Leclerc: "Schumacher un esempio. Lo guardavo dal mio balcone, l'amore per la rossa è nato così"
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Leclerc: "Schumacher un esempio. Lo guardavo dal mio balcone, l'amore per la rossa è nato così"

Sabato 5 settembre 2026
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L'omaggio del pilota monegasco al sette volte campione del mondo alla vigilia del Gran Premio d'Italia a Monza con le fotografie in esclusiva scattate a Maranello

L'omaggio del pilota monegasco al sette volte campione del mondo alla vigilia del Gran Premio d'Italia a Monza con le fotografie in esclusiva scattate a Maranello

Giulia Toninelli Giornalista 5 settembre - 12:50 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Le stelle nei piedi. Sette stelle bianche, una per ogni titolo mondiale vinto da Michael Schumacher, a illuminare il rosso delle scarpette da gara di Charles Leclerc. Lui le guarda dall’alto, vedendole per la prima volta dal vivo, mentre nelle grandi stanze di Maranello la Ferrari del Kaiser viene spostata con attenzione. "Sono proprio speciali", commenta, osservando i piccoli omaggi pensati dalla squadra per una Monza speciale, a trent’anni dal primo successo lì, in rosso, del campione tedesco. Stelle che tornano sul retro della tuta e sul casco di Charles, un tributo sentito al pilota che ha scritto alcune delle pagine più importanti della storia della squadra cui Leclerc ha giurato amore eterno. Un rosso che non sbiadisce, e che trent’anni dopo continua a ispirare, emozionare e attrarre, mentre il Cavallino prosegue la sua corsa lungo l’imprevedibile strada del motorsport. A disegnarne un filo capace di collegare i punti lontani di questo racconto sportivo c’è Bernard Asset, storico fotografo francese che descrisse attraverso i suoi scatti l’intera carriera di Schumacher e che, tre decadi dopo, torna a Maranello per fotografare Leclerc prima del Gran Premio d’Italia, riproponendo alcune delle immagini più iconiche di quegli anni. 

Charles, cosa ricorda di Michael Schumacher?

"La sua Ferrari è uno dei primi ricordi che ho legati alla Formula 1. Dal balcone a Montecarlo, durante i fine settimana del Gran Premio vedevo correre le monoposto e quella rossa era ovviamente la mia preferita, quella che volevo vincesse. È nato lì, negli anni dei successi di Michael, il mio amore per la Ferrari. Qualche anno dopo, quando già correvo con i kart, ho avuto l’onore di conoscerlo".

Il mio amore per la Ferrari è nato grazie a Schumacher. Lo guardavo dal balcone a Montecarlo. Un onore conoscerlo.

Charles Leclerc

Quando è successo? 

"Era il 2005 o il 2006, stavo facendo dei test sulla pista di kart del Paul Ricard e Michael stava girando per dei test sulla pista di Formula 1. Io e gli altri bambini abbiamo sentito il rumore della macchina e siamo andati a conoscerlo. Ci siamo fatti firmare la tuta e abbiamo parlato un po’, è stato indimenticabile".

Da dove nasce l’idea del casco speciale per Monza in onore di Michael? 

"Quando ho saputo che il team aveva deciso di rendere omaggio a Schumacher nel weekend del GP d’Italia, a 30 anni dalla prima vittoria in rosso a Monza, ho voluto provare ad adattare il disegno del mio casco a quello di Schumacher, per averne una parte con me in una ricorrenza così speciale. È un pilota che ha lasciato così tanto alla Ferrari e per me è un esempio da seguire". 

Che cosa le hanno raccontato di lui a Maranello?

"Tantissime storie. Nei miei anni in rosso ho avuto l’occasione di parlare con molte persone che hanno lavorato al suo fianco e quello che unisce i ricordi di tutti è la leadership di Michael, la sua capacità di far legare il team, di spronarlo. Quello che mi stupisce sempre è immaginare una F.1 con meno strutture, diventata più simile a quella che abbiamo oggi anche grazie alle idee, e alle innovazioni, che Schumacher ha aiutato a portare in Ferrari. Vedere quanto brillano gli occhi delle persone che mi parlano di lui e di quegli anni è un incentivo incredibile per provare a ritornare a vincere con la squadra".

La fotografia originale di Bernard Asset scattata a Schumacher nel 1999

 Anche Schumacher ha dovuto aspettare alcuni anni prima di trionfare con il Cavallino. Questo la incoraggia? 

"Sicuramente. So che ogni carriera è diversa e cerco di non paragonare mai la mia storia a quella di un altro pilota, perché sarebbe un errore. Ma Schumacher ha creduto nel gruppo e nella squadra, e ha sempre stretto i denti davanti alle difficoltà al fianco del team. È qualcosa di ispirazionale".

Che ricordo ha della sua prima volta a Maranello?

"Ero con Jules Bianchi. Non mi ricordo da dove mi avesse recuperato, probabilmente ero in qualche kartodromo in Italia per dei test, e lui doveva andare in Ferrari al simulatore prima di rientrare a casa in Francia. Sapendo che Jules sarebbe rimasto al simulatore per qualcosa come quattro ore, ero convinto che mi avrebbero fatto entrare in azienda, ma non andò così. All’ingresso mi dissero che, non avendo i permessi, non potevo passare, quindi finii per restare fuori a guardare quello che succedeva dentro a quei cancelli. Osservavo le persone che entravano e immaginavo un mondo che non conoscevo, sognando un giorno di entrare a farne parte. Quando uscì, Jules mi disse: «Lavora duramente e un giorno ce la farai»". 

