Capello: "Devo tutto a Berlusconi, oggi bisogna puntare sui giovani. E quella volta con Cruyff..."
I ricordi da giocatore e allenatore dell'ex tecnico milanista: "Bisogna puntare sui ragazzi senza fare un dramma al primo errore. In Cina stavo bene ma mia moglie piangeva"
I ricordi da giocatore e allenatore dell'ex tecnico milanista: "Bisogna puntare sui ragazzi senza fare un dramma al primo errore. In Cina stavo bene ma mia moglie piangeva"
Mimmo Cugini Collaboratore 2 ottobre (modifica alle 16:29) - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleDa Pieris al tetto del mondo, il suo Milan, le finali giocate e quelle da allenatore, ma anche l’Inghilterra, la Russia e l’Italia di oggi. Fabio Capello sul palco di Palazzo Benvenuti racconta una vita nel calcio cominciando da quel paesino del Friuli Venezia Giulia dove è nato (mille abitanti) “che ha dato quattro giocatori alla Nazionale, vuol dire che sui giovani si lavorava bene”. Non solo il giovane Capello che alla Spal capì di poter diventare calciatore soprattutto quando il padre gli disse “Provaci”. E lui ci ha provato e ci è riuscito, ha preso il diploma da geometra e in campo lo chiamavano così: “Perché davo equilibrio, il centrocampista deve fare filtro e dare suggerimenti. Per far funzionare una quadra serve un grande centrocampo”. E coraggio, quello che Capello non vede nel calcio italiano: “Dobbiamo scommettere di più sui giovani, avere fiducia in loro e non bocciarli alla prima partita sbagliata. E poi faccio un invito agli allenatori dei ragazzini e ai genitori. Lasciateli divertire, non ossessionateli con la tattica e insegnategli la tecnica. È fondamentale, ma per saperlo fare ci vuole un allenatore che sappia identificare un errore di un ragazzo e correggerlo. E i genitori stiano al loro posto perché la loro presenza a volte mette troppa pressione e condiziona i figli”.
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—Capello ricorda due episodi con Johan Cruyff. “Giocavo con la Juve e perdemmo la finale di Coppa Campioni contro l’Ajax. Niente da dire, erano più forti, ma dopo la partita arrivo Cruyff con la coppa in mano e la buttò dentro al pullman come per dire tanto ne abbiamo vinte tre. Non mi piacque quella scena e ancora meno quando alla vigilia della finale di Atene Milan-Barcellona si sdraiò sul prato col pallone dietro la testa, quasi a snobbare l’avversario. Lo dissi ai ragazzi nello spogliatoio: vincemmo 4-0 e fu la partita perfetta”. Capello non dimentica Silvio Berlusconi che lo portò sulla panchina del Milan tra lo scetticismo generale: “A lui devo tutto. Il mio percorso nel calcio mi ricorda un po’ quello di Chivu all’Inter che molti criticarono prima della scorsa stagione”. Poi gli aneddoti su Ronaldo il fenomeno, Cassano, la sua Roma e il ricordo commosso di Franco Baresi. “Ho giocato con lui la mia ultima stagione, poi l’ho allenato. Franco era quello che accendeva la scintilla quando la partita non decollava. E lo stesso faceva Raul quando allenavo il Real Madrid”. E alla fine l’Inghilterra, la Russia e la Cina. “Stavo bene in Cina, ma ogni volta che parlavo con mia moglie si metteva a piangere. Non poteva farla soffrire e sono tornato a casa”.
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