Alcaraz: "Non togliamo i 5 set dagli Slam! Distruggeremmo la bellezza e il significato dei Major"
La Gazzetta dello Sport

Alcaraz: "Non togliamo i 5 set dagli Slam! Distruggeremmo la bellezza e il significato dei Major"

Giovedì 1 ottobre 2026
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Carlos a Tokyo taglia corto sulle ipotesi di ridurre a 3 i parziali anche dei 4 Slam: "Sin dagli albori si gioca al meglio dei cinque, ed è proprio questo a renderli speciali. Non cambierei nulla!"

Carlos a Tokyo taglia corto sulle ipotesi di ridurre a 3 i parziali anche dei 4 Slam: "Sin dagli albori si gioca al meglio dei cinque, ed è proprio questo a renderli speciali. Non cambierei nulla!"

Pellegrino Dell'Anno Collaboratore 1 ottobre - 15:15 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Il film più lungo non coincide sempre con il film più bello, ma indubbiamente ha il suo fascino e il suo merito. Spesso, la sua storicità. È il caso degli Slam nel tennis, dove il torneo maschile si disputa al meglio dei cinque set. Dando vita ad incontri, come la finale del Roland Garros 2025 tra Sinner e Alcaraz, destinati a rimanere nella storia. Epici, anche per durata. E pane quotidiano per i fan, abituati, per quattro tornei all’anno, a vivere un certo tipo di tennis. Che indubbiamente è più stancante, non facile da digerire per i giocatori tra il calendario compresso e un gioco sempre più logorante dal punto di vista fisico. E così spesso si parla di portare anche gli Slam al meglio dei tre set, o si cercano soluzioni alternative come un super tie-break a 10, alla stregua della Laver Cup, in luogo del quinto parziale. Più rapido, più intenso…ma meno meritorio. E sulla questione si è espresso anche Carlos Alcaraz, uno dei volti principali della nuova generazione. Con un’idea ben chiara. 

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Storia

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In conferenza stampa, prima dell’esordio a Tokyo, il n.3 del mondo è intervenuto a piedi uniti sull’argomento. Nonostante venga da una sconfitta al quinto allo Us Open (la seconda in carriera dopo quella contro Berrettini all’Australian Open 2022) in una partita terminata alle 3.33 del mattino, lo spagnolo non ne vuole sapere di cambiare il formato degli Slam. “Senza cinque set finiremmo per cancellare l’eredità dei tornei dello Slam”, spiega Alcaraz, “credo che la loro bellezza risieda proprio in questo. Se eliminassimo questo aspetto e passassimo al meglio dei tre set distruggeremmo il significato stesso dei Major. Sin dagli albori si gioca al meglio dei cinque, ed è proprio questo a renderli speciali. Non cambierei nulla, giocare tre set su cinque per me va benissimo”. Il discorso dello spagnolo prende soprattutto pieghe storiche e sentimentali, partendo dall’eredità fino all’eccezionalità degli Slam. Che rimangono unici, al di sopra di tutti gli altri tornei, proprio perché le partite sono più lunghe e vince chi per primo ottiene tre set. E basti pensare che solo dal 2022 tutti e quattro i tornei hanno inserito il tie-break sul 6-6, al meglio dei dieci punti, nel quinto parziale. Storicamente, bisognava avere sempre due game di vantaggio per vincere l’incontro. Altro stigma di epicità ma quasi impossibile da accoppiare con il tennis moderno. È infatti indubbio che quanto dice Alcaraz, per quanto condivisibile, abbia comunque qualcosa da rivedere. E che la formula dei cinque set ha lati positivi e negativi. 

Contro

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 Il lato negativo per eccellenza è ovviamente la lunghezza. Partite che durano anche cinque ore e più non sono facili da gestire, specie in termini di recupero e di preparazione per l’incontro successivo. L’esempio di Alcaraz-Shelton allo scorso Us Open è solo uno dei tanti, visto che spesso al Major americano si è finito a notte inoltrata, iniziando anche dopo la mezzanotte. Un problema anche per gli spettatori e dunque per il prodotto tennis. Partite che finiscono così tardi non sono di facile fruizione né per chi è sul posto, ad un certo punto anche costretto da esigenze di varia natura a tornare a casa, né che per chi guarda gli incontri in televisione, non avendo sempre così tanto tempo libero per godersi il tennis. Queste situazioni, unite al carico fisico per i giocatori, sicuramente in un’ottica commerciale e di fruibilità, ma anche di sopravvivenza dello sport stesso che ha bisogno di diffusione, non vanno di certo a sostegno del format al meglio dei cinque set negli Slam. Anche considerando un gioco sempre più fisico, con scambi lunghi e pesanti, intensi, e partite che anche da quattro set finiscono per durare molto. Eppure, in quello che appare il sottotesto anche delle parole di Alcaraz, è un sacrificio che per quattro tornei, vale a dire otto settimane all’anno, si può compiere. Strizzando un occhio alla storia del tennis, visto che un tempo in tutti gli eventi si giocava al meglio dei cinque set, e in fondo anche alla meritocrazia. 

pro

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Forse può apparire eccessivo, ma il dover vincere tre set, e soprattutto spingersi al limite nel quinto, testimonia il giocatore migliore in campo. Colui che ha la capacità di rimanere in partita dall’inizio alla fine e anche di alzare il livello quando la situazione richiede, comportandosi meglio nei punti più importanti. Con la certezza che, salvo imprevisti o condizioni eccezionali, vinca chi lo ha meritato davvero. È chiaro che ottenere “solo” due set sia più semplice, o che una partita che si risolve con un tie-break da 10 punti al posto del parziale decisivo come in Laver Cup dia più spazio alla casualità. Non sempre, ma di certo in alcune occasioni può finire in questo modo. Ma soprattutto il format attuale dà la sensazione ai giocatori di essere sempre in partita fino alla fine. Anche con due parziali di svantaggio, o con un set e un break da recuperare, non si pensa mai che sia finita, che sia tutto perduto. E questo fa molta differenza in termini di spettacolo. È infatti innegabile che, specie nelle seconde settimane degli Slam, il livello espresso sia altissimo. Non è certamente facile mantenerlo per tutta la durata dell’incontro quando si allunga troppo, fino al quinto. Ma in quel caso subentrano emozione, pathos, incertezza. Ingredienti che nella narrazione e nella fruizione spesso contano anche più della qualità espressa in senso stretto. La tesi di Alcaraz ha qualche sbavatura, ma sicuramente esprime anche il pensiero di tanti colleghi e appassionati, suggerendo anche una sua soluzione: “Giocare in generale un po’ meno e non avere tornei consecutivi settimana dopo settimana, è quello che cambierei”. Tradotto: si gioca troppo, ma non per colpa degli Slam, bensì per tutto quello che c’è intorno. E lì vanno presi provvedimenti, bisogna aggiornare qualcosa, tentare di ridurre calendari e obblighi. Anche perché stravolgere il format degli Slam li svuoterebbe anche del prestigio che hanno, e renderebbe quasi un controsenso l’assegnazione di un numero maggiore di punti in classifica. Nonostante la giovane età, Alcaraz va nella direzione di un tennis tradizionale, che in ogni caso ha funzionato per più di un secolo. Ricordando che non sempre cambiare vuol dire migliorare.

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