Iaquinta: "Ho vinto un Mondiale, mi considerano un mafioso. Quando Spalletti mi spaccò a braccio di ferro..."
La Gazzetta dello Sport

Iaquinta: "Ho vinto un Mondiale, mi considerano un mafioso. Quando Spalletti mi spaccò a braccio di ferro..."

Giovedì 24 settembre 2026
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L'ex attaccante si racconta alla Gazzetta. "Il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Le pistole? Un'ingenuità, erano regolarmente dichiarate. L'Udinese con me, Di Natale e Spalletti era 10 anni davanti a tutti. Conte voleva tenermi alla Juve ma..."

L'ex attaccante si racconta alla Gazzetta. "Il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Le pistole? Un'ingenuità, erano regolarmente dichiarate. L'Udinese con me, Di Natale e Spalletti era 10 anni davanti a tutti. Conte voleva tenermi alla Juve ma..."

Lorenzo Cascini Giornalista 24 settembre - 08:27 - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Vincenzo Iaquinta lotta da dieci anni. Non si dà pace,  rimasto imbrigliato in una morsa che ogni giorno lo stringe sempre di più. “Finiranno per ammazzarmelo”. Già, perché il padre dell’ex attaccante è accusato di essere una figura strategica delle cosche emiliane legate all‘ndrangheta ed è in carcere - al 416 bis - dal 2015. “Prima mi chiamavano ‘campione del mondo’, oggi sono considerato un mafioso. È un accanimento incredibile. Paghiamo per il cognome, non per altro”. Quando ne parla lo sguardo si spegne, gli occhi cambiano espressione, quella di tipica di chi vuole continuare a combattere anche se incassa un montante dopo l’altro.

Iaquinta, oggi si parla di lei più per le condanne e i problemi giudiziari che per il calcio. 

“È davvero triste. Io ho giocato 15 anni ad alti livelli, fatto una tripletta in Champions e ho vinto un Mondiale… eppure il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi, da cui veniamo risucchiati a ogni sconfitta”. 

Proviamo a ricostruire: nel 2012 suo padre Giuseppe è stato coinvolto nell’operazione “Aemilia”, il più grande processo in Emilia Romagna contro la ‘ndrangheta.

“Finiranno per ammazzarmelo lì in carcere. Ci hanno gettato addosso una quantità immensa di fango. Una volta che scivoli nelle sabbie mobili, è difficile uscirne. Ho fiducia nella giustizia, ma così è dura. Lotterò per dimostrare la sua innocenza. È la battaglia della mia vita. Noi con la mafia non c’entriamo nulla, ci fa schifo”. 

Nell’accusa è stato condannato anche lei, con pena sospesa, per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili, ceduti a suo padre.

“È stata un’ingenuità, ma non fa di me un criminale. Le pistole erano regolarmente dichiarate, mio padre le ha prese senza informare dello spostamento. Mi è stato contestato l'articolo 7: avrei agevolato i clan con armi legalmente detenute. Una follia, sono cose che ti rovinano la vita. Convivo da dieci anni con un incubo che sembra non avere fine”.

Ho vinto un Mondiale, eppure il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi"

Vincenzo Iaquinta 

Parlava lei del Mondiale. È stato il momento più bello della sua vita? 

“Sì, senza dubbio. La sensazione provata nel momento in cui Cannavaro alza la coppa è indescrivibile. Ho ancora i brividi. In trenta secondi mi sono passati davanti vent’anni di sacrifici”. 

Già dalla prima giornata, l’esordio era stato magico…

“Kuffour sbaglia un retro passaggio e mi avvento io… segnando il 2-0. Io, partito dai dilettanti, ero arrivato a fare gol in un Mondiale. Ricordo le lacrime di mio padre dopo la partita, è anche suo e di mia mamma quel gol”. 

Quale era il segreto di quel gruppo? 

“Semplice, stavamo bene insieme. Eravamo uno spogliatoio di pazzi, consapevoli di poter raggiungere un sogno. E poi… quanti scherzi! Pirlo e Gattuso erano come cane e gatto, ma anche Materazzi, De Rossi e Totti, era un continuo prendersi in giro. E poi eravamo umili: molti di noi arrivano da squadre di provincia”.

Capitolo allenatori. Il primo a credere in lei fu Spalletti, un flash? 

“Che anni a Udine! Avevamo un gioco spettacolare, Luciano era dieci anni avanti a tutti. Le racconto questa: io in spogliatoio ero il campione di braccio di ferro, battevo tutti. Un giorno si presentò lui, mi sfidò e a momenti mi spaccava il braccio. Tre secondi e via. ‘Così la smetti di fare il bischero’, mi disse. Questo è Spalletti. In campo è un martello, ma fuori sa come fare gruppo”. 

Poi Lippi, il mister del Mondiale. 

“So che stravedeva per me già dai tempi in cui allenava la Juve. Io per lui ho fatto l’esterno, la seconda punta e il centravanti, ma avrei fatto anche il portiere. Ha saputo compattare il gruppo, è stato un allenatore speciale. Mi ha portato anche ai Mondiali in Sudafrica, pure se lì ero mezzo rotto”. 

Già, gli infortuni. Tasto dolente della sua carriera… 

“Mi hanno fermato troppe volte. A livello mentale sono stati tremendi: entri in campo con la paura, hai paura di farti male in continuazione. Anche alla Juventus, dopo l’arrivo di Conte. E vorrei raccontare una cosa, se posso”. 

Prego. 

“Quando è arrivato Antonio mi voleva tenere. Mi portò in ritiro e mi disse ‘Vediamo come va’. Giocavo, stavo bene. Poi ecco l’ennesimo infortunio. Conte mi chiamava ogni giorno per sapere come stessi, sperava in un mio ritorno. Dopo l’ultimo stop s’è dovuto arrendere pure lui. Non aver giocato per lui resta un rimpianto che mi porto dentro”.

Ora prima di salutarla, ripeschiamo un paio di cartoline. Lei era uno dei frontman di quell’Udinese arrivato fino in Champions. Ricordi? 

“Eh… con Spalletti allenatore, che partite! Io e Di Natale davanti, eravamo imprendibili. Io all’esordio, pronti via, faccio tripletta contro il Panathinaikos. Poi la sfida al Barcellona… insomma tante belle soddisfazioni”.

A lei gli esordi hanno sempre portato bene… 

“Sì, facevo sempre gol. In Nazionale, al Mondiale, con la Juventus e anche con il Cesena. Pure in Romagna, dove con Mutu eravamo una grande coppia”. 

A proposito di campioni, chi l’ha impressionata di più in 15 anni di carriera? 

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“Ho giocato con tantissimi fuoriclasse, ma se devo fare un nome dico Buffon. Era impressionante. Quando in allenamento decideva che non avremmo fatto gol, potevamo anche andare a fare la doccia. Non c’era verso, non segnavi mai. È il portiere più forte della storia”.

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