Saviola: "Conejo? No, io sono il Pibito. Amorim allenatore? Non me l'aspettavo. E su Messi e Yamal..."
L’ex numero 7 della Nazionale argentina racconta i campioni incontrati in carriera e Toni al Verona. "Zero rimpianti, anche quando gli altri dicevano che avrei potuto fare di più"
L’ex numero 7 della Nazionale argentina racconta i campioni incontrati in carriera e Toni al Verona. "Zero rimpianti, anche quando gli altri dicevano che avrei potuto fare di più"
Filippo Rubulotta 23 settembre - 22:44 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleFu la risposta del Barcellona al trasferimento di Zidane al Real Madrid, ma quel paragone non diventò mai un problema. Testa alta, altissima, magari incrociando il sorriso contagioso di Ronaldinho e quella voglia matta di spaccare il mondo. Javier Saviola, per tutti “El Conejo”, per altri il giocatore più forte di Football Manager 2000, fa fatica a rimettere in ordine i pezzi del suo personale puzzle calcistico. Messi, Dinho, il fratello Aimar, la facilità con cui Toni gli liberava praterie al Verona. Criticare dalla poltrona è facile, inseguire i sogni che avevi da bambino molto meno. Saviola quei sogni li ha vissuti e oggi li guarda senza rimpianti: "Non ho mai pensato che avrei potuto dare di più".
Javier, oggi cosa fa?
"Vivo felice con mia moglie e i miei due figli. A livello professionale sono agente di giocatori: quest’anno abbiamo fondato la Creer Group con altre due persone. Mi occupo anche del Barcellona e dei Barça Legends, per alcuni anni ho allenato il Juvenil A. Sono inoltre ambasciatore della nazionale argentina e presidente onorario delle scuole calcio del River, sia in Argentina sia all’estero. La formazione dei ragazzi mi prende molto: dà soddisfazione trasmettere loro la mia esperienza e, soprattutto, dei valori".
Che compagno era Rúben Amorim al Benfica?
"Rúben era uno di quelli che facevano bene a uno spogliatoio. Abbiamo vinto il campionato portoghese con la squadra di Jorge Jesus, un gruppo che aveva una grande sintonia dentro e fuori dal campo. Amorim era fondamentale: giocava con continuità, ma soprattutto era sempre disponibile con i compagni e cercava di tenere unito il gruppo. Parlava spesso di tattica e tecnica. Sinceramente, non avrei mai immaginato che sarebbe diventato l’allenatore che conosciamo oggi. All’epoca per me era semplicemente Rúben, il mio compagno di squadra".
Aveva carattere?
"Diciamo che si faceva sentire, sì (ride, ndr.). Voleva sempre il meglio dai compagni e dal gruppo e cercava di sostenere la squadra in ogni situazione, sia quando giocava sia quando non toccava a lui scendere in campo. Questa, secondo me, era la sua più grande virtù: la professionalità e il buon senso nei confronti della squadra. Ci sono giocatori che si fanno vedere soprattutto quando giocano, mentre Rúben cercava sempre di aiutare. Era un ragazzo di grande carattere, personalità e professionalità. E questa mentalità si vedeva già allora".
Che differenza vede tra Messi e Yamal?
"Quando vidi Messi alla Masia mi trovai davanti a qualcosa che non avevo mai visto: la velocità delle giocate, il dribbling, la personalità con cui chiedeva il pallone e un’intelligenza incredibile. Yamal è ancora all’inizio e non bisogna mettergli uno zaino troppo pesante sulle spalle, ma sta andando nella direzione giusta per diventare uno dei migliori al mondo. Sono giocatori diversi, evitiamo di fare paragoni. Messi ha già lasciato un segno nella storia, mentre Lamine ha ancora tutto il futuro davanti. Non possiamo sapere fino a dove arriverà, ma può essere protagonista per molti anni".
Yamal aveva appena 15 anni quando lo allenava nelle giovanili del Barça.
"Non ricordo una giocata precisa, perché Yamal era uno di quei giocatori che passavano il tempo a creare e inventare. In ogni allenamento e in ogni partita riusciva a sorprenderci, anche nelle gare che giocavamo per divertirci. La cosa che mi colpiva di più, però, emergeva quando la squadra era in difficoltà. Se stavamo perdendo o dovevamo rimontare, Lamine riusciva a mantenere una mentalità positiva e vincente. Aveva la capacità di ribaltare le situazioni sfavorevoli. Era questa, più di una singola giocata, la caratteristica che mi impressionava".
Cosa pensò quando guardò Messi per la prima volta?
"Rexach continuava a insistere perché andassi a vedere Messi: mi diceva che era completamente diverso dagli altri. Quando lo vidi, capii subito cosa intendesse: faceva cose che gli altri non facevano, nonostante fosse giovanissimo. Tornato a casa dissi alla mia famiglia: 'Siamo nelle mani di un bambino. Se continua così, questo ragazzo arriverà molto in alto'. Il Barcellona è una fabbrica di talenti, ma se uno riesce a emergere tra tutti quei ragazzi significa che ha qualcosa di speciale. Rexach aveva ragione: Messi era uno di quei talenti che nascono con un dono in più".
