Forciniti: “Mi sono allenata anche alle 5 di mattina, non volevo fare un reality tanto per farlo”
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Forciniti: “Mi sono allenata anche alle 5 di mattina, non volevo fare un reality tanto per farlo”

Mercoledì 23 settembre 2026
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La medaglia di bronzo nel judo a Londra 2012 racconta il ritorno alla competizione nel programma Netflix, la preparazione iniziata anche alle cinque del mattino e il rapporto con una mentalità da atleta che non l’ha mai abbandonata

La medaglia di bronzo nel judo a Londra 2012 racconta il ritorno alla competizione nel programma Netflix, la preparazione iniziata anche alle cinque del mattino e il rapporto con una mentalità da atleta che non l’ha mai abbandonata

Nancy Gonzalez Ruiz Giornalista 23 settembre - 15:18 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Dopo il bronzo di Londra 2012, Rosalba Forciniti aveva già immaginato una vita diversa. Quella avrebbe potuto essere la sua prima e ultima Olimpiade, raccontava allora: voleva costruire una famiglia, provare altro e non escludeva nemmeno la televisione. Quattordici anni dopo, quella possibilità è arrivata con Physical Italia: da 100 a 1. Nel mezzo ci sono stati due figli, alcuni tentativi di ritorno sul tatami, il lavoro con i giovani e una carriera agonistica lasciata andare un pezzo alla volta. Poi una telefonata ha riacceso qualcosa di familiare: la necessità di avere un obiettivo e prepararsi per raggiungerlo.

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Rosalba, dopo Londra avevi già in mente una vita molto diversa da quella dell’atleta? 

“Sì. Arrivavo da uno sport di contatto che ti consuma tantissimo. A Londra gareggiai con una mano rotta venti giorni prima e venivo già da molti altri infortuni. Mi ero detta: faccio questa Olimpiade e poi voglio altro. Volevo una famiglia, volevo andare in palestra come una persona normale, vivere lo sport anche come piacere. Quando sei un professionista, invece, lo sport è un lavoro”. 

Poi però sul tatami hai provato a tornarci più di una volta. Quando hai capito che le priorità erano davvero cambiate?

“Dopo Londra ricevetti anche alcune proposte televisive, ma aspettavo mia figlia e la priorità diventò lei. Poi tornai nel 2013, feci tre gare che andarono molto bene e mi fermai di nuovo. Più avanti provai ancora a ripartire, ma i miei figli erano piccoli e sentivano la mia assenza. Io ragiono molto per priorità: in quel momento erano loro. È stata una scelta difficile, ma era quella giusta”. 

La televisione, però, era già comparsa nei tuoi pensieri allora. Che cosa ti ha convinta, tanti anni dopo, a dire sì proprio a Physical Italia: da 100 a 1? 

“Mi chiamò Marco Maddaloni. Ero appena rientrata da una gara che era andata male ed ero parecchio arrabbiata. Quando mi parlò del programma, la prima cosa che gli dissi fu: ‘Non voglio fare un reality tanto per fare televisione’. Lui mi rispose: ‘Guarda che qui non si scherza, ti devi allenare’. E allora ho iniziato a pensarci seriamente”. 

E infatti la preparazione è diventata subito parte della sfida: hai confessato di esserti allenata anche alle cinque del mattino. 

“Dovevo incastrare tutto con i figli, il lavoro e la famiglia. Se sapevo che il giorno dopo non sarei riuscita ad allenarmi, cercavo di recuperare prima. Avevo ancora diversi problemi fisici e vecchi infortuni, ma volevo arrivare pronta”. 

Una volta dentro, quale parte di te volevi mettere davvero alla prova? 

“Fisicamente sapevo di essermi preparata bene, ma volevo vedere come avrei reagito davanti a qualcosa che non conoscevo. Nel judo sei abituato all’imprevisto: quando vai in gara puoi trovarti davanti chiunque e puoi vincere o perdere con chiunque. Cresci con l’idea di dover essere pronto a tutto”. 

Il judo, però, ti ha abituata per una vita a dipendere soprattutto da te stessa. Che rapporto hai avuto con le prove nelle quali, invece, serviva fidarsi anche degli altri?

“È stata una delle cose più particolari. Nel nostro gruppo eravamo tutti fighter e questa cosa ci ha aiutati: ci siamo capiti subito, ci siamo sostenuti. Però per me è stato interessante proprio imparare ad affidarmi a qualcun altro”. 

Dopo Londra avevi detto che avresti fatto volentieri televisione se fosse servita anche a dare più visibilità al judo. Quattordici anni dopo, a che punto siamo? 

“Indietro, perché credo che ci sia ancora bisogno di portare questo sport fuori dal tatami. Più di ogni altro sport, il judo ti insegna lo spirito di adattamento. Nel nostro mondo impari a stare bene negli alberghi più belli e in quelli peggiori, a convivere con la fatica, il dolore, la fame e la sete in tutti i sensi. Non soltanto quella di vittoria. Impari che non tutto è comodo e non tutto arriva quando vuoi tu. Se oggi sono quella che sono lo devo tantissimo anche a questo sport”. 

Quello spirito di adattamento resta. Ma c’è qualcosa della mentalità dell’atleta che, invece, hai dovuto imparare a ridimensionare?

 “Io ho sempre vissuto tutto come un’ossessione, con la sensazione che quello che raggiungo non basti mai. Una qualità che porta lontano, ma che può trasformarsi in un limite, perché rischia di non farti essere mai davvero felice. È una cosa sulla quale lavoro quotidianamente”. 

È difficile trovare un nuovo equilibrio quando per anni sei stata educata a volere sempre qualcosa in più? 

“Resta. Appena raggiungi un obiettivo, ne vuoi un altro. Poi la carriera finisce, hai una famiglia, una vita diversa, ma quella parte della testa rimane. E quando sei sola con te stessa, prima o poi devi farci i conti. Credo succeda a tanti atleti, anche se non tutti lo raccontano”. 

Oggi qual è l’obiettivo che senti più tuo? 

“Essere un esempio per i miei figli. Non voglio che diventino campioni olimpici, non mi interessa. Vorrei che lo sport insegnasse loro quello che ha insegnato a me: disciplina, sacrificio, adattamento, rispetto. Che li aiuti a diventare persone migliori”.

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