Darmian: "Sono ancora un giocatore e voglio un altro giro di giostra. Avrei continuato all'Inter..."
A quasi 37 anni Matteo è svincolato, ma non pensa al ritiro: "Sono convinto di valere una buona Serie A". Si allena da solo aspettando una chiamata...
A quasi 37 anni Matteo è svincolato, ma non pensa al ritiro: "Sono convinto di valere una buona Serie A". Si allena da solo aspettando una chiamata...
Filippo Conticello Giornalista 19 settembre - 13:21 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleIl fuoco, dice "Mathieu", è ancora acceso. Matteo Darmian, francesizzato da quel burlone dell’amico Marcus Thuram, brucia ancora dalla voglia di stare in campo: a quasi 37 anni e dopo due titoli vinti con l’Inter prima di finire il contratto, aspetta una chiamata nella nuova vita da svincolato. Tra un allenamento solitario e un viaggio in famiglia, il pensiero torna spesso lì, al nero e all’azzurro, i colori per cui tifava da bambino anche quando veniva svezzato nelle giovanili del Diavolo.
Darmian, dopo una vita scandita da ritiri, allenamenti e partite, come si sta da svincolato?
"È una sensazione strana perché non mi ero mai trovato davvero a fine contratto senza squadra. Per me è tutto nuovo. Adesso mi dedico più tempo possibile ai miei due bambini, sono appena stato a Madrid con loro a vedere l’Inter in Champions. Allenarsi da solo, però, è tutt’altra cosa che farlo con i compagni...".
VIDEO: Mastantuono, dai parenti in Basilicata allo storico naufragio: viaggio nella "sua" ItaliaLa parte più difficile è nel fisico o nella mente?
"Per come sono fatto io, più nel fisico. Mentalmente mi sento ancora un giocatore, e poi ho lo stesso fuoco dentro che mi porta a voler ancora giocare. La forma, invece, è difficile da conservare, anche perché faticare da soli è duro e anche un po' noioso. Intanto, sto lavorando in palestra con un preparatore, faccio forza e lavoro atletico e cerco di tenermi subito pronto. Posso dire di stare bene, però non saprei a che livello sono rispetto agli altri perché mi manca il ritmo del gruppo, il confronto quotidiano, quella sensazione che hai solo quando sei assieme ai compagni".
Si aspettava di essere senza squadra a questo punto?
"No, anche perché qualche chiacchierata c’è stata, ho parlato con qualche direttore sportivo. A livello concreto, però, non si è chiuso nulla perché...".
Perché ha messo troppi paletti?
"No, avevo già fatto un ragionamento generale alla fine del contratto con l’Inter. Mi sarebbe piaciuto fare un altro anno in nerazzurro ma, in generale, ho fatto una carriera di cui sono orgoglioso e che voglio "difendere", senza offendere nessuno. Ho ancora voglia di giocare, però ne deve valere la pena. Non sto parlando di una squadra di altissima classifica, ma sono convinto di valere una buona Serie A".
Quanto pesa, però, quel 1989 sulla carta di identità?
"Non so se sia giusto parlare di pregiudizio sulla mia età, però è normale che tanti club puntino su giocatori più giovani, magari da rivendere successivamente: l’età è un fattore. Forse pesa anche l’infortunio dell’anno passato, che mi ha tenuto circa due mesi e mezzo fuori. Magari qualcuno ha pensato: 'Questo non ce la fa più...'. Posso dire che non è vero: se uno guarda la mia storia all’Inter, noterà che ho sempre giocato. Dallo scorso gennaio, poi, sono stato bene, mi sono allenato senza problemi e non ho più avuto guai".
Che cosa le manca di più della vecchia vita?
"Lo spogliatoio. Anche la partita, l’agonismo, l’attesa prima di andare in campo, però più di ogni altra cosa vivere con i compagni: finiscono per diventare fratelli, indipendentemente dal fatto che ti stiano simpatici o meno. Mi riferisco al day by day, agli scherzi, allo stare insieme ogni giorno. È quello che non puoi fare quando ti ritrovi da solo ad aspettare una chiamata".
Ha mai pensato che avrebbe potuto smettere da campione d’Italia, salutando San Siro nel giorno dello scudetto?
