Addio a Chuvalo, "Mascella d'acciaio": perse con Ali ma lo mandò all'ospedale, lui andò con la moglie a ballare
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Addio a Chuvalo, "Mascella d'acciaio": perse con Ali ma lo mandò all'ospedale, lui andò con la moglie a ballare

Domenica 13 settembre 2026
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I match epici contro Ali, le sole due sconfitte prima del limite e i drammi personali che ne hanno segnato la vita: storia del pugile canadese morto a 89 anni

I match epici contro Ali, le sole due sconfitte prima del limite e i drammi personali che ne hanno segnato la vita: storia del pugile canadese morto a 89 anni

Paolo Marcacci Collaboratore 13 settembre - 13:13 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Soltanto George Foreman e Joe Frazier poterono vantarsi di averlo sconfitto prima del limite. Il biglietto da visita di una carriera, la sintesi di una vita che tentò in ogni modo di spezzarlo. Se n'è andato a 89 anni George Chuvalo, uno a proposito del quale ci si chiedeva come facesse a restare in piedi, dentro e forse ancora di più fuori dal quadrato. Tanti i pugni presi durante gli incontri, in una parabola agonistica scandita dai nomi degli invincibili della sua epoca; troppi i cazzotti della vita, quelli che nessuna campana s’è fermata a interrompere.

la carriera

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Portava nel cognome i tratti di un’Europa di frontiera, di quella porzione sempre un po’ malferma dentro i propri confini, George Chuvalo, classe 1937, nato a Toronto da genitori croati; peso massimo dalla nascita, ci verrebbe da dire, non solo per la stazza; per la tempra, innanzitutto e poi per quel mento di granito, che i colpi li subiva ma che dava l’idea, quasi, di non accusarli. Quel particolare sarebbe poi diventato una metafora, oltre che un punto di forza sul quadrato. Professionista dal 1956, Chuvalo in carriera ha disputato 93 incontri, scanditi da 73 vittorie, 64 delle quali portate a casa per mezzo di un KO, fino al termine della sua parabola agonistica, dopo la vittoria contro George Jerome nel dicembre del 1978.

lo stile

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Il nome di Chuvalo suscita all'istante quello che potremmo definire il paradosso della sua celebrità e che costituisce la motivazione principale del suo essere diventato memorabile per tutti quelli che cullano il ricordo di una boxe da età dell’oro. Che quell’epoca fosse realmente tale, sono lì a dimostrarlo le onorevoli sconfitte di George Chuvalo, la fatica che i migliori fecero contro di lui. Disse di lui Rocky Marciano che se i match fossero durati cento round nessuno mai sarebbe riuscito a battere Chuvalo. Non è un iperbole, ma un parametro dell’orgoglio e della resistenza di uno che il tappeto non lo toccò mai. Perché la sua boxe era come lui: nata per farsi ammirare anche quando non la si apprezzava del tutto; così come ammiriamo quelli che vanno incontro agli ostacoli solo con traiettoria frontale, senza minimamente contemplare la possibilità di aggirarli in qualche modo; senza ricorrere ad artifici tattici che contemplassero le alternative di un piano di battaglia. Dritto per dritto: così colpiva, allo stesso modo incassava.

contro ali

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Chuvalo ha affrontato anche Muhammad Ali, nel 1966 e nel 1972. Il ricordo che tutti, indistintamente, hanno dei loro confronti con lui, è quello della battaglia dura, incessante, contro un combattente indomito, irriducibile, la cui resa poteva essere sancita soltanto dai verdetti, non dal venir meno dell’istinto alla lotta. In entrambe le occasioni Ali curò soprattutto il rispetto delle distanze, per evitare di sentire i poderosi “body shot” di Chuvalo sui reni e sul costato. Alla fine il campione di Louisville si aggiudicò quattordici riprese su quindici, ma non poté evitare più di tanto i postumi della furia di Chuvalo, il quale ci ha sempre tenuto a raccontare un particolare, dopo quel confronto: "Alla fine è stato lui a passare la notte in ospedale, perché pisciava sangue… io ho portato mia moglie a ballare".

le tragedie

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È stato proprio il suo stesso spirito a tenerlo in vita quando l’esistenza lo ha toccato durissimo, doppiando i colpi senza ritegno: Chuvalo ha visto andarsene per suicidio suo figlio Jesse, che a causa della tossicodipendenza e dell’incapacità di uscirne preferì togliersi la vita. Ccome se non bastasse ha poi dovuto apprendere di un altro figlio, George Lee, che non superò gli effetti di un’overdose pochi giorni dopo essere uscito dal carcere. In seguito a quelle tragedie anche Lynne, la sua prima moglie, decise di affidare all’ingestione di un tubetto di barbiturici la sua liberazione dal dolore. Campione del Mondo mai, come tanti di quelli che erano giusti nell’epoca sbagliata; nel mondo campione, quello sì, a suo modo vincitore contro e sopra tutte le cose alle quali seppe sopravvivere, forse più per istinto che per volontà.

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