Il rigore alla Juve, il gol sprint al Milan, la doppietta al Real: Mazzola, una vita per l'Inter
La Gazzetta dello Sport

Il rigore alla Juve, il gol sprint al Milan, la doppietta al Real: Mazzola, una vita per l'Inter

Sabato 19 settembre 2026
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Nerazzurro grazie a Lorenzi dopo la morte del papà a Superga quando aveva 6 anni, Sandro ha vinto due Coppe Campioni con la Grande Inter di Herrera e un Europeo con la Nazionale

Nerazzurro grazie a Lorenzi dopo la morte del papà a Superga quando aveva 6 anni, Sandro ha vinto due Coppe Campioni con la Grande Inter di Herrera e un Europeo con la Nazionale

Nicola Cecere Collaboratore 19 settembre - 00:52 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Con Sandro Mazzola se ne va una delle ultime autentiche bandiere del calcio italiano. La sua vita calcistica è stata dedicata per intero all’Inter anche se gli sarebbe piaciuto moltissimo chiuderla in maglia granata, quella indossata dal padre, il mitico Valentino, capitano del Grande Torino. Che comunque ne ha influenzato il percorso di formazione pur essendo scomparso nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949. Sandrino aveva sei anni e mezzo, la madre Emilia decise ben presto di lasciare Torino per tornare in Lombardia, a Cassano d’Adda, dove anni dopo darà ai suoi piccoli (nel 1945 era nato Ferruccio) un patrigno. Sandro stava crescendo nell’indecisione tra la pallacanestro e il pallone.  "A basket sfruttavo agilità e velocità, però Benito Lorenzi veniva a prenderci ogni domenica per portarci a tifare per la sua Inter e quando mi vide palleggiare mi fece entrare nel settore giovanile, dove trovai un maestro d’eccezione: Meazza". L’adolescente Mazzola jr si fa strada in virtù delle sue qualità, evidentissime, e non in virtù del cognome illustre e amatissimo da tutti gli sportivi della Penisola. "La tragedia di Superga mi portò via il papà, però la gente del calcio me lo faceva sentire vicinissimo. Quella squadra granata rimase trasversale, quando si parlava del Grande Torino non c’erano juventini o milanisti o romanisti o napoletani… C’erano solo loro, gli Invincibili, coperti dall’amore e dalla stima di tutti. Però è straordinario come il destino abbia deciso che il mio primo gol in Serie A io lo dovessi segnare proprio alla Juve".

quel rigore

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Accadde nel campionato 1960-61. Il presidente nerazzurro Angelo Moratti, in segno di protesta contro la decisione assunta dal Palazzo di far ripetere un match contro la Juve, ordinò all’allenatore Helenio Herrera di andare a Torino con la formazione del torneo De Martino, la Primavera di oggi. La Juve naturalmente maramaldeggiò (9-1), però il diciottenne Mazzola si tolse la soddisfazione di realizzare su rigore la rete della bandiera. Un altro gol di quei suoi esordi è rimasto famoso, quello realizzato nel derby di San Siro il 24 febbraio 1963: resta il più veloce della storia delle stracittadine meneghine, Mazzolino andò a bersaglio dopo 13 secondi. Quello fu il suo primo campionato da titolare. Sandro era stato inserito da poche giornate nella formazione rivoluzionata dal Mago Herrera, con compiti di mezzala abilitata agli inserimenti in area alle spalle del centravanti Di Giacomo e di fianco all’ala destra brasiliana, Jair, e all’ala sinistra Mariolino Corso, con Suarez regista arretrato. Quell’Inter, partita malissimo, col nuovo assetto riuscì a rimontare sulla Juve capolista sinché, battendola a domicilio alla quartultima giornata (fine aprile) grazie alla rete guarda caso di Mazzola, si mise avanti ai torinesi con un margine di sicurezza. Con il primo scudetto dell’era Moratti-Herrera cominciava l’epopea della Grande Inter, nella quale Sandrino recitò da protagonista. Basti pensare che con una doppietta rifilata al Real Madrid, Mazzola regalò ai tifosi nerazzurri la prima Coppa dei Campioni della loro storia.

Con la Coppa dei Campioni vinta contro il Real. Ansa

cannoniere

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Ma che tipo di giocatore era? Beh, riusciva a interpretare interpretare vari compiti sempre in chiave offensiva. All’inizio si sentiva un organizzatore di gioco, perciò agiva a metà campo. Ma negli anni del ciclo eroico firmato dal Mago accettò di avanzare, giocando spesso anche da centravanti puro o seconda punta, ruoli d'attacco dove poteva farsi valere grazie alle eccellenti doti tecniche, a un dribbling secco e a una impressionante progressione veloce. Le sue serpentine palla al piede tra centrocampo e area di rigore diventarono micidiali per gli avversari, ma Sandro era bravo pure in acrobazia e sapeva essere micidiale da fuori area pur non disponendo di un tiro forte. Era preciso, molto, e quando arrivava lanciato a tu per tu col portiere difficilmente si faceva ipnotizzare. In 418 partite di campionato realizzò 116 reti (capocannoniere della serie A 1964-65 con 17 gol). Alle quali vanno aggiunte le 24 (su 80 presenze) della Coppa Italia e le 20 ottenute tra Coppe Campioni (con 7 centri fu capocannoniere dell’edizione 1963-64) e Intercontinentali. Bisogna poi contemplare i 22 gol firmati in maglia azzurra su 70 presenze: la Nazionale, ecco l’altra formazione che gli ha dato grandi soddisfazioni portandolo al livello dei campionissimi di tutti i tempi.