Che ricordo ha della sua esperienza a Barcellona?
"Il mio arrivo a Barcellona fu molto positivo. Mi adattai rapidamente e il calcio spagnolo ed europeo si adattavano bene alle mie caratteristiche, anche grazie alla qualità dei compagni. Ho avuto la fortuna di giocare in uno dei club più importanti del mondo con grandi campioni. Quando ho smesso, non ho avuto il rimpianto di pensare che avrei potuto dare di più: in ogni squadra ho cercato di dare tutto quello che avevo. Ancora oggi tante persone ricordano il mio calcio con grande affetto, anche legandolo alla loro infanzia".
VIDEO: Messi, una maglia dell'Argentina speciale per l'ultima partita con la nazionaleCome visse l’arrivo in un club così grande?
"Fu qualcosa di impressionante: arrivavo dal Mondiale Under 20 in Argentina e trovai tantissima gente ad aspettarmi. Avevo 19 anni e sapevo di dovermi adattare a un calcio nuovo, ma non sentii mai il peso della pressione, né della gente né della stampa. Mi diedero la possibilità di giocare con tranquillità e felicità. In quel periodo arrivò anche Zidane, ma non mi sono mai creato il problema del confronto: avevo 19 anni e sapevo cosa rappresentasse Zidane per il calcio. Paragonarmi a uno dei migliori della storia sarebbe stato un errore. Pensavo soltanto a giocare, assumermi le mie responsabilità e ripagare il Barcellona della fiducia".
Meglio "Pibito" o "Conejo"?
"Mi piace molto “El Pibito”. Me lo diede Ramón Díaz quando iniziai a giocare in Prima Divisione con il River e, proprio perché è stato il primo, ha un significato speciale. “El Conejo”, invece, è quello con cui mi conosce praticamente tutto il mondo: me lo diede Germán Burgos, sempre al River, e da lì è rimasto. Quando sono arrivato in Europa tutti mi chiamavano “El Conejo” e ancora oggi è così. Ma io preferisco “El Pibito”. Rappresenta l’inizio della mia carriera e ha un significato particolare per me. Anche “Pibe” è un termine che mi è sempre piaciuto".
Di Toni al Verona cosa ci dice?
"Mi è sempre piaciuto giocare con un centravanti d’area, forte fisicamente e con il senso del gol. Io ero più portato per il gioco, la tecnica e la ricerca degli spazi. Ho avuto il privilegio di giocare con Kluivert, Toni, Hernán Crespo, Cardozo e tanti grandi numeri nove. Con Luca, a Verona, abbiamo avuto poco tempo insieme, ma ho imparato tantissimo. Era un goleador straordinario, fortissimo fisicamente e capace di inventarsi le giocate anche da solo. Abbiamo formato una buona coppia d’attacco. Oltre a essere stato un grandissimo giocatore, è una grande persona e ho un bellissimo ricordo di lui".
Cosa ha imparato dai grandi compagni avuti in carriera?
"Da tutti ho imparato qualcosa, non solo dal punto di vista calcistico. Messi, mentre diventava quello che sarebbe stato il più grande, è rimasto sempre la stessa persona: umile, rispettoso e vicino agli altri. Aimar per me è come un fratello: siamo cresciuti insieme e mi ha insegnato molto, anche nella vita. Ho sempre ammirato la sua sensibilità calcistica e umana. Di María, invece, è un esempio che possono vedere solo le persone a lui più vicine: nonostante una storia difficile e i sacrifici della sua famiglia, non si è mai arreso diventando una leggenda e poi c’era l’eccezione…".
Chi?
"Ronaldinho era la felicità assoluta nel calcio. Lo vedevo arrivare all’allenamento con il sorriso e andare via nello stesso modo: sembrava quasi impossibile toglierglielo. Non capivo come facesse ad avere sempre quella leggerezza, ma si attivava come un effetto placebo: bastava stargli vicino per farsi trascinare. Aveva un modo di vivere il calcio completamente diverso, come se ogni allenamento fosse un gioco. E questa cosa la trasmetteva a tutti, dentro e fuori dal campo".
Segue ancora il calcio italiano? C’è un giocatore che le piace?
"Mi piace molto il calcio italiano e lo seguo ancora. Mi piacerebbe vedere il Verona tornare a vincere, anche perché ho un affetto particolare per l’Hellas, dove ho giocato. Seguo molto l’Inter, il Milan e le squadre che hanno argentini. All’Inter, in particolare, ho seguito tanti grandi argentini, dal Cuchu Cambiasso al Pupi Zanetti. Oggi guardo molto anche Lautaro: è un giocatore che mi piace tantissimo, tra i migliori in circolazione. Seguo l’Inter anche per lui. Però il Verona resta speciale per me, proprio per il fatto di averci giocato".
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