Guerrieri, primo Slam a 27 anni: “Per risparmiare condividevo la camera. Tifo Kimi, lo seguo fin dai kart”
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Guerrieri, primo Slam a 27 anni: “Per risparmiare condividevo la camera. Tifo Kimi, lo seguo fin dai kart”

Sabato 29 agosto 2026
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Il mancino di Correggio si allena a Foligno e allo Us Open ha centrato per la prima volta un tabellone Slam: "A livello economico sotto il numero 150 al mondo fai fatica. Già da junior sapevo di poter fare una buona carriera. "

Il mancino di Correggio si allena a Foligno e allo Us Open ha centrato per la prima volta un tabellone Slam: "A livello economico sotto il numero 150 al mondo fai fatica. Già da junior sapevo di poter fare una buona carriera. "

Federica Cocchi Giornalista 29 agosto - 14:16 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google Andrea Guerrieri

In principio era il maestro pittore del Quattrocento,  Antonio Allegri, detto il Correggio. Poi Luciano Ligabue, il rocker di Correggio tanto amato da Lorenzo Musetti. E nello sport ecco Andrea Guerrieri, sempre da Correggio "Prato di Correggio, per la precisione...", sottolinea. C'è sempre qualche primizia quando si parla di italiani negli Slam. Questa volta il nome nuovo è il suo, 27 anni e 187 al mondo da 511 che era a gennaio. Prima volta in un tabellone principale Slam, ha superato le qualificazioni e adesso si gode il momento, l'adrenalina del debutto a questo livello dopo anni di lavoro e fatiche. 

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Andrea, come sta? Più carico o  distrutto? 

"C’è un po’ di stanchezza, però c’è anche tanta carica».

Partiamo dagli inizi. Quando ha cominciato a giocare a tennis? Sempre stato mancino, o è una scelta tennistica?

"Ho iniziato verso i 4-5 anni al circolo di Correggio, inizialmente con il maestro Roberto Cattini. Mi aveva fatto provare mio papà, visto che era un appassionato e giocava a livello amatoriale. Mi è piaciuto da subito e quindi ho continuato. Non sono un mancino del tutto naturale, perché sono destro nel basket, nella pallavolo e anche nel calcio. Però con la sinistra scrivo e mangio, quindi diciamo che sono un po’ ambidestro". 

Da Correggio a Foligno, dove si allena con Riccardo Maiga alla Tennis Training School. In mezzo cosa c'è stato?

"Dopo un po’ di anni a Correggio sono passato Albinea, dove poi mi sono trasferito in pianta stabile. Non ricordo precisamente quando, ma penso verso i 14 anni. Ho fatto qualche anno lì e poi al Tennis Reggio".

 Con mamma e papà che la scorrazzavano avanti e indietro, come tanti altri giovani giocatori... 

"Esatto. Facevano sempre un po’ di giri su e giù: appena usciti dal lavoro si partiva e andavamo. Devo molto ai miei genitori che hanno fatto tanti sacrifici per aiutarmi. Poi, tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, mi sono spostato a Foligno". 

Quando ha capito che il tennis avrebbe potuto diventare il suo lavoro? 

"Già dalla carriera junior avevo ottenuto dei buoni risultati e vedevo che avevo ancora tanti margini di crescita. Ovviamente sapevo che sarebbe stata una cosa molto difficile, però, vedendo le partite che giocavo anche contro giocatori di livello più alto, c’è sempre stata una buona fiducia nella possibilità di esplorare e raggiungere il livello a cui avrei potuto arrivare. Ed è così ancora oggi: cerco di migliorarlo giorno dopo giorno. Quindi direi che già allora c’era una bella fiducia nel sapere che avrei potuto provarci seriamente". 

Riccardo Maiga (sin) e Andrea Guerrieri

Negli ultimi anni ha frequentato soprattutto il circuito ITF e poi i Challenger. Adesso ritrovarsi a Flushing Meadows, dove è tutto enorme, che effetto  fa? 

"È stato molto bello perché avevo già giocato qui nel 2016, quando avevo disputato lo US Open junior. Hanno cambiato qualche struttura, però molte cose sono rimaste  simili e quindi sapevo un po’ cosa aspettarmi. Negli scorsi anni sono stato prevalentemente nel circuito ITF. Negli ultimi due, grazie ai risultati, sono riuscito a essere più stabile nel circuito Challenger. Già lì c’è un bel cambiamento, anche soltanto sotto l’aspetto dell’accomodation: c’è sempre la camera d’hotel gratuita e quindi anche i benefit iniziano un po’ a cambiare". 

Prima di arrivare a questo livello è più quello che si spende di quello che si guadagna... 

"Certamente. Prima è proprio un investimento che si fa e c’è veramente poco rientro, a meno che uno non riesca a vincere tutte le settimane: allora vai pari o un po’ sopra, altrimenti sei sempre in perdita". 

Condivisioni di camere, viaggi della speranza, situazioni curiose? 

"Ce ne sono state. Sicuramente qualche viaggio in treno, magari di notte, oppure tante condivisioni di camere. Alla fine fa anche piacere quando sei con amici. Altre volte l’ho condivisa con ragazzi sconosciuti o appena conosciuti, perché magari il torneo proponeva un hotel con prezzi alti. Quindi l’esperienza di dividere la spesa anche con sconosciuti era sempre una soluzione da prendere al volo".

