Minguzzi: “Il reality non è un gioco, sono tornato a sentirmi atleta. Mi ha sorpreso Federica Pellegrini...”
L’oro olimpico nella lotta di Pechino 2008 racconta il ritorno alla competizione nel programma Netflix, sei mesi di preparazione incastrati tra lavoro e famiglia e quella sensazione che pensava di aver lasciato alle spalle: "Mi mancava il sapore della sfida"
L’oro olimpico nella lotta di Pechino 2008 racconta il ritorno alla competizione nel programma Netflix, sei mesi di preparazione incastrati tra lavoro e famiglia e quella sensazione che pensava di aver lasciato alle spalle: "Mi mancava il sapore della sfida"
Nancy Gonzalez Ruiz Giornalista 24 settembre - 15:51 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleA 43 anni Andrea Minguzzi pensava di aver lasciato alle spalle da tempo quella sensazione: prepararsi per mesi, sentire l’ansia salire prima di una prova e poi entrare con un solo pensiero, dare tutto. Oro olimpico nella lotta greco-romana a Pechino 2008, l’ha ritrovata quasi per caso in Physical Italia: da 100 a 1. Un gioco, certo. Ma fino a un certo punto. “Gli altri magari riuscivano a viverla più come un gioco. Io no: quando gareggiavo, gareggiavo davvero”. Per arrivarci si è preparato sei mesi, incastrando allenamenti, lavoro da tecnico e una famiglia con tre figli. “Da atleta allenarmi era il mio lavoro. Stavolta ho dovuto farlo come tutti i comuni mortali”.
VIDEO: Physical Italia, Alvise Rigo: "Federica Pellegrini? Mi ha sorpreso più di tutti"Andrea, che esperienza è stata per te Physical Italia: da 100 a 1?
“Bella e completamente nuova. Qualcosa in televisione avevo già fatto, ma mai una cosa del genere: venticinque giorni dentro una struttura, praticamente rapito dagli alieni con la luce accesa tutto il giorno... A 43 anni non pensavo certo di ritrovarmi in una situazione così. Ma soprattutto è stato bello tornare, anche se in una forma diversa, a sentirmi atleta. Rimettermi in gioco, sfidarmi, competere anche con ragazzi molto più giovani e allenati di me. Mi mancava il sapore della sfida”.
Quando è arrivata la chiamata, qual è stata la tua prima reazione?
“Mi dissero che stavano preparando un programma con degli atleti che si sarebbero sfidati e io avevo già visto la versione coreana. La prima cosa che ho risposto è stata: ‘Ma con me che ci dovete fare?’. Poi mi hanno detto che mi vedevano ancora discretamente in forma e ho chiesto quando si sarebbe registrato. Era gennaio, mi dissero agosto. Ho fatto due conti: sei mesi. ‘Va bene, allora mi rimetto in forma’. E da lì è diventato un obiettivo vero”.
Sei mesi di preparazione, ma dentro una vita completamente diversa da quella che avevi da atleta.
“Esatto. Oggi sono allenatore, ho tre figli, una famiglia, il lavoro e tutti gli altri impegni. Dovevo ritagliarmi gli spazi per allenarmi come fanno tutti i comuni mortali. Quando ero atleta, invece, avevo l’intera giornata costruita intorno all’allenamento, a volte persino troppo. Anche questo è stato interessante: capire come rimettermi in forma partendo dall’Andrea di oggi e non da quello che ero”.
E quando arrivava il momento della prova, che cosa ritrovavi delle sensazioni che conoscevi da atleta?
“Ogni volta che mi avvicinavo a una prova sentivo quella specie di ansia, quella paura di non riuscire a fare bene. Ma è la stessa che avevo da atleta ed è anche quella che ti aiuta a rendere di più. Potevano ripetermi quanto volevano che fosse un gioco: io entravo, cercavo di studiare la prova, capire come affrontarla e dare tutto. Quando gareggiavo, per me diventava una cosa seria”.
Hai percepito una differenza tra chi arrivava dallo sport agonistico ad alto livello e chi invece aveva un percorso diverso?
“Molta. Un atleta è abituato ad affrontare la competizione in un certo modo. Io entravo nelle prove come se fossero gare vere. Alcuni concorrenti che arrivavano più dal mondo social o dello spettacolo riuscivano a prenderla maggiormente come un gioco, e magari avevano anche ragione loro. Io non ci riuscivo. Appena partiva la gara, partiva anche la testa dell’atleta”.
Tra cento concorrenti e discipline molto diverse, c’è qualcuno che ti ha sorpreso più di quanto immaginassi?
“Tanti. C’erano ragazzi del calisthenics che facevano cose lontanissime dal mio mondo e mi impressionavano proprio per quello. Ma una persona che mi ha sorpreso è stata Federica Pellegrini. Pensavo potesse essere meno forte fuori dall’acqua: istintivamente immagini che chi ha costruito il proprio fisico per performare in piscina possa essere meno efficace sulla terra. Invece l’ho vista molto agguerrita e capace anche nelle prove più fisiche”.
Prima parlavi del “sapore della sfida”. Quanto ti sei accorto che ti mancava davvero?
“Tanto. Dopo mesi di allenamento avevo finalmente qualcosa per cui mettermi alla prova. Se ti alleni e basta, a un certo punto manca l’obiettivo. Ovviamente poi devi fare i conti con l’età e con la realtà: non posso pensare di tornare a fare l’atleta. Però Physical mi ha restituito per un periodo qualcosa che mi mancava”.
Guardando invece alla tua carriera, che rapporto hai oggi con i rimpianti?
“Ne ho mille. Credo che chi arriva a grandi risultati spesso abbia perfino più rimpianti che soddisfazioni, perché per diventare campione devi essere uno che non si accontenta mai. La mia carriera internazionale si è chiusa dopo il percorso verso Londra 2012: non riuscii a qualificarmi, avevo avuto diversi problemi fisici e poi provai ancora a prepararmi per i Mondiali, ma mi feci nuovamente male al gomito e dovetti operarmi. Da atleta pensi sempre a quello che avresti potuto fare in più. Poi oggi mi fermo, guardo tutto con un po’ più di calma e mi dico: ho vinto l’Olimpiade, quello che sognavo da bambino e che sognano tutti gli atleti. Come potrei lamentarmi?”.
E se ai rimpianti dovessi affiancare un grazie, a chi andrebbe per primo?
“Ai miei genitori, sicuramente. Mio padre è stato quello che mi ha portato alla lotta e loro mi sono sempre stati vicini. E poi agli allenatori che mi hanno formato. Se devo fare un nome, Carlo Marini, che era il mio direttore tecnico quando ho vinto l’Olimpiade e che ancora oggi considero un amico e un mentore. Ho vinto l’oro il 14 agosto e da allora, ogni 14 agosto, ci vediamo con le nostre famiglie e andiamo a mangiare insieme. È diventata una tradizione”.
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