Running e dati: smartwatch e AI ci allenano meglio?
Smartwatch, Strava e allenatori AI promettono di ottimizzare la corsa: ecco cosa dice la scienza su prestazioni, rischio infortuni e pressione social
Smartwatch, Strava e allenatori AI promettono di ottimizzare la corsa: ecco cosa dice la scienza su prestazioni, rischio infortuni e pressione social
Laerte Salvini 18 settembre - 09:21 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleIl running moderno è ben lontano dal concetto di uno sport basato sul giusto paio di scarpe e una lunga strada da percorrere. Ogni chilometro oggi produce dati: battito cardiaco, variabilità cardiaca, frequenza di passo, dislivello, ritmo, carico di allenamento. E ogni mattina, prima ancora di infilare le scarpe, uno smartwatch può dirci quanto siamo pronti a correre. Smartwatch, app come Strava e allenatori basati sull’intelligenza artificiale promettono di trasformare tutti questi numeri in qualcosa di ancora più utile: un modo per conoscere meglio il proprio corpo e costruire allenamenti sempre più personalizzati. Vale per il grande agonista come per l’amatore allenato, fino a chi ha appena cominciato. Ma la domanda resta la stessa: tutta questa tecnologia ci fa davvero correre meglio o rischia di complicare un gesto che per decenni ha funzionato benissimo anche senza sensori?
correre connessi
—Tra i podisti, la tecnologia al polso è ormai la norma più che l’eccezione. In un’indagine condotta su runner ricreativi ed élite, quasi tre corridori su quattro hanno dichiarato di utilizzare dispositivi o applicazioni legate al running durante ogni allenamento. Il fenomeno, del resto, va oltre la corsa: negli Stati Uniti oltre un terzo degli adulti utilizza oggi un dispositivo wearable. Queste app non vengono usate per una semplice conoscenza del chilometraggio percorso. Servono a capire come vengono percorsi quei chilometri, soprattutto, cosa quei numeri possono dirci sul nostro stato di forma. Da qui nasce una delle funzioni più interessanti - e controverse - della tecnologia applicata al running: ilcosiddettoreadiness score, il punteggio di preparazione o recupero che molti dispositivi calcolano incrociando dati come variabilità della frequenza cardiaca, sonno e carico di lavoro. La promessa è semplice: se il corpo non è pronto, meglio rallentare. Se i parametri indicano un buon recupero, si può spingere. La ricerca, però, invita a non prendere quel numero come una sentenza. I dati disponibili suggeriscono che questi punteggi non siano in grado di prevedere direttamente un infortunio. Sono più utili, invece, quando vengono osservati nel tempo: non tanto il valore di questa mattina, quanto la tendenza costruita nelle settimane. Il dato, quindi, può essere un indicatore. Non necessariamente una risposta.
Dallo smartwatch all’intelligenza artificiale
—Il passaggio successivo è quasi naturale. Se una macchina è in grado di raccogliere tutti questi dati, perché non dovrebbe anche interpretarli e dirci come allenarci? È così che sono nate le nuove generazioni di coach digitali. App come Runna costruiscono programmi personalizzati in funzione dell’obiettivo, mentre strumenti basati sull’intelligenza artificiale possono elaborare tabelle di allenamento partendo da distanza, tempi, disponibilità settimanale e obiettivi di gara. Il vantaggio è evidente: un piano sempre disponibile, costruito sui propri numeri e potenzialmente aggiornabile in funzione dei progressi. Il limite è altrettanto evidente: non tutto ciò che conta nella corsa è misurabile. Un algoritmo può leggere un ritmo, una frequenza cardiaca o un carico di allenamento. Più difficile è capire una gamba insolitamente pesante, una stanchezza diversa dal solito, una sensazione di affaticamento che il runner avverte prima ancora che compaia nei dati. È qui che il confronto con un allenatore in carne e ossa diventa inevitabile. La tecnologia può elaborare enormi quantità di informazioni, ma non possiede necessariamente quella capacità di interpretazione che nasce dall’esperienza e dall’osservazione quotidiana dell’atleta. E il rischio, soprattutto per chi si affida ciecamente all’algoritmo, è trasformare un piano personalizzato in un piano automatico.
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la funzione social delle app
—Il running al tempo delle app è anche una questione sociale. Un modo sì per condividere le proprie prestazioni, ma anche per misurarsi, mettersi in una sorta di competizione digitale. Strava è probabilmente l’esempio più evidente. La piattaforma conta circa 135 milioni di account registrati, con una quota mensile di utenti attivi stimata intorno ai 50 milioni e oltre due miliardi di attività caricate ogni anno. Correre non significa più soltanto correre. Significa registrare, condividere, confrontare. Il tempo, il passo medio, il segmento, il dislivello, il confronto con l’uscita precedente o con quella dell’amico. Anche qui la tecnologia può avere un effetto positivo. Una rete di contatti più ampia può aumentare motivazione e fiducia nelle proprie capacità. Ma la stessa dinamica può trasformarsi facilmente in pressione: quando la prestazione peggiora, quando arriva un infortunio o semplicemente quando non si è nella propria giornata migliore, quei numeri possono diventare un giudizio. E allora il rischio è che il runner smetta di ascoltare la domanda più semplice: come sto? La corsa rimane, alla fine, un equilibrio tra ciò che possiamo misurare e ciò che possiamo soltanto percepire. Smartwatch, app e intelligenza artificiale mettono nelle mani del runner una quantità di informazioni che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Possono aiutare a programmare meglio i carichi, leggere le tendenze e gestire il recupero. Ma non possono sostituire il corpo.
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