Golota, poco vincente per essere campione, troppo forte per essere dimenticato
La Gazzetta dello Sport

Golota, poco vincente per essere campione, troppo forte per essere dimenticato

Mercoledì 12 agosto 2026
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Il polacco aveva tutto per diventare uno dei pesi massimi più forti, ma è sempre caduto sul più bello: memorabili le sconfitte con Bowe e Lennox Lewis quando pareva potercela fare

Forse la boxe è lo sport che più di ogni altro offre una sonda alla psicanalisi; in qualche caso persino alla psichiatria. La testa ha fatto sempre la differenza, più dei pugni o del gioco di gambe, tra il condizionale di chi avrebbe potuto e l'indicativo di chi ha realizzato. Andrew Golota era il pugile che aveva tutto, tranne la scelta del momento giusto. Ci sono atleti che vengono ricordati per ciò che hanno vinto. Altri per ciò che hanno perso. Andrew Golota appartiene a una categoria più "dolorosa": quella degli uomini di cui, ancora molti anni dopo l’ultimo gong, si continua a parlare soprattutto per ciò che sarebbero potuti diventare. Golota li ha avuti eccome, i numeri per essere un memorabile peso massimo. Alto, grosso, potentissimo. Un jab pesante sempre acceso, capacità di movimento sul ring molto più efficace di quanto lasciasse pensare il suo fisico e, soprattutto, una qualità che nella boxe dei pesi massimi valeva quasi quanto la potenza: riusciva a mettere in difficoltà gli avversari. Il problema è stato uno, fondamentalmente: nei momenti in cui una carriera si decide, Golota sembrava spesso diventare il peggior avversario di se stesso. La sua storia comincia in Polonia, a Varsavia, dove nasce nel 1968 e dove costruisce una solida carriera dilettantistica. All'Olimpiade di Seul del 1988 conquista il bronzo. È abbastanza per capire che non si tratta di un pugile qualunque. C'è un "però": la Polonia degli ultimi anni del Patto di Varsavia non è il posto ideale per costruire una carriera professionistica nella categoria regina e Golota attraversa l'oceano, per approdare negli Stati Uniti. È lì che comincia davvero la sua seconda vita, non solo pugilistica. All’inizio, il suo nome acquisisce importanza quasi naturalmente. Vince, convince e soprattutto dà l’impressione di poter appartenere alla generazione destinata a raccogliere l’eredità dei grandi pesi massimi statunitensi. Non è spettacolare nel senso classico del termine, però stupisce per quanto è efficace. La sua boxe ha qualcosa di ruvido ma insieme sofisticato. Sa colpire da lontano, sa sfruttare la stazza, sa mettere pressione. E quando prende fiducia, può sembrare un pugile di livello mondiale. 

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