La Lazio ha imparato a ringhiare: i segreti di Gattuso che hanno portato a un avvio da record
La Gazzetta dello Sport

La Lazio ha imparato a ringhiare: i segreti di Gattuso che hanno portato a un avvio da record

Domenica 20 settembre 2026
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I biancocelesti non erano mai partiti così bene nella loro storia. La ricetta? Calcio fluido, giocatori rigenerati e un allenatore che ha saputo trasformare un'estate difficile nel carburante perfetto

I biancocelesti non erano mai partiti così bene nella loro storia. La ricetta? Calcio fluido, giocatori rigenerati e un allenatore che ha saputo trasformare un'estate difficile nel carburante perfetto

Stefano Cieri Giornalista 20 settembre - 16:57 - ROMA English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Un miracolo sportivo. Difficile definire in maniera meno roboante quello che Rino Gattuso e la Lazio hanno fatto nelle prime cinque giornate di campionato. Tredici punti conquistati grazie a quattro vittorie e un pareggio, un bottino che mai la formazione biancoceleste aveva realizzato. Neppure negli anni in cui vinse i suoi due scudetti. Un’impresa che, oltre a questo record storico, ha regalato ai biancocelesti pure il primato in classifica, insieme con Roma e Inter. Un vero e proprio exploit che nessuno avrebbe osato pronosticare. E che invece è reale e pure meritatissimo. Perché la Lazio ha ottenuto questi risultati in maniera cristallina ed esprimendo un calcio a tratti spettacolare.

il gioco

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Ecco, il gioco. È la sorpresa nella sorpresa. Gattuso (è stato lui stesso a farlo notare, tra l’amarezza e l’autoironia) è prigioniero del suo soprannome da giocatore, Ringhio. Ma da allenatore (“che è un mestiere completamente diverso”, non si stanca di sottolineare Rino) il suo è tutto un altro calcio. Lo aveva fatto vedere al Milan e al Napoli, anche se magari pochi se ne accorsero. In Nazionale non ha avuto tempo. Ora alla Lazio sta sublimando questa propensione al bel gioco. Il suo calcio è moderno, aggressivo, ma fatto pure di fine palleggio. E soprattutto non è di facile lettura (specie per gli avversari). Di base Rino fa giocare la squadra con un 4-3-3. E tale è in fase difensiva senza correttivi. Ma in fase offensiva si trasforma in una sorta di 3-3-4. I due terzini salgono a centrocampo, il play basso (ora Belahyane) arretra tra i due centrali difensivi che diventano “braccetti”. Una delle due mezzali (a volte Frattesi a volte Taylor) fa il centrale di centrocampo tra i due terzini, l’altra mezzala affianca il centravanti per un attacco a 4 punte. Un sistema che è anche una girandola continua, per questo per gli avversari è complicato trovare le contromisure.

le motivazioni

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“Cosa ci ha detto il mister nell’intervallo? Ha urlato di tutto e ha pure rotto alcuni oggetti…”, ha rivelato Noslin nel dopopartita di Venezia. C’era da scuotere la squadra dopo un primo tempo imbarazzante e Rino lo ha fatto a modo suo. Sì, perché ci sono alcune cose in cui Gattuso è rimasto Ringhio pure da allenatore. Quello delle motivazioni è uno di questi aspetti. Il tecnico ha ammesso: “Con i giocatori sono un martello. E continuerò sempre ad esserlo”. Il suo “pressing” però non è mai fine a se stesso, ma sempre finalizzato ad ottenere un miglioramento a livello individuale e collettivo. Sempre perseguito attraverso il dialogo, però. L’allenatore moderno non può essere solo uno stratega, deve anche essere un fine psicologo. E Gattuso sta dimostrando di saper curare molto bene anche questo aspetto. I giocatori sono tutti motivatissimi, compresi quelli che giocano meno.

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i rigenerati

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L’ex ct della Nazionale è stato così bravo, sotto quest’ultimo punto di vista, da riuscire a recuperare alla causa anche i giocatori finiti ai margini e in alcuni casi ritenuti non all’altezza della situazione. L’ultima scommessa vinta è quella di Tijjani Noslin, riproposto come prima punta nelle ultime due partite e in entrambe a segno. Gol e prestazioni che hanno consentito all’olandese di scavalcare Pinamonti (ancora in ritardo di condizione) e diventare lui il centravanti titolare. Ma prima di Noslin la stessa parabola l’hanno vissuta Tavares che è tornato agli splendidi livelli di due anni fa, il sorprendente Belahyane (sempre più brillante come regista), Cancellieri (ormai sistematicamente preferito a Isaksen) e lo stesso Floriani lanciato titolare dopo lo stop di Marusic.

il gruppo

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Tutti questi recuperi sono stati resi possibili anche grazie al modo in cui Gattuso ha gestito il gruppo sin dal primo giorno di ritiro. Parole chiare con tutti, lealtà, schiettezza. Con questi ingredienti il tecnico si è fatto conoscere e apprezzare dal gruppo. “Per uno come lui si va alla guerra senza remore”, ha detto Frattesi. Frase un po’ forte, specie di questi tempi, ma che rende perfettamente l’idea di quanto sia strettissimo il legame tra allenatore e giocatori. Rino non ha fatto figli e figliastri e soprattutto ha dimostrato in concreto di essere uno “vero”. Ha detto no a Icardi (il contratto con l’ex interista doveva solo essere firmato) perché si era esposto con Pinamonti e Gudmundsson quando i due attaccanti erano in procinto di trasferirsi alla Lazio. E non poteva rimangiarsi tutto. Avrebbe perso la fiducia dei due giocatori e forse dell’intero gruppo. Così invece l’ha guadagnata in maniera esponenziale.

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l'ambiente

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“Se non ci fossero stati tutti questi casini non sarei mai venuto alla Lazio”, ha detto Gattuso a metà tra il serio e il faceto. Una battuta che nasconde però anche molta verità. Le sfide impossibili lo hanno sempre affascinato, anziché allontanato come accade per altri. La situazione ambientale unita ad un mercato a saldo zero non facevano presagire nulla di buono. Gattuso è stato straordinario nell’evitare che questo diventasse un alibi per lui e per i giocatori. Lo ha anzi trasformato in uno stimolo a fare ancora di più e ancora meglio. E i fatti gli stanno dando ragione.

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