Mazzola-Rivera, la storia segreta: rivali per tutti ma amici di nascosto
Non si odiavano, anzi, ma in pubblico non potevano farsi vedere insieme, bandiere delle due squadre di Milano. In azzurro le tante discusse scelte di Valcareggi a Messico '70
Non si odiavano, anzi, ma in pubblico non potevano farsi vedere insieme, bandiere delle due squadre di Milano. In azzurro le tante discusse scelte di Valcareggi a Messico '70
Furio Zara Collaboratore 19 settembre - 00:53 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleMazzola, Rivera. Uno il riflesso dell’altro. Il suo doppio, il gemello diverso, l’ombra a precedere o a rincorrere. Hanno diviso l’Italia, l’hanno fatta litigare. O si era per Mazzola, o si era per Rivera. Erano l’Inter, erano il Milan. Bandiere, icone: significavano identità, marcavano un’appartenenza. E’ stato - il loro - l’unico caso nella storia del nostro calcio in cui - davvero - la rivalità tra gli uomini simbolo delle due squadre milanesi aveva superato la rivalità tra i due club. In un continuo gioco di rimandi, Mazzola-Rivera, Rivera-Mazzola: indissolubile è stato il loro connubio, segnato non dalla vicinanza ma proprio dalle due idee di calcio/mondo che portavano in dote.
Con Valcareggi in Nazionalecoppi-bartali
—Come era successo per Coppi e Bartali, l’Italia - anche e soprattutto quella che non tifava Inter e Milan - si era schierata. Mazzola, Rivera. La famosa staffetta. Incomprensibile da un punto di vista tecnico - ma come, abbiamo due fuoriclasse e non li facciamo giocare insieme? - più che altro una mossa diplomatica, il trionfo dell’italica “arte di arrangiarsi” in un tempo - era l’estate del 1970, si giocava la Coppa del Mondo in Messico - in cui i cambi erano due e si facevano quasi sempre per necessità, quando qualcuno si infortunava. Insieme - Sandro e Gianni - hanno accompagnato l’ultima onda dell’Italia del Boom, hanno contribuito a cambiare il costume, la società e persino la morale di questo paese e oggi - nel ricordo - sono legati da un filo invisibile, inseparabili compagni di avventura. Certo, non potevamo essere amici, ma in realtà avevano un buon rapporto, seppure senza una frequentazione che lo alimentasse giorno dopo giorno. Mazzola una volta disse che lui e Rivera non potevano farsi vedere insieme, per dire, a cena: sarebbe successo il finimondo. Insieme, però, furono tra i fondatori del sindacato dei calciatori.
In azzurro, giovanissimifigli della guerra
—Erano figli della guerra. Mazzola - figlio d’arte, figlio del grande Valentino - era longilineo, aveva ginocchia puntute. Era nato punta, poi aveva trovato nel ruolo di interno il suo posto in campo: aveva fatto dello scatto repentino il piedistallo del suo gioco. Sapeva eludere la sorveglianza degli avversari facendo perno su un repertorio di finte, mosse, scatti e cambi di direzione, mentre Rivera aveva una concezione di calcio più rotonda e armonica. Tanto Mazzola sembrava sempre arruffato, persino sghembo nel suo andare in allungo, quanto Rivera era compostamente pettinato, i capelli che parevano cotonati e indifferenti al vento, anche quando correva su e giù per il campo. Sandro aveva i baffi, secondo la moda dell’epoca. Gianni non li avrebbe mai portati. Entrambi avevano fatto della mitezza un tratto preciso del loro carattere, ma la posa - educata ma inflessibile - nascondeva - sia per Sandro che per Gianni - caratteri di ferro, da leader, da capipopolo consapevoli della loro statura. Il “Golden Boy” era esile ma di coscia forte. Gianni Brera l’aveva definito “Abatino”, ovvero “omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparire manierato e qualche volta finto”. E’ indubbio che Brera avesse una predilezione per Mazzola, lo riteneva più utile agli equilibri di squadra, lo aveva ribattezzato “Mazzandro”.
la staffetta
—E a questo punto bisogna raccontare la storia della staffetta. Il c.t. della Nazionale, Fulvio Valcareggi, alla vigilia del Mondiale di Messico 1970 disse che Mazzola e Rivera non potevano giocare insieme. Rivera aveva ventisette anni, sei mesi prima era stato il primo italiano a vincere il Pallone d’oro. Era al culmine della sua carriera. Non la prese bene. La squadra, o almeno il gruppo degli Azzurri la cui parola pesava molto all’interno dello spogliatoio, si schierò con Mazzola, ritenuto più dedito alla copertura. Rivera si indispettì, disse che lo volevano fare fuori, accusò Valcareggi di subire le pressioni di Mandelli, il capo delegazione azzurro. Minacciarono di mandarlo a casa, poi tutto (più o meno) si sistemò. Nelle prime tre partite del girone (Svezia, Uruguay e Israele) Mazzola partì sempre titolare. Rivera rimase a guardare dalla panchina le prime due partite, con Israele entrò nella ripresa, ma in luogo di Domenghini. Ai quarti contro il Messico Valcareggi avvisò Mazzola che, se la partita si fosse messa in un certo modo, lo avrebbe cambiato all’intervallo: c’era bisogno di rifiatare, l’altura - Toluca sta a 2668 metri di altitudine sul mare - era una sentenza e tra l’altro Sandro aveva passato la notte prima in bianco, causa diarrea, che allora elegantemente veniva definita “La vendetta di Montezuma”. E così fu. All’intervallo, quando si stava ancora sull’1-1: fuori Mazzola, dentro Rivera. Gianni sfruttò l’occasione: mandò in gol Riva, segnò un gol nel 4-1 finale.
germania ovest e brasile
—Accadde la stessa cosa anche contro la Germania Ovest, in semifinale, ma Sandro stavolta non lo sapeva. All’intervallo, quando Valcareggi gli comunicò la sostituzione, reagì malissimo e lanciò le scarpe contro un armadietto. L’epica di quella partita sorrise poi a Gianni. Il gol della vittoria nella storica semifinale contro la Germania Ovest sembrò facilitarne il successivo utilizzo dal primo minuto. La verità? Era d’accordo anche Mazzola, l’ha più volte ripetuto nel corso degli anni. Il Brasile schierava un favoloso attacco composto da cinque numeri 10, non poteva forse l’Italia permettersi Mazzola e Rivera insieme? Ma Valcareggi preferì Mazzola. Parentesi: per “Uccio” l’unico insostituibile era Picchio De Sisti, non altri. Scoppiò uno scandalo che ebbe il suo zenit nei sei minuti finali di Rivera all’Azteca, a partita già compromessa. Lo ricordano in pochi, ma quella volta Gianni entrò al posto di Boninsegna. Retroscena: Valcareggi in verità aveva intenzione di togliere Mazzola, ma Sandro si avvicinò alla panchina e gli fece capire che sarebbe stato da vigliacchi abbandonare i compagni, così, a sconfitta ormai maturata. Mazzola rimase in campo, Rivera consumò i sei minuti più inutili della sua carriera, il resto è il verde dell’Azteca che rimanda ancora oggi un lucore antico, e insieme - Mazzola-Rivera - un’eterna giovinezza.
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