Fa ancora impressione, dopo tanti anni, entrare da quelle porte? 

"Un po’ sì, perché Maranello è unica al mondo. È un paese costruito interamente intorno alla Ferrari e dove ogni cosa, dal parrucchiere al bar, fa riferimento al Cavallino. Arrivano a visitarla tifosi da ogni angolo del mondo e c’è un sostegno, una passione, che è impossibile trovare da qualsiasi altra parte. Anche se ormai frequento Maranello da più di dieci anni, la magia non passa mai". 

Che idea si è fatto di Enzo Ferrari, pur non avendolo mai conosciuto?

"La cosa che mi ha sempre affascinato di lui e della sua storia è la capacità che ha avuto nella vita per immaginare qualcosa che non c’era. Oggi è facile pensare alla Ferrari, a quello che rappresenta, ma immaginarla agli inizi del 1900 deve essere stato un esercizio molto difficile. Eppure ha avuto una visione che sopravvive al tempo e che fa sognare milioni di persone". 

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Cosa ricorda della chiamata in cui le dissero che avrebbe corso per la Ferrari? 

"Era estate, prima di Monza. Ero al mare con i miei amici e vidi una chiamata di Maurizio Arrivabene (allora team principal della Ferrari, ndr). Mi disse che avevano deciso di non prendermi per la stagione successiva e ovviamente ero deluso, ci speravo tantissimo, ma cercai lì per lì di restare positivo. Maurizio restò in silenzio per dieci secondi, che ancora ricordo come i più lunghi della mia vita, e alla fine disse: «Non è vero, scherzavo. Correrai con noi l’anno prossimo!». Una gioia indescrivibile". 

E un anno dopo, a Monza 2019, vinse il suo primo GP d’Italia. Il ricordo più dolce che ha di quei giorni? 

"Tanti, uno mi fa ancora sorridere: il lunedì dopo la gara, mentre tornavo a casa in macchina, mi ha fermato la Polizia perché mi avevano riconosciuto e avevano in mano una copia della Gazzetta dello Sport da farmi firmare. C’ero io in prima pagina ed era la prima volta nella mia vita in cui mi vedevo in prima pagina! Quando poi mi sono fermato a fare benzina, ho visto uno stand di giornali e non ci potevo credere, era qualcosa fuori dalla mia immaginazione: fare rifornimento e trovare la mia faccia lì, sulle prime pagine dei giornali".

L’Italia l’ha adottata, ma lei si sente italiano?

"Tantissimo. Ho passato molti anni in Italia ai tempi dei kart e ho tantissimi ricordi legati a questo Paese anche prima di diventare pilota Ferrari. Mi sono sempre trovato bene con gli italiani, penso sia tutto molto naturale nel modo di comunicare qui, nell’esprimersi e nel capirsi. Ogni tanto mi rendo conto di aver preso delle vere cadenze, di usare dei modi di dire, e mi fa sorridere perché davvero mi sento italiano in questo". 

Uno scatto di Bernard Asset a Leclerc con il casco speciale di Monza in omaggio a Schumacher

Da turista, c’è ancora qualcosa che le piacerebbe visitare dell’Italia?

"Direi la Sicilia, perché ci sono stato solo una volta ma per pochi giorni, mi piacerebbe scoprirla di più anche se il tempo, con le nostre stagioni di Formula 1, è poco. Ogni tanto devo trovare degli stratagemmi per vestire i panni del turista: un paio di anni fa, per esempio, sono stato a Roma e, per visitarla senza troppi tifosi intorno, sono andato in giro dalle 4 alle 7 del mattino. Non c’era nessuno, ero tranquillissimo, e Roma di notte è un vero spettacolo".

Non l’ha davvero riconosciuta nessuno?

"Giuro! Mentre gironzolavo a un certo punto mi ha fermato una persona, vicino al Colosseo, chiedendomi una foto e io pensavo mi avesse riconosciuto. Invece voleva che facessi una foto a lui con il Colosseo alle spalle, non con me! Quindi diciamo che ogni tanto posso avere ancora una vita normale, solo a degli orari un po’ strani". 

Le pesa mai questa notorietà? 

"No, penso di essere ormai riuscito a trovare il mio equilibrio. La Formula 1 è molto popolare in tutto il mondo ma io cerco di avere una mia normalità, una routine fuori dal paddock. Ovviamente ci sono cose che non posso più fare ma sono una persona molto fortunata, nel lavoro e nella vita, quindi accetto senza problemi il fatto di dovermi un po’ adattare alla notorietà. Sono un pilota della Ferrari, il sogno che avevo fin da bambino, il resto è un contorno".

Se avesse davanti a lei oggi una persona che non ha mai sentito parlare della Ferrari, come gliela racconterebbe?

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"È una famiglia. Una famiglia grande, fatta di persone che amano alla follia la stessa cosa, che vivono intensamente le emozioni e che provano sempre a fare del loro meglio. Non è una famiglia in cui entri solo se sei parte del team, perché racchiude anche tutti i nostri tifosi e chi, in passato, ha scritto almeno una pagina di questa storia".

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