Riusciva a portarsi dietro l’allenatore oppure bisognava tagliare anche su quello? 

"Qualche volta decidevo anche di andare da solo proprio per quel motivo, per cercare di risparmiare un pochino. Poi, appena si poteva, sicuramente cercavo e ho cercato di portarlo perché ovviamente è un bel valore aggiunto".

Non per farle i conti in tasca, ma col primo turno dello US Open, probabilmente ha guadagnato più che in un anno intero... 

"Sì. Le cifre negli Slam, come avevo già visto a Wimbledon dove però non sono entrato nel main draw, e come avevo sempre sentito, spostano abbastanza, spostano tanto. Come hanno sempre detto tutti i giocatori, riuscire a essere dentro tutti e quattro gli Slam nell’arco dell’anno ti dà veramente una bella base rispetto a tutti gli altri tornei".

Mackenzie McDonald, lo statunitense  146 al mondo, ha raccontato al Times che tanti giocatori, anche se non stanno bene o sono mezzi infortunati, cercano comunque di disputare uno Slam o le qualificazioni perché devono pagare le bollette. È così?

"Sotto il numero 150 al mondo la situazione può essere complicata tra team, allenatori e viaggi. Infatti negli Slam si vede che tutti, anche mezzi infortunati, cercano comunque di giocarsi le proprie carte oppure, se non riescono a giocare, vengono comunque a prendere l’assegno. Sposta tanto rispetto agli altri tornei". 

Lei è l’ennesima gemma sbocciata nel tennis italiano, magari un po’ più “late bloomer” rispetto ad altri. Che effetto fa far parte di questo grande momento del tennis italiano? All’estero ormai si preoccupano: “Oh no! Ne arriva un altro…”. 

"Da quel punto di vista sono veramente annate grandiose per l’Italia e sicuramente, per me in primis, tutti i vari italiani sono stati di grande stimolo. La Federazione sta lavorando al meglio da tantissimi anni. Ho potuto vedere proprio come partono dal basso, già lavorando con i bambini e con i loro programmi di sviluppo: sono veramente pazzeschi. Quindi grosso merito va sicuramente a loro, a come impostano il lavoro e a come supportano i ragazzi fin da giovani. Poi c’è tanto talento abbinato a questo e quindi è veramente molto bello e stimolante. Spero di continuare a crescere così». 

C’è qualcuno dei top player italiani con cui è più in relazione? 

"Di quelli che adesso sono al top ho condiviso un po’ meno esperienze, perché sono tutti un po’ più giovani, tranne Sonego o Berrettini che sono più grandi. Li avevo visti più volte e comunque li conosco, però non è che abbia condiviso così tanto con loro. Magari qualche torneo ai tempi dei 15 mila, quando avevano giocato anche loro a Santa Margherita di Pula: questo lo ricordo bene".

 A Foligno, da qualche mese si appoggia anche Tyra Grant. Come si trova? 

"Mi sono trasferito lì dall’inizio del 2021. Mi trovo molto bene. È una cittadina in cui si sta bene, molto vivibile e tranquilla. Dalla fine del 2023, ho iniziato a lavorare stabilmente con i due maestri che ho attualmente, Gian Paolo Coppo e Riccardo Maiga. Sono loro due a seguirmi. Abbiamo iniziato a spingere ancora più forte su tutti gli aspetti che credevamo potessero servirmi per migliorare. Continuiamo a farlo e stiamo facendo un bel percorso. Sono molto contento del lavoro quotidiano". 

Quali obiettivi si era posto per questa stagione? "Principalmente ci eravamo detti di cercare di giocare più partite di alto livello possibile. Questo voleva dire cercare di metterne dentro tante a livello Challenger. La conseguenza sarebbe stata affacciarsi magari alle qualificazioni di qualche ATP 250, come è successo a Umago quest’anno. Riuscire a raggiungere le qualificazioni degli Slam era sicuramente uno dei traguardi".

Che tipo di giocatore è? 

«Ero più un contrattaccante da fondo campo. In questi anni abbiamo cercato di lavorare per diventare un pochino più attaccante, più propositivo io per primo. Cerco di fare gioco e, quando è possibile, di seguire anche a rete per chiudere".

Superficie ideale?

"Sono nato sul cemento, quindi ho sempre preferito un pochino di più quella superficie. Poi ho iniziato ad amare anche la terra rossa, però, se devo sceglierne una, direi un po’ di più il cemento". 

Idoli di gioventù? 

"Sicuramente Nadal. E adesso mi piace tanto vedere Sinner. Peccato che quest’anno allo US Open non lo incrocerò".

Ora le domande difficili: segue altri sport, ha una squadra del cuore?

"Mi piacciono tanto il calcio e la Formula 1,  la mia preferita". 

Kimi o Ferrari? 

"Dico un pochino più Kimi, perché l’ho visto fin da piccolo quando gareggiava nei go-kart. L’ho visto dal vivo e quindi me lo ricordo bene. Mi fa tanto piacere che stia andando al meglio. Poi, da italiano, ovvio che la Ferrari si tifa sempre".

Un pelo più lui, però ovviamente sempre anche la Ferrari".  E nel calcio, invece, per chi tifa? 

"Juventus e Real Madrid". Ama i vincenti. Ora tocca a lui.

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