"No, onestamente no. Non era il momento giusto per dire addio, anche perché mi sento e sono ancora un giocatore. Nessun rimpianto, nemmeno quello di non aver iniziato a collaborare nello staff tecnico delle giovanili interiste: avrei potuto farlo subito, però quando deciderò di smettere magari arriverà un’altra opportunità. Allenare è ciò che voglio fare".
A proposito della sua Inter, come ha visto questo inizio di stagione nerazzurro?
"Bene, come me lo aspettavo perché la squadra è forte e potrà dominare ancora a lungo. Non è identica a quella dell’anno scorso, però i principi e le idee sono gli stessi. Il lavoro arriva da molto lontano, da Conte passando per Inzaghi fino a Chivu: è stato un percorso che ha portato a creare l’Inter capace di avere in mano la partita al Bernabeu, con la personalità dei grandi e senza paura. C’è una base costruita nel tempo e poi il mercato ha aggiunto qualità: Stones è forte, i miei ex compagni dicono grandi cose di Curtis Jones e Spence al Mondiale ha fatto benissimo e dobbiamo solo aspettarlo".
Chi può contendere lo scudetto all’Inter, allora?
"In questo inizio, Como e Roma hanno qualcosa in più, ma dovremo vedere come reagiranno al doppio impegno Italia-Europa sul lungo periodo: Cesc e Gasp le fanno giocare bene e la loro traccia si vedeva già l’anno scorso. Le altre grandi non le escluderei mai, nonostante Juve e Milan puntino decise anche sull’Europa League e questo potrebbe condizionare: viaggi, trasferte, energie da gestire...".
Se ripensa a tutta la carriera, chi sono i compagni da cui ha imparato di più?
"Sono cresciuto con l’idea che le cose andassero conquistate. Ho dovuto lavorare molto, niente mi è arrivato subito. Oggi per tanti ragazzi non è così e questo può far perdere un po’ il contatto con la realtà. Invece, già al Milan ho avuto la fortuna di partire con dei campioni che mi facevano tenere i piedi a terra: vedevo Maldini e Nesta e mi sembravano giganti, poi Pirlo e Gattuso che non mollavano neanche una palla. Ho sempre cercato di ispirarmi ai giocatori più seri e professionali, anche se in uno spogliatoio servono anche quelli un po' più... spensierati".
Delle altre sue squadre, chi citerebbe?
"Anche al Palermo c’erano tanti giocatori della Nazionale da cui imparare: Balzaretti, Cassani, Sirigu, Nocerino. A Torino ho apprezzato Rolando Bianchi. Nel mio primo anno allo United c’erano campioni del livello di Rooney e Carrick. All’Inter, invece, sono arrivato già adulto: Handanovic e Ranocchia appartenevano alla mia stessa generazione, assieme a loro ho acquisito una mentalità vincente".
Se dovesse scegliere, invece, i più forti con cui ha giocato?
"Ripeto Rooney allo United e Maldini al Milan. Citerei anche Ronaldo: non era più quello dell’Inter, però anche in rossonero era... ingiocabile. Il simbolo di questi anni all’Inter è stato comunque Lautaro, bomber e capitano vero: mostra di amare questa maglia e la gente lo sa. Anche Thuram, però, ha l’affetto dei tifosi, giustamente: Marcus mi ripete che sono pure io un po’ francese, mi chiama Mathieu, ed è la persona a cui sono più legato all’Inter oltre al blocco di italiani".
Lo sa che senza di lei e Perin, andato in B, non c’è un italiano in Serie A che abbia giocato un Mondiale?
"Già, non è un momento felice, ma abbiamo tutto per tornare presto in alto con questo talento giovane".
Ma ci sarà pure qualcosa di positivo in questa nuova vita senza agonismo oppure no?
"Finora con il calcio ho girato il mondo, ma non l’ho mai visto: è il paradosso di noi giocatori. Conosco solo stadi, aeroporti e alberghi, adesso ho la possibilità di riparare. Ad esempio, avevo giocato così tante volte a Madrid, ma non avevo mai fatto un giro in centro. Questa volta sono andato al Palazzo Reale, a Puerta del Sol, al Parco del Retiro, al Prado, al Mercado de San Miguel: che città magnifica! Vorrei vederne altre, ma a tempo debito: la vita del turista mi piace, però non è ancora mia. Prima mi merito un altro giro di giostra in campo...".
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