Filippo Ongaro: "E se la leadership nascesse nel corpo, non nella mente?"
La Gazzetta dello Sport

Filippo Ongaro: "E se la leadership nascesse nel corpo, non nella mente?"

Sabato 5 settembre 2026
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"Biologia della leadership", il nuovo libro di Filippo Ongaro, illustra perché la mente non basta a spiegare come prendiamo le nostre decisioni. Anche quelle importanti

"Biologia della leadership", il nuovo libro di Filippo Ongaro, illustra perché la mente non basta a spiegare come prendiamo le nostre decisioni. Anche quelle importanti

Eugenio Spagnuolo 5 settembre - 09:31 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Nello sport d’élite è ormai un luogo comune: la testa conta quanto le gambe. Ma nella vita di tutti i giorni e nel lavoro, dove usiamo soprattutto la testa, il corpo è visto ancora come un dettaglio trascurabile. Biologia della leadership, il nuovo libro di Filippo Ongaro (ROI Edizioni), prova a colmare questa distanza e a spiegare perché la qualità delle nostre decisioni può dipendere anche dalla condizione del corpo in quel momento. Medico degli astronauti per l'Agenzia Spaziale Europea, con collaborazioni anche per Nasa e Agenzia Spaziale Russa, Ongaro è stato anche il primo italiano a ottenere negli Stati Uniti la certificazione in medicina anti-aging. 

Dottor Ongaro, nei suoi libri precedenti sulla longevità parlava di lifespan, la durata della vita. Qui introduce invece il concetto di peakspan. Di che si tratta? 

"È la durata del nostro picco. Non il picco atletico, ma quello in termini di lucidità, salute, energia e capacità decisionale in cui possiamo avere l'impatto più profondo possibile sulle cose che facciamo e sulla vita. La buona notizia è che questa durata possiamo estenderla”. 

Per esempio, come? 

"Da un lato prendendoci cura della salute, dall'altro imparando a gestire i livelli di stress e autoregolare i nostri stati emotivi. Tutto questo si può ottimizzare così come si farebbe con la capacità atletica di un atleta". 

Nel libro insiste sul fatto che la separazione tra mente e corpo sia un errore. 

"Ormai è chiaro, dal punto di vista scientifico, che corpo, cervello e mente formano un sistema integrato. Tanto che anche nello sport più fisico c'è consapevolezza di quanto conti il cervello e tutti gli atleti lavorano anche sul piano mentale. Ma nella vita di tutti i giorni continuiamo a trattarli come se fossero cose distinte. Nel lavoro, poi, dove usiamo prevalentemente la mente, il corpo resta un fattore quasi ignorato. Lo consideriamo un accessorio che non ha niente a che fare con la lucidità, con la velocità con cui rispondiamo agli eventi e col modo in cui trattiamo i colleghi. È un errore: la qualità delle nostre decisioni può risentire di come abbiamo mangiato o dormito o della pressione arteriosa".

biologia della leadership

Se dovessimo fare una classifica, quali fattori contano di più? 

"La stanchezza è il numero uno. Basta una notte insonne per essere nervosi e prendere decisioni affrettate, persino per fare stupidaggini. Poi c'è lo stato emotivo: se sono arrabbiato per qualcosa successo fuori dal lavoro, magari con il mio partner, questo impatterà comunque le decisioni, perché la rabbia è un deviatore comportamentale. E se ho una rabbia di fondo faccio fatica ad andare verso un atteggiamento empatico e calmo, sarò deviato verso una risposta più impulsiva e aggressiva. Infine, come mangiamo: dopo un pasto di diecimila calorie di grassi e zuccheri, con l'insulina alle stelle e la sonnolenza che ne segue, anche le nostre scelte possono risentirne". 

Il libro parla di leadership, di ruoli di gestione di team, aziende, progetti. Nelle scuole che formano i manager, di biologia però non se ne parla. Perché? 

"Penso che ci sia ancora un buco su questo. Nella cultura della leadership si parla di grandi teorie, strategie, tecniche, tattiche, tutte cose importanti. Ma sotto resta questa parte biologica che, se squilibrata, avrà un impatto sulla qualità della leadership. Attenzione: la leadership riguarda tutti, non solo l'allenatore o il grande manager: riguarda anche il papà e la mamma, il medico, chi guida l'autobus. Se non altro, tutti siamo leader di noi stessi". 

Viviamo in un periodo in cui lo stress è percepito come più alto. La neuro-biologia di cui parla nel libro può aiutarci a gestirlo? 

"Sì, per un motivo semplice: lo stress non è di per sé un fattore negativo, è una risposta biologica alle cose che vengono dall'esterno. Quello che diventa negativo è lo stress cronico, che si ripete giorno dopo giorno senza dare possibilità di recupero. Avere consapevolezza di come stiamo e una maggiore capacità di auto-ascolto ci evita di arrivare agli stadi finali di questo processo: ci si accorge prima delle proprie risposte, per esempio, di un tono di voce alterato. Nulla di nuovo: nella storia del volo spaziale, l'Unione Sovietica sviluppò un sistema molto sofisticato di codificazione dei livelli di stress dall'analisi vocale: da sottilissimi cambiamenti del tono erano in grado di dire se una persona avesse raggiunto livelli preoccupanti". 

Il cosiddetto burnout. 

"Sì, il burnout è qualcosa di serio, ma è evitabile se ci si accorge della direzione in cui si sta andando. Se non te ne accorgi per anni, il corpo ti fa pagare il conto". 

Nel libro non mancano i consigli pratici. Ce n'è uno che vuole anticipare? 

"Può sembrare banale, ma dobbiamo ritrovare la capacità di rallentare. Una delle cose che alimenta il senso di stress è questa costante iper-velocità, soprattutto quando interviene nei rapporti con gli altri, come quando, per esempio, non ci pensiamo due volte prima di rispondere male a qualcuno. Mi viene in mente un detto attribuito ai Navy Seals, slow is smooth and smooth is fast': non vuol dire fare tutto lento, ma che oltre una certa velocità tutto diventa impreciso. E rallentare è anche la porta d'apertura al respiro. Quando rallentiamo, diamo alla mente la possibilità di percepire e rallentare il respiro, favorendo l’equilibrio tra sistema nervoso simpatico e parasimpatico”.

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