"Ora sarà col nonno Valentino e Facchetti a discutere con Herrera": Mazzola raccontato da suo figlio
La Gazzetta dello Sport

"Ora sarà col nonno Valentino e Facchetti a discutere con Herrera": Mazzola raccontato da suo figlio

Domenica 20 settembre 2026
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"In queste ore l’affetto dei tifosi, non solo dell’Inter, è qualcosa di inimmaginabile"

"In queste ore l’affetto dei tifosi, non solo dell’Inter, è qualcosa di inimmaginabile"

Filippo Conticello Giornalista 20 settembre - 08:32 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Il campione infinito, quello che non c’è più e tutti piangono, si chiamava Alessandro, detto Sandro. Lui già all’anagrafe è semplicemente “Sandro”, Sandro Mazzola, anche se in famiglia lo chiamano “Bulli” da quando suo padre, scappando dal ritiro romano dell’Europeo ’68 contro il volere del ct Valcareggi, sfrecciò a Milano e in sala parto esultò: "Dopo due femmine è arrivato il bullo di casa…". Terzo di 4 figli, Mazzola Jr ha accompagnato un papà leggendario per tutta la vita, fino agli ultimi giorni dolorosi. Avvolto da un amore sconfinato, ora può accennare un sorriso: "È stato felice, e noi con lui. Poi non credo che morirà mai davvero…", racconta nel trambusto di queste ore.

VIDEO: Mazzola, i 10 migliori gol della sua carriera: il video

Sandro, come sono stati gli ultimi momenti?

"Purtroppo eravamo preparati, anche se non puoi mai esserlo fino in fondo. Ero tornato a casa dopo aver dormito da mio padre per due notti. Nella serata di venerdì mi ha chiamato mia sorella: “Corri, corri”. Il tempo di arrivare e capire, la malattia era ormai alla fase conclusiva. Posso dire che non ha mai sofferto, si è spento dormendo".

Da quel momento che cosa è successo?

"Un’invasione d’amore e di rispetto, perché era rispettato e non solo amato. Messaggi da tutto il mondo. L’affetto dei tifosi dell’Inter potevo immaginarlo, quello dei rivali acerrimi no. Perfino di Luciano Moggi, che non ho mai visto. A quel punto capisci che cosa ha rappresentato per tutti. Mi hanno emozionato le parole di Gianni Rivera: più che un rivale, è l’altra metà della mela. Loro sono Milano, ma anche l’Italia. Hanno sempre avuto bisogno l’uno dell’altro e si sono voluti bene".

E l’Inter, invece, che cos’era?

"La vita, l’amore più grande, l’identità profonda. In queste ore abbiamo sentito nerazzurri di oggi e di ieri: Marotta, Ausilio, Bergomi, Ferri, Bedin, Altobelli e tanti altri legati alla sua storia. Adesso tiferà Inter anche da lassù, avrà visto Roma-Inter e avrà esultato con il suo Lautaro".

Perché avete deciso di non allestire una camera ardente? 

"Noi Mazzola siamo molto riservati, proprio come lui. Eravamo indecisi sul funerale: all’inizio pensavamo a una forma privata, ma era giusto permettere alla gente di abbracciarlo. Ringrazio il sindaco Sala, subito disponibile, e la Basilica di Sant’Ambrogio che ci accoglierà domani".

Sandro Mazzola è stato padre quasi senza essere stato figlio. Come era in questo ruolo?

"Ha avuto un patrigno che l’ha cresciuto e gli ha voluto bene, ma era comunque un orfano. La sua vita non è stata semplice, ha passato una parte della gioventù in povertà, poi ha avuto la fortuna di saper giocare a calcio e costruirsi una strada. Mi porto dentro soprattutto questo insegnamento: la felicità devi costruirtela tu. Era umile, non credo abbia mai detto no a una foto o a un autografo, ma anche determinato. Ripeteva che nelle difficoltà, da fuoriclasse o giocatore normale, devi credere prima di tutto in te stesso. Se non lo fai tu, non lo faranno neanche gli altri. Prima del famoso 9-1 contro la Juventus in cui esordì segnando nel 1961, l’Inter lo stava scaricando. Lui non ha smesso di crederci ed è diventato Mazzola".

Quanto è stato ed è pesante quel cognome?

"Io ho provato a giocare con questo cognome addosso, ma per mio padre era molto più pesante. Chi andava a vederlo pensava di ritrovarsi Valentino e lui rispondeva sempre: 'Io sono Sandro, non Valentino'. Sono rimasto nelle giovanili dell’Inter fino agli Allievi, poi quando arrivò Pellegrini e mio padre andò via, mi spostai anch’io. Passai alla Pro Sesto, tre anni molto belli, poi smisi perché non avevo la determinazione, la fame di arrivare e soprattutto il talento del babbo. Non c’è niente di male ad ammetterlo. Penso di essermi realizzato senza calcio e senza aiuti. Con un padre così, magari, avrei potuto ambire a una squadra di Serie C, forse di B, ma per noi il mondo non è mai girato in questo modo… In ogni caso, il mio cognome non mi è mai pesato, neppure nella vita privata. Ancora oggi, quando sente come mi chiamo, la gente chiede se sono un omonimo del campione, ma per me è un onore. Chiamarmi Mazzola mi ha reso le spalle ancora più larghe".

