Più forte di Di Stefano, disse no al Real. Valeriano Lopez amava il calcio, ma preferiva il whisky
Di lui dicevano che era un diavolo e che per marcarlo ci volesse una squadra intera. Sia in campo... che fuori. Il suo nome è presto entrato nella mitologia, dopo una carriera passata tra Perù e Colombia. Aveva un grande talento, perso tra donne, alcool e festini
Il mondo del calcio è terreno fertile per la nascita delle leggende. Ci sono giocatori mediocri che, magari soltanto perché hanno fatto cose meravigliose in una sola partita, si sono guadagnati l’eternità nei racconti che, di generazione in generazione, vengono ripetuti, e pure ingigantiti. C’è il centravanti che ha ballato per un’estate, soltanto una, eppure tutti ne parlano e ne discutono come se si trattasse di un fuoriclasse. C’è l’ala che, nel corso di una sfida, ha improvvisato (e gli è riuscito) un dribbling a tre avversari, e le sue gesta sono ancora argomento di conversazione nei bar di ogni parte dell’universo. Il calcio, anche quando non si gioca, è oggetto di ricordo, di memoria, di emoziona che si moltiplica e, come un fiume in piena, giunge fino a noi. D’altronde, a pensarci bene, funzionava così pure ai tempi di Omero: che cosa ne sappiamo veramente di Ettore o di Achille, di Menelao o di Agamennone? Conosciamo ciò che il poeta, raccogliendo le testimonianze che il tempo gli ha consegnato, ha lasciato ai posteri. Il medesimo processo avviene con il calcio.