Coppa America, la missione degli statunitensi, imbattuti per 130 anni: riportare la brocca a casa
La Gazzetta dello Sport

Coppa America, la missione degli statunitensi, imbattuti per 130 anni: riportare la brocca a casa

Venerdì 25 settembre 2026
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American Racing Challenger è l’erede di una storia gloriosa fatta di magnati, campionissimi e barche entrate nel mito. Perché la Regata per eccellenza non potrebbe esistere senza gli statunitensi, che vinsero la prima volta e difesero il trofeo per 24 volte, dal 1851 al 1983...

American Racing Challenger è l’erede di una storia gloriosa fatta di magnati, campionissimi e barche entrate nel mito. Perché la Regata per eccellenza non potrebbe esistere senza gli statunitensi, che vinsero la prima volta e difesero il trofeo per 24 volte, dal 1851 al 1983...

Maurizio Bertera 25 settembre - 11:34 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Un’America’s Cup senza barche statunitensi diventa più povera persino di un Mondiale F1 senza la Ferrari o la Mercedes, non fosse che per l’atto di nascita dell’evento. Il 22 agosto 1851 una goletta di nome America, con i colori del New York Yacht Club, che ha attraversato l’Atlantico prende parte a una breve regata intorno all’isola di Wight: la The Hundred Guinea Cup semplicemente perché mette in palio una brocca d’argento, bruttina e pagata appunto quella cifra dal Royal Yacht Squadron a un gioielliere di Londra. La regina Vittoria assiste alla dèbacle delle quattordici barche inglesi mentre America si porta a casa il trofeo che successivamente viene ribattezzata con il nome del primo vincitore. Il New York decide di rimettere in palio in una regata che diventerà la più importante e rappresentativa di tutti i tempi. In un modo o nell’altro, gli statunitensi lo difenderanno sino al 1983, prima nelle acque della Grande Mela e dal 1930 nella raffinata Newport. Per 24 volte, i britannici in primis ma anche francesi, svedesi, australiani vennero respinti nonostante un impegno pauroso di uomini e denaro. Basti pensare che Sir Thomas Lipton (esatto, il mito del tè) venne sconfitto per cinque volte in finale dal 1899 al 1930 mentre il transalpino Marcel Bich (l’inventore della penna a biro) non riuscì neppure ad arrivarci nel 1970 e 1974. Gli americani sembravano imbattibili.

Larry Ellison

gli americani erano imbattibili

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Lo erano per una serie di ragioni, non solo economiche perché se è vero che tra gli armatori dell’albo d’oro figura gente come John Malcom Forbes o la famiglia Vanderbilt, la superiorità era soprattutto tecnica e regolamentare. Nel primo caso, nessun Paese – va ricordato che sino agli anni ’90 l’America’s Cup proibiva di servirsi di tecnologia e personale straniero – aveva studi progettuali, cantieri e velerie a livello di quelli americani. Basti dire che il geniale Lowell North - The Pope, il Papa per ogni velista del mondo – faceva vele per tutti, ma ovviamente aveva un occhio di riguardo per i compatrioti tanto da essere a bordo nel 1977 su Enterprise, che peraltro non arrivò in finale. Non bastasse, erano i tempi in cui il New York aveva un peso politico non contrastabile: il defender si prendeva la libertà di cambiare il format dell’evento, decidere i giorni di regata, sfruttare o meno le condizioni meteo. Niente di paragonabile a quanto succede oggi dove c’è una partnership con tutti i partecipanti. Ultimo, ma non meno importante: gli Stati Uniti erano uno dei colossi della vela, con grandi campioni nelle classi olimpiche (soprattutto la Star e il Soling, barche a chiglia) e poi destinati alle campagne di America’s Cup. Non è un caso che esaurita la filiera negli anni ’90 e diventati molto più bravi i rivali, soprattutto dal punto di vista progettuale, per gli "american boys" è diventata un’impresa riconquistare il trofeo.

le rimonte impossibili

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A meno che non si impegnassero ricchissimi imprenditori come Jim Ellison, all’epoca solo mister. Oracle e nello scorso giugno secondo uomo più ricco del mondo con circa 300 miliardi di dollari di patrimonio. Impostando il team sul campione neozelandese Russell Coutts – strappato ad Alinghi - come skipper e l’australiano James Spithill come timoniere, Bmw Oracle Racing conquistò prima l’America’s Cup nel 2010 in un’altra assurda sfida a due, con i multiscafi ordinata dai giudici, contro Alinghi e tre anni dopo la difese in modo incredibile. Sotto 1 a 8 contro Emirates Team New Zealand rimontò a San Francisco sino a vincere 9 a 8. La vendetta nel 2017 a Bermuda – dove i kiwi vinsero 7 a 1, e l’impossibilità di trasformare l’America’s Cup in un circuito convinsero Ellison a mollare il salotto buono e a fondare l’attuale SailGP, sempre con Coutts come braccio destro. Un altro imprenditore Usa passato alla storia è stato Robert Edward Turner III, per tutti Ted o The Mouth of The South, la bocca del Sud in virtù delle origini dell’Ohio e di un comportamento pubblico spesso ai limiti del buongusto. I media lo paragonavano (ironicamente) al Rhett Butler di Via col Vento – interpretato da Clark Gable – per i baffetti e i proclami da Sudista. Fondatore della CNN e responsabile della fusione tra Time Warner e la sua TNT, Turner – scomparso nello scorso maggio - è stato un grande patron sportivo (Atlanta Hawks in NBA, Atlanta Braves in MLB e la famosa World Championship Wrestiling) e soprattutto un ottimo timoniere. Con l’immancabile cappellino da ferroviere, ha difeso l’America’s Cup nel 1977, regolando i soliti australiani per 4-0 ma mal sopportato dal New York Yacht Club proprio per le sue cattive maniere. E in quell’occasione per gli appassionati statunitensi divenne Captain Outrageous, giocando sul nome della barca e sulla strana condotta da skipper: alternava dotte citazioni di Orazio in latino a bestemmie da scaricatori di porto. Ma a bordo, era l’idolo assoluto. E a terra faceva divertire tutti.

