1, soprattutto nel confronto diretto con l’industria aerospaziale, che attinge alle medesime competenze, avrebbe perso parte dell’attrattiva di cui godeva in passato, basata su un percorso di carriera più rapido e su stipendi decisamente più elevati. Il gap tra le due, infatti, si è progressivamente ridotto, mentre sono cresciuti esponenzialmente la pressione e l’impegno necessari, nonostante gli attuali strumenti di calcolo e simulazione, per estrarre performance dalle vetture.
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valore dei team reale?
—In Inghilterra, dove hanno sede la maggior parte degli 11 team impegnati nel Mondiale, il turnover complessivo annuo tra i tecnici è molto elevato, con passaggi di personale da una squadra all’altra nell’ordine delle 700 unità. Nell’ultimo biennio è però emersa la tendenza a lasciare il Circus, per una quota di poco inferiore al 20% del turnover totale, in direzione di altre categorie del motorsport a quattro e due ruote, come il WEC o la MotoGP. E’ vero che lo stato di salute attuale della F1 è ottimo, come evidenziano i conti economici e l’incremento esponenziale del valore di ciascun team (l’Alpine negli anni ’90 valeva 80 milioni quando era Benetton Formula e Michael Schumacher conquistava i suoi due titoli, oggi sfiora i 3 miliardi di dollari). Ma è pure vero che la questione economica legata alla forza lavoro si pone. Il valore di un’azienda che non produce un prodotto destinato alla vendita, bensì opera per competere contro altri concorrenti a livello globale, oltre agli eventuali brevetti industriali, normalmente poggia sulle sue infrastrutture e sul capitale umano. Ma se quest’ultima voce tende progressivamente a ridurre il proprio valore economico, costituendo al tempo stesso il più rilevante costo variabile all’interno del bilancio vincolato al tetto di spesa, l’ipotetico valore di mercato multimiliardario di aziende che, nella maggior parte dei casi, contano dai 400 ai 700 addetti e, solo in due o tre realtà più strutturate, arrivano a un massimo di 1500, si fa decisamente aleatorio.
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