Fittipaldi: "Senna e Piquet non si parlavano, feci io da paciere. Che fortuna per l'Italia avere Kimi"
A Trento l'ex campione brasiliano parla del fenomeno Antonelli: "Vincendo a Monza, Antonelli ha dimostrato come sa gestire la pressione"
A Trento l'ex campione brasiliano parla del fenomeno Antonelli: "Vincendo a Monza, Antonelli ha dimostrato come sa gestire la pressione"
dal nostro inviato Davide Chinellato 1 ottobre (modifica alle 16:34) - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google“Il pilota, quando pensa di essere il migliore, comincia a perdere”. Emerson Fittipaldi si racconta così, veloce come lo era in pista anche adesso che ha 79 anni, sul palco della Sala Filarmonica. Racconta la sua Formula 1, quella in cui tra il 1970 e il 1980 ha vinto due Mondiali, racconta quel mondo delle corse di cui è stato iconico. “Ho imparato molto da Jack Stewart, ma quando entravo nella vettura, facevo quello che mi aveva detto sempre mia nonna e dicevo “Dio è con me”. E grazie a Dio io sono qui: ho visto morire 35 colleghi durante i miei anni in Formula 1”. E racconta anche la Formula 1 di oggi: “Quanto è importante avere Kimi Antonelli per l’Italia”.
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—“Conosco Kimi dai tempi del kart - dice -, sono molto amico di suo padre. Ha il talento e la formazione, per l’Italia è bellissimo avere un atleta come lui perché è già adesso un’ispirazione per tutti. È un momento molto speciale per l’Italia avere lui e la Ferrari. Vincendo a Monza, Kimi ha dimostrato come sa gestire la pressione. La Ferrari ha tutto, compreso un bravissimo capo come Vasseur. La macchina ha mostrato quest’anno di essere competitiva, ha due piloti forti entrambi come Leclerc e Hamilton, che sanno lavorare con la squadra. La Ferrari continua a migliorare, come la McLaren: me le aspetto entrambe competitive nel finale di stagione. Tra i piloti mi piacciono Antonelli, Verstappen, Norris, Piastri. Ma quello che mi piace di più è Fernando Alonso”.
i mondiali
—Quando conquista il primo dei suoi due Mondiali, nel 1972, Fittipaldi era il più giovane della storia. “Ricordo quando ho vinto a Monza . Gli ultimi 5 giri non finivano mai: all’epoca c’erano tanti problemi meccanici, quando sono arrivato me ne sono reso conto e ho capito che quella era la più grande vittoria della mia vita: vincere a Monza, in un tempio dell’automobilismo, e allo stesso tempo vincere il Mondiale”. Con la Lotus la sua macchina di quell’anno, il primo impatto non era stato esattamente positivo: “Ricordo che la prima volta che la vidi, alla presentazione a Londra, l’ho guardata, così tutta nera, e ho pensato che sembrava una bara. Ma poi ha cominciato a parlarmi”.
i brasiliani
—Fittipaldi, da pioniere dei motori brasiliani, è stato fonte d’ispirazione per i tanti venuti dopo. A cominciare da Nelson Piquet e Ayrton Senna. “Nelson era un pilota molto bravo, tecnico e veloce - racconta Fittipaldi -. E divertente come persona. Poi è arrivato Ayrton, e un giorno decise di fargli uno scherzo che a Senna non piacque: non si parlarono per anni, fui io a fare da paciere”. Poi racconta Senna: “Aveva un talento naturale molto grande di controllare la vettura. Ma si metteva troppa pressione addosso, voleva sempre migliorare - dice Fittipaldi -. Il primo maggio 1994 stavo provando una vettura a Indianapolis. Feci un giro, ma venni subito richiamato ai box. Pensavo a un problema dell’auto, poi mi dissero che mi avrebbe chiamato mia moglie e pensavo ci fosse un problema: mi disse lei che Ayrton era morto. Per me era immortale, ma non ci volevo credere. Smisi subito quel test, non potevo più stare su una macchina”.
la ferrari
—“Tutti i piloti sognano la Ferrari. Ricordo nel 1971, Enzo Ferrari mi invitò a pranzo e mi chiese di guidare anche la Formula Sport. Ma io volevo concentrarmi solo sulla Formula 1 e per me era troppo fare le due cose. E sono rimasto alla Lotus. Poi nel 1976, dopo l’incidente di Nicki Lauda, Ferrari mi chiamò di nuovo e mi offri il suo posto. Gli dissi che non era il momento di parlarne, e Nicki tornò 47 giorni dopo. Fece un miracolo, ancora con le ferite visibili, il trauma e il dolore. Dovrebbe essere un esempio per tutti gli atleti del mondo”.
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