Marco Branca: "Per Cecchi Gori ero bello come un attore. Quando presi Sneijder litigai con Mou perché..."
Attaccante di talento prima, uomo mercato dell'Inter del triplete poi: "Risposi male a Radice e Scala, per Mazzola ero il Cantona italiano. Lo scontro con Vieri? L'ha cercato lui, io non mi tiro indietro. Per tenere Maicon rinunciammo a Tevez"
Attaccante di talento prima, uomo mercato dell'Inter del triplete poi: "Risposi male a Radice e Scala, per Mazzola ero il Cantona italiano. Lo scontro con Vieri? L'ha cercato lui, io non mi tiro indietro. Per tenere Maicon rinunciammo a Tevez"
Andrea Elefante Giornalista 13 settembre - 10:07 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleNon fu subito il cigno di Grosseto. “Andavo verso i trent’anni, ma non è mai tardi per essere paragonato a Van Basten: erano i tempi di Parma, credo”. Marco Branca stava completando il suo giro d’Italia con la valigia, condito di gol spesso belli e difficili (“Ma a fine carriera ho capito che serviva anche la manovalanza alla Inzaghi”) e spesso segnati alle ex squadre. Molti passi indietro, prima: cominciamo dal Cagliari. “Ero al Grosseto, feci un discreto provino con l’Inter ma il presidente Amarugi sparò alto, 50 milioni. Poi comprò il Cagliari e mi portò lì, stipendio da 65.000 lire al mese e neanche tutti i mesi. Così, se non ci accompagnava Reginato con la sua Due cavalli rossa o Nené con una macchina scassatissima, ad allenarci andavamo in pullman: se saliva il controllore, scendevamo. Allenatore Giagnoni, ma lì non metteva il colbacco perché era troppo caldo, e presidente Gigi Riva: a fine partitelle del giovedì si metteva la tuta e mi diceva 'Guarda come calciare'. Certe sassate...”.
L’Udinese, in tre puntate diverse.
“In squadra con Ciccio Graziani e Bertoni, quanti consigli: ero bravo tecnicamente, sapevano che erano parole spese bene. Feci anche un gol alla Juve marcato da Pasquale Bruno, ma non ricordo falli punitivi...”.
Perché alla Samp non funzionò il triangolo Branca-Mancini-Vialli?
“Il Mancio mi voleva in campo, ma era difficile reggere tre punte così. Però nell’anno dello scudetto ci ho messo del mio: cinque gol quando mi sono stati chiesti, e quasi tutti decisivi”.
Alla Fiorentina una sola stagione, con avvio complicato.
“Vero: arrivai e Radice mi disse 'Tu porta il sacco dei palloni degli attaccanti'. Vero anche che non gli risposi: 'Ma certo, mister'. Con Dunga ci capivamo al volo, Batistuta era al primo anno e mi vedeva come un concorrente, ma eravamo diversi, io attaccante molto più duttile. Una volta a Cagliari, in dieci, Ulivieri mi fece fare pure il libero... Vittorio Cecchi Gori mi diceva: 'Lei è bello come un attore, le presenterò qualche mia attrice'. Attrici presentate? Zero”.
Un po’ di burrasca anche a Parma, vero?
“Giocavamo spesso io e Zola, eravamo in corsa per lo scudetto. Sacchi, allora ct, è annunciato al Tardini, ma la sera prima Scala mi bussa in camera: 'Domani gioca Asprilla: questioni tecniche'. Non fui gentile con lui, e da allora non ho giocato quasi mai”.
A Roma una parentesi breve.
“Ma divertente: Totti aveva 19 anni e parlava esattamente come parla adesso, ci ammazzavamo dal ridere. Mazzone fu sincero: 'Con me, Balbo e Fonseca giocano pure zoppi. Però ti do una mano per convincere Sensi a venderti'”.
All’Inter, finalmente.
“Avevo quasi fatto saltare tutto. Ero a Linate, già in fila con la carta d’imbarco per Fiumicino e mi chiamano: 'Torna indietro'. Corsa pazzesca in taxi, firmai un paio di minuti oltre il tempo limite: chiusero gli occhi”.
Mazzola disse: “Abbiamo preso il Cantona italiano”.
“Eh, lui aveva una personalità più debordante, ma in qualche movenza potevo ricordarlo. Ero al top, l’avevo già fatto vedere all’Olimpiade di Atlanta: quattro gol dell’Italia, tutti miei. Quando segnai nel derby ero così sicuro di me da sentire che in quell’azione ci sarebbe stato un rimpallo: ero già in posizione per tirare in porta”.
E quando, lei capo osservatore, Moratti le propone di diventare dt?
“Avevo 38 anni: un po’ spaventato, ma soprattutto felice. Da calciatore pensavo sempre: 'Vedo cose che non vanno, perché non c’è un dirigente con cui confrontarmi?'”.
Poi di confronti ne ha avuti, anche duri. Soprattutto con Vieri.
“È stato lui a cercarlo: se mi trascinano in qualcosa, non mi tiro indietro”.
Qual è stato il più bello dei quindici titoli vinti con l’Inter?
“Facile dire la Champions, ma io ho amato molto gli scudetti: per un dirigente il coronamento di un lavoro giornaliero fatto di un problema da risolvere ogni 5-6 minuti, di cinque allenamenti non visti sul campo in dieci anni”.
La trattativa più complicata?
“Forse quella per Sneijder: chiusa grazie a uno stratagemma deciso con Ernesto Bronzetti, che non posso raccontare, e un quasi litigio con Mourinho. Anzi, senza quasi. Lui mi diceva che Wesley non sarebbe mai venuto. 'Devi prendermi uno fra Pandev, Julio Batista e Van der Vaart', visto che Deco costava troppissimo. Ma io volevo Sneijder: era perfetto. Ero stato al telefono fino alle 4 del mattino con il suo procuratore per convincerlo, quando Mou mi vede mi fa: 'Bravo, ma non siamo riusciti a fargli fare l’ultimo allenamento prima del derby'. L’ho proprio mandato a quel paese”.
È vero che Francesco Guidolin le sconsigliò Maicon?
“Sì, diceva che non era un professionista. Ma per tenere lui, finiti i posti da extracomunitario, rinunciammo a Tevez: volevamo mettere Zanetti a centrocampo e Maic dietro a destra, anche se nel Monaco non aveva mai giocato in quel ruolo”.
E il famoso “non scambio” Guarin-Vucinic?
“Ero già in uscita, arrivai a cose fatte: ricordo una stretta di mano Fassone-Marotta e poi il casino successivo, esagerato”.
Rifarebbe la scelta di non vendere, dopo il Triplete, almeno uno fra Maicon, Milito e Sneijder?
“Parlare quindici anni dopo non vale niente. Se cambi prima, spesso duri di più? Ci sta. Ma allora prevalse la voglia di Moratti di tenerli e dei giocatori di restare: non voglie da poco”.
In una vecchia intervista lei disse: “Vorrei poter mettere una cimice nella sala ovale della Casa Bianca”. Anche oggi?
“Oggi non servirebbe, sappiamo anche le virgole di tutto ciò che viene detto, proposto, fatto. O se preferisce: oggi non so se basterebbe una cimice...”.
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