la sconfitta del 1983, lo shock

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Decisamente meno folcloristico è stato l’altro nume americano: Dennis Conner, californiano di San Diego, che è stato un grande velista nelle classi olimpiche con un bronzo nel 1976 e due titoli iridati Star, all’epoca il più importante. Per lui, due difese portate a termine nel 1974 e1980. Poi la sconfitta del 1983 con gli odiati australiani: ancora oggi i battuti consideravano un’infamia la vittoria di Australia II con una chiglia innovativa e non penalizzata e ne parlano come fanno gli inglesi del gol della Mano de Dios ai Mondiali 1986. Ma la verità che la barca era semplicemente geniale, sottovalutata dagli americani e più veloce del loro Liberty. E peraltro Conner condusse la prova decisiva per tre quarti del percorso. A Big Bad – il suo soprannome, per via della stazza da bevitore di birra e della cattiveria agonistica – si deve un’altra clamorosa impresa: la riconquista nel 1987, in acque nemiche (a Fremantle, in Australia), della Vecchia Brocca. Non a caso, fu l’edizione dove gli americani si presentarono come a una guerra santa con sei sfide, compresa una di Chicago (che si affaccia su un lago, quindi ci volle una deroga al regolamento). Stars & Stripes – un nome che più patriottico non si può – liquidò il defender Kookaburra e riportò il trofeo in patria ma non nella sala del New York Yacht Club – che ovviamente lo aveva allontanato, senza mettere la testa nella bacheca come voleva la leggenda -, ma al San Diego Yacht Club. L’anno dopo difese l’America’s Cup senza problemi nell’assurda sfida tra un maxi-catamarano da 60 piedi e il monoscafo neozelandese KZ-1, lungo 37 metri e con 40 persone di equipaggio. Per Dennis, il canto del cigno fu nel 1995 quando cercando di salvare la patria velica non utilizzò la sua barca per salire su Young America, ritenuta più veloce: niente da fare, con un sonoro 5-0 Team New Zealand entrava nella storia e non ne sarebbe più uscito. Conner scese in campo senza successo nelle due campagne successive. La seconda e ultima vera armata Usa si vide nel golfo di Hauraki per la prima difesa dei neozelandesi, nel 2000: delle cinque sfide la migliore risultò America One di Paul Cayard che diede vita a un’epica finale, persa per 4 a 5, nella Louis Vuitton Cup contro la prima Luna Rossa di Patrizio Bertelli.

Ted Turner

la sfida di american racing challenger

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Dopo l’uscita di scena di Bmw Oracle Racing, ci sono stati tentativi infruttuosi di riportare a casa il trofeo di American Magic nel 2021 e 2024. A Napoli c’è la prima uscita agonistica di American Racing Challenger Team che ha recuperato praticamente tutto – a partire dall’AC75 Patriot – della precedente sfida che a Barcellona non aveva demeritato in alcune occasioni: gli ingegneri del team lo stanno rivedendo nella base di Pensacola, in Florida. A guidare la sfida – finanziata dall’inglese Chris Welch, e dal magnate ceco Karel Komarek che recentemente ha tentato di acquistare Ferretti Group - c’è un’icona americana quale Ken Read mentre direttore velico è il britannico Giles Scott, due ori olimpici e quattro titoli mondiali nel Finn. La Preliminary Race nel golfo sarà un banco di prova dell’equipaggio che ha come timonieri un talento quale l’argentino di origine italiana Lucas Calabrese e Harry Melges IV, erede di una delle famiglie più illustri della vela americana: il nonno era Buddy Melges, due medaglie olimpiche e tanti titoli mondiali nelle classi più diverse. Alla ruota di America3 del ricco costruttore Bill Koch, tolse il Grande Sogno, nel 1992, a Raul Gardini che con il Moro di Venezia era giunto alla prima finale di America’s Cup per una barca italiana. Aveva 62 anni e il rivale era l’allora 33enne Paul Cayard: una volta di più il nickname di Buddy – the Wizard of Zenda, il mago di Zenda che è la cittadina del Wisconsin dove gestiva il suo famoso cantiere di barche -si rivelò perfetto. Ecco, oggi per i velisti a stelle e strisce ci vorrebbe un mago.

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