Con Valcareggi e Rivera in azzurro. Ansa

l'italia e rivera

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Il ciclo delle due Coppe dei Campioni, delle due Intercontinentali, dei tre scudetti che ha contraddistinto la Grande Inter degli anni Sessanta procura a Mazzola lo status di giocatore fra i più importanti e famosi al mondo. Anche perché nel 1968 con la maglia azzurra conquista il titolo di campione d’Europa. E a chiusura del cerchio arriveranno la finale mondiale di Messico ’70 persa contro il Brasile dopo quell'esaltante 4-3 della semifinale contro la Germania con un percorso personale contraddistinto dalla staffetta con Gianni Rivera, simbolo milanista, inventata dal c.t. Valcareggi per sfruttare due fuoriclasse che nel suo schema non potevano coesistere a causa di esigenze tattiche. Così il primo tempo lo faceva il nerazzurro e il secondo vedeva in campo il genio rossonero: manco a dirlo, uscivano dal campo col muso lungo entrambi. Però lasciavano ai giornalisti le relative polemiche, la squadra era sacra. Il quarto scudetto personale, con Gianni Invernizzi in panchina, arriva nel 1971. E spiana la via per una nuova avventura in Coppa Campioni culminata nella finale di Rotterdam vinta però (2-0) dall’Ajax di Johan Cruijff, autore della doppietta decisiva. Se avesse vinto la squadra italiana è praticamente scontato che il Pallone d’oro sarebbe andato a Mazzola, votato come secondo dietro Cruijff, appunto.

Derby con Gianni Rivera. Ansa

doccia scozzese

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Ma gli olandesi erano i detentori del trofeo, quindi la delusione degli interisti non fu nemmeno lontanamente paragonabile alla sconfitta rimediata a Lisbona qualche anno prima, cioè nel maggio 1967, ad opera del poco quotato Celtic Glasgow, capace di rimontare il rigore iniziale realizzato da Mazzola (2-1): davvero una doccia scozzese. Quell’anno, contraddistinto pure dalla successiva incredibile sconfitta sul campo del Mantova (1-0) che permise alla Juve il sorpasso scudetto giusto in quell’ultima giornata, decretò la fine della prima era Moratti. Il legame di Sandrino con il club della sua vita prosegue dopo lo scudetto 1971, il quarto personale, con annate però povere di risultati all’altezza delle aspettative: sue e della tifoseria. Lui arretra stabilmente a centrocampo, indossa la maglia numero 10 del padre, e diventa capitano mantenendo la fascia sino al ritiro che avviene nel 1977 con un ultimo derby (perso 2-0) che assegnava la Coppa Italia. Entrato nelle giovanili nel 1957, ecco che Sandro chiude il suo ventennio dorato per passare tra i quadri dirigenziali della società guidata ai tempi da Ivanoe Fraizzoli, imprenditore tessile. Con il fido direttore sportivo Giancarlo Beltrami sempre al fianco, questa avventura, avara di soddisfazioni, si conclude traumaticamente nel 1984 con l’avvento in società di un nuovo presidente, Ernesto Pellegrini.

Festeggiato dall'Inter assieme ad altri grandi ex. Lapresse

la sterzata

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Qui Sandro vive una breve esperienza al Genoa, e decide di incrementare la sua collaborazione con Luigi Colombo di Telemontecarlo cominciata nel 1982, l’anno del Mundial conquistato da Bearzot: affianca il cronista come presenza tecnica dando di fatto il via alle telecronache a due voci. E poi nella Milano da bere sa animare con la sua vérve i salotti delle emittenti lombarde, risultando simpatico e gradito a tutti nonostante la sua lunga militanza con la Beneamata. Del resto Mazzola parla in maniera appropriata, usa termini eleganti, conosce i tempi degli interventi, la sua competenza è universalmente riconosciuta. E allora la Rai non se lo fa sfuggire per il Mondiale italiano 1990 (spalla di Bruno Pizzul) e nel 2006 avrà la soddisfazione di vincere seduto in cabina accanto al telecronista Marco Civoli, quel Mondiale sfuggitogli nel 1970. Ma le soddisfazioni maggiori in questa terza fase della sua vita gliele regala il Toro. Che dal 2000 al 2003 gli offre un ruolo in società e che pochi anni or sono, prima della pandemia, dopo averlo festeggiato al Fila, lo stadio del padre, fa in modo che il nipotino prediletto, cioè Valentino Mazzola junior, giochi una partita fra ragazzi indossando la mitica maglia granata numero 10. Ecco, quello fu un giorno di autentica commozione, vissuto da Sandro con una grande intensità e con un grato pensiero per la sensibilità e l’affetto dimostratigli da Urbano Cairo, patron del club.

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i moratti

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Persona assai gradevole, acuto, divertente, Sandro, prima che uno dei nostri indimenticabili campioni: mancherà a tutti. A cominciare da Gianni Rivera, un rivale molto stimato, praticamente divenuto un amico. I suoi baffetti, il suo sigaro, le battute folgoranti, gli aneddoti che sapeva regalare hanno fatto di Sandrino un formidabile protagonista della nostra scena calcistica pure fuori dal terreno di gioco. Ma il legame più grande, indelebile, lo ha avuto con la famiglia Moratti. Da giocatore con papà Angelo e poi da dirigente con il figlio Massimo, presidente del Triplete, che una volta acquistata l’Inter (febbraio 1995) chiamò in società tutti i Moschetteri dell’epopea di papà Angelo, trovando per ciascuno il ruolo più adatto: Corso e Suarez, Jair e Angelillo, Bedin e Domenghini sulle tribune a scovare talenti, Giacinto Facchetti voluto dapprima come braccio destro e poi eletto (2004) addirittura presidente. E per Sandro Mazzola la carica di direttore sportivo. Tenuta sino al 1999 con orgoglio e massima dedizione.

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