Mazzola dirigente: dal botto Ronaldo a Platini scippato. E per Falcao fu colpa di... Andreotti
Fu Sandro ad agire dietro le quinte per portare il Fenomeno in nerazzurro. Aveva già firmato Le Roi ma le frontiere restarono chiuse agli stranieri e così finì alla Juve. E per il brasiliano poi alla Roma si mosse la politica
Fu Sandro ad agire dietro le quinte per portare il Fenomeno in nerazzurro. Aveva già firmato Le Roi ma le frontiere restarono chiuse agli stranieri e così finì alla Juve. E per il brasiliano poi alla Roma si mosse la politica
Andrea Elefante Giornalista 19 settembre - 13:31 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleSandro Mazzola non passò mai davvero dal campo alla scrivania. Anche quando i nuovi ruoli gli consentivano di tenere il sigaro a portata di morso in qualunque momento, il calciatore che era stato - un po’ dirigente già allora, perché la sua voce nello spogliatoio si sentiva più di altre - continuava ad ispirare il manager che era diventato. Ne parlava come di uno dei suoi segreti: aver vissuto tanto calcio, essere un così profondo conoscitore delle dinamiche di uno spogliatoio, lo aiutava a “leggere” meglio momenti, situazioni, esigenze. E gli consentì anche di imparare a coniugare l’amore viscerale che aveva per i colori nerazzurri con la professionalità che gli veniva richiesta dall’evoluzione del pianeta calcio.
VIDEO: Mazzola e l'amore infinito per San Siro e la sua Inter: quella volta in cui punse Juve e Milancantona
—Il momento più alto della sua seconda carriera, l’acquisto di Ronaldo, ne fu l’esempio più chiaro: Mazzola mescolò l’intuito di certe sue giocate per “vedere” l’affare con la suadenza delle parole che ricordava i suoi tocchi morbidi. E il ragazzino Fenomeno ne restò colpito. E un altro “bimbo” che sarebbe diventato un top del calcio mondiale, Andrea Pirlo, l’anno dopo avrebbe fatto lo stesso percorso. Sandro non si faceva guidare solo dal suo fiuto, ma sapeva ascoltare: in quel caso Mircea Lucescu, che garantì per quel talento apprezzato nel Brescia. Altri grandi colpi pensati e anche già “costruiti” rimasero solo rimpianti nel cassetto della sua scrivania. Platini, già strappato al Nancy con tanto di contratto per sei anni sottoscritto con clausola: Michel sarebbe andato a giocare all’estero fino a che le frontiere in Italia non fossero state riaperte. Peccato che la Figc, che aveva promesso di farlo, poi fece slittare il termine. Falcao, anche lui già “firmato” e poi sfumato perché Fraizzoli per correttezza ne parlò con il collega Dino Viola prima dell’intesa fra i club e - si disse - fu Giulio Andreotti a stoppare tutto. Eric Cantona, una grande passione di Moratti, che il Baffo incontrò a Montecarlo: lo aveva quasi convinto, ma poi il francese scelse di restare al Manchester United. La parabola da dirigente nerazzurro di Mazzola fu di fatto il naturale prolungamento di una storia d’amore, senza mai spostare definitivamente il sentimento dalla Pinetina a Via Durini. Ivanoe Fraizzoli non ebbe dubbi nel dargli il ruolo di rappresentanza e gestione tecnica all’interno del club: sapeva che Sandro gli avrebbe portato in dote prestigio internazionale, ma anche un fiuto non comune per i talenti.
Moratti con Mazzola. Lapresse
bersellini e il fenomeno
—Ma la sua prima vera scelta fu convincere il presidente a puntare tutto su Eugenio Bersellini, il “sergente” che serviva all’Inter in quel momento, non meno di due talenti offensivi come Altobelli e Beccalossi. Ma era un sergente anche lui, Mazzola, quando si trattava di proteggere la sua professionalità: "Non non potevo vedere diminuite le mie responsabilità perché nella vita si va avanti, non indietro", disse dopo aver stretto la mano ad Ernesto Pellegrini, il successore di Fraizzoli, per interrompere il suo rapporto con il club. Solo temporaneamente, perché Massimo Moratti, diventato presidente nel 1995, lo volle al suo fianco. E’ in quell’epoca che Mazzola tocca l’apice del suo impatto operativo e mediatico: da direttore sportivo e responsabile dell’area tecnica, gestisce una delle fasi di mercato più ambiziose della storia del calcio italiano. Ambiziosa come l’impresa, anche diplomatica, che dopo i vari Javier Zanetti, Roberto Carlos, Zamorano, Djorkaeff e Recoba, porta a Milano un campione che sembrava irraggiungibile: Ronaldo il Fenomeno. Moratti fu la prima mente e il propulsore finanziario dell’operazione, Mazzola il regista dietro le quinte: a colpi di incontri e blitz segreti, per evitare occhi indiscreti e concorrenza, la sua missione non fu solo trattare i dettagli economici con gli agenti del brasiliano, ma convincere il ragazzo, che allora aveva vent’anni, sulla bontà del progetto interista. I dribbling di Mazzola fra i paletti posti dalla Liga al Barcellona e le incomprensioni tra l’entourage di Ronaldo e la presidenza catalana furono all’altezza di quelli con cui disorientava le difese avversarie: aprirono all’Inter il varco decisivo e gli consegnarono la paternità condivisa di uno dei più esaltanti affari di mercato della storia del calcio italiano.
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