Qual è il ricordo privato che porterà sempre con sé?

"Le vacanze in Sardegna da ragazzo. Io, mio fratello Paolo, le mie sorelle Ilaria e Valentina, papà e mamma: era il momento in cui eravamo davvero uniti. Le abbiamo fatte insieme fino all’anno scorso a Punta Molara. Una Sardegna autentica, semplice: all’inizio non c’era niente, proprio quello che papà cercava, un posto in cui essere pienamente se stesso. Se qualcuno lo riconosceva, lui restava a parlare anche per ore. Poi io e lui guardavamo l’orizzonte e Tavolara: sognavamo, immaginavamo il futuro".

Mio padre non ha avuto un’infanzia facile, ma mi ha insegnato che la felicità devi costruirtela tu

C’è un episodio che racconta il padre più del campione? 

"Dopo la Pro Sesto andai a giocare al Saronno. Avevo 17 anni, giocavo con la Berretti e la domenica mi aggregavo alla prima squadra. Un giorno affrontavamo l’Inter, la mia ex squadra, con ragazzi con cui ero cresciuto come Pizzi, Minaudo, Ciocci. Ero emozionato a sfidarli. La sera prima papà tornò tardi e mi trovò ancora a studiare, cosa rara per me, ma dovevo recuperare tutto in una volta in extremis. La mattina feci l’interrogazione e poi andai alla partita. Quando arrivai allo stadio lo vidi già lì, in piedi davanti a tutti, e mi sembrò strano…".

Perché?

"Veniva poco a vedermi e, quando capitava, si nascondeva con cappello e sigaro per non farsi riconoscere. Quel giorno giocai alla grande: tunnel, assist e gol. Alla fine disse 'bravo' e mi diede dei soldi come premio. Gli chiesi: 'Allora ti sono piaciuto in campo?'. E lui: 'Hai giocato benino, ma questi te li do per il sette nell’interrogazione'. Era fatto così: il calcio è importante, ma altre cose lo sono di più".

Nell’ultima intervista alla Gazzetta suo padre aveva detto di aspettare il momento in cui avrebbe riabbracciato suo nonno Valentino. Come lo immagina adesso? 

"C’è una foto che custodiamo tra le cose più preziose: lui bambino, Valentino che gli allaccia le scarpe. Magari succederà la stessa cosa, anche se adesso saranno grandi uguali. È bello, però, pensarli insieme e felici. Se esiste quello che tutti speriamo, papà sarà con lui e con tanti amici, con tutta la gente che gli ha voluto bene. Con avversari mitici come Puskas e Di Stefano, battuti nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real, e con compagni e fratelli come Giacinto. Poi discuterà di nuovo col Mago su quale sia la posizione migliore per lui".

Quali gol si terrà sempre dentro?

"Certe immagini le abbiamo viste e riviste insieme. Il famoso gol contro il Vasas, quando scartò tutti: raccontava che i compagni urlavano 'Tira, tira', ma lui non tirava mai. Poi quello in Nazionale contro la Svizzera: sei palleggi senza far cadere il pallone e oplà. Le due reti al Real sembrano facili, ma non lo sono: c’erano qualità e rapidità di un giocatore unico. Lo ha aiutato anche non aver avuto grossi infortuni in carriera, a differenza del suo campione preferito…".

Chi era?

"Per Ronaldo perdeva il senno. Tornava a casa dopo gli allenamenti e mi raccontava: 'Oggi guardavo il Fenomeno e pensavo che avrebbe fatto quella finta lì. Invece ogni giorno se ne inventa una diversa, a una velocità impossibile'. Papà mi ha sempre ripetuto che è l’allenamento a fotografare davvero un giocatore, ma Ronaldo faceva le stesse cose anche in partita".

Su chi poggia oggi questa grande eredità interista?

"Non serviva la doppietta di Roma per dire Lautaro. Lo ha conosciuto e apprezzato fino all’ultimo. Gli piaceva lo spirito e diceva: 'Questo è un capitano vero'. Una delle ultime volte alla Pinetina gli chiese: 'Ma tu come li tieni a bada i ragazzi?', cioè i compagni. Lautaro rispose: 'Se devo riprenderli, non mi faccio problemi'. Ecco, papà amava questo, il suo carattere. E poi Lautaro è semplice, umile, per questo un po’ Mazzola. Ma vorrei che tutto il calcio tornasse a essere proprio Mazzola, ma anche Rivera, Riva, Facchetti, Zoff…".

In che senso?

"Mio padre e quelli che ho citato sono stati delle stelle, senza mai smettere di essere uomini comuni. Il mondo è cambiato, ma chi gioca a calcio non dovrebbe mai dimenticare da dove ha iniziato, il campo in cui ha dato il primo calcio. Nel caso di Sandro Mazzola era il Filadelfia: in fondo, già quel giorno è stato scritto il suo destino. Come spegnersi nel centenario di San Siro, la sua chiesa: pensate davvero sia un caso?".

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