Bierhoff: "L’Italia è rimasta agli anni '90. Tifavo per Maldini in federazione, ma non è stato seguito"
L'ex attaccante al Festival: "Quanto varrei oggi? Me lo chiede mia moglie. Ho pensato di non tornare in Germania per quanto amavo il vostro paese. Ramos può aiutare il Milan, ma i palloni devono arrivare"
L'ex attaccante al Festival: "Quanto varrei oggi? Me lo chiede mia moglie. Ho pensato di non tornare in Germania per quanto amavo il vostro paese. Ramos può aiutare il Milan, ma i palloni devono arrivare"
Dal nostro inviato Filippo Conticello 2 ottobre (modifica alle 19:31) - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleOliver Bierhoff ha lasciato Monaco di Baviera con la pioggia e trovato a Trento il sole dell’Italia. La “sua” Italia che ricorda, vagheggia, accarezza, rimpiange e pure consiglia. Soprattutto sulla Nazionale, lui che ha deciso la finale europea del 1996 con due gol e lavorato dal 2004 al 2022 alla (ri)costruzione delle nazionali tedesche. Al Teatro Sociale, nell’evento del Festival dello Sport condotto da Pier Francesco Archetti, il centravanti dello scudetto del Diavolo 1999 consiglia l’Italia alla luce di questa lunga e fruttuosa esperienza: "Ci sono voluti dieci anni, non è un cambiamento che fai in uno, due o tre anni. Devi pensare ai risultati del momento, però nel 2000 abbiamo cambiato allenamenti, lavoro e formazione degli allenatori, investito nelle infrastrutture: pensavamo più in là". La differenza, poi, si è vista in Sudafrica: "Nel 2010 i nostri giocatori erano diversi, tecnici, brillanti. Nel 2006 era ancora un po’ la vecchia Germania: forza fisica, grinta, efficienza, disciplina. Ma non brillavamo sotto l’aspetto tecnico. Devi avere pazienza, convinzione e forza per dire: dobbiamo cambiare. Spesso nella vita devi arrivare al fondo per risalire e mi sembrava che l’Italia ci fosse arrivata due o tre volte. Non possiamo continuare così. Non basta cambiare poco, ci vuole un cambiamento radicale, il coraggio di mettersi in discussione e prendere strade nuove". Per lui, invece, l’Italia è ferma agli anni Novanta, anche nei giocatori: "Nel breve è difficile, forse manca qualità. Quando l’Italia arrivava in Germania vedevi Baggio, Pirlo, Cannavaro, prima Cabrini, Maldini ecc…. Erano famosi nel mondo. Adesso non li vedo. Vale anche per la Germania: quale giocatore italiano o tedesco ha un ruolo importante in un grande club europeo? Penso a Matthäus all’Inter o agli olandesi al Milan, quelli sono i campioni". L’esempio per Bierhoff arriva dalla cucina, quella del Bel Paese che tanto ama: "Negli anni Novanta si parlava soltanto di quella italiana, poi nel mondo sono arrivati tanti modi diversi di cucinare. È giusto mantenere la tradizione e il proprio modo di cucinare o allenare, però bisogna seguire il tempo. Mi sembra che il calcio italiano sia rimasto su quella vecchia strada. Bisogna evolversi, mantenendo l’identità". Un pensiero inevitabile a Paolo Maldini, per qualche giorno nel suo stesso vecchio ruolo nella Federazione italiana: "Abbiamo parlato spesso, gli ho raccontato la mia esperienza. Tifavo per lui: vedevo grinta, voglia di restituire qualcosa al calcio italiano, idee chiare. Però devi sentire un sistema disposto a seguirti, a fare tutto quello che è necessario, anche ciò che può fare male. Possibilmente lui non l’ha sentito", ha continuato il 58enne Oliver. E sul campionato italiano: "L’Inghilterra è lontana, ma la A dovrebbe essere il secondo campionato d’Europa. Le nuove proprietà? Ci sono esempi buoni e cattivi. Servono investitori intelligenti, decisioni più razionali, commerciali, stadi e calcio interessante per i tifosi. Però ci sono anche esempi di chi lascia caos in un club".
L’AMORE PER L’ITALIA
—Vacanze da bambino in Sicilia con intemperanze in auto a Porto Palo senza patente, papà amico di Schnellinger che lo portava a Milanello a un anno, nonna friulana emigrata dopo la Prima guerra mondiale, l’italiano imparato ad Ascoli per le ragazze, fino a sognare nella lingua di Dante. L’Italia, insomma, è un pezzo di cuore: "Conservo la vostra flessibilità: “fra cinque minuti” può voler dire dieci, quindici o venti. Ma è anche la capacità di vivere meglio e trovare soluzioni. Noi tedeschi siamo troppo disciplinati, organizzati". Addirittura, pensò di non tornare in Germania: "Avevo famiglia e amici lì, però da fuori mi sembravano tutti un po’ severi, pensierosi. Mi piaceva, invece, questa vostra vita più allegra, flessibile, meno precisa in certe cose".
VIDEO: Vieri: "Italia? Eravamo fenomenali. Ecco cosa ci mancò per vincere"GLI INIZI
—Nel 1991 lo comprò l’Inter dal Salisburgo, senza farlo mai giocare in nerazzurro, da lì l’Ascoli di Costantino Rozzi: "Era un presidente emozionale, caloroso: ci mandava tutti in ritiro, stipendi congelati. A novembre mi volevano già cedere, ma non andai e lui disse che non avrei mai più giocato per l’Ascoli. Un anno dopo diceva il contrario: Oliver è come un figlio per me. E disse anche che sarei diventato il nuovo centravanti della nazionale tedesca…". A Udine, invece, un altro presidente dai contorni diversi: "Pozzo amava il calcio, ma era tranquillo e discreto. Gli chiedevamo: presidente, premio doppio! E il premio doppio arrivava…". In video a quel punto compare il capitano Alessandro Calori e Bierhoff prosegue nell’amarcord: "In Friuli ho passato tre anni bellissimi: siamo arrivati prima decimi, poi quinti, poi terzi. Eravamo molto uniti, ci divertivamo".
GLI ANNI AL MILAN
—Il salto in rossonero nell’estate del 1998, con un altro presidente: "Berlusconi era un gentiluomo, perfetto stile Milan, ma preso dalla politica. Non era vicino alla squadra come all’inizio. Galliani, invece, era appassionato. Lo vedo ancora agli appuntamenti Uefa e sono sempre felice di incontrarlo". Con Bierhoff al Diavolo arrivarono dall’Udinese anche Zaccheroni e Helveg, ma nel 1999 lo scudetto a metà campionato sembrava lontano: "In quella stagione ho visto la professionalità di giocatori che avevano già vinto tanto: Albertini, Maldini, Costacurta, Rossi, Boban, c’era anche Donadoni. Si adattavano al nuovo sistema. La forza era la loro fame di dimostrare che c’erano ancora, dopo due annate deludenti. Fino a metà stagione, però, non pensavamo di poter vincere lo scudetto. Alla fine, Zaccheroni parlò con la squadra, la diede in mano ai giocatori d’esperienza". A Milanello fu decisiva anche l’ammissione al mitologico tavolo dei senatori: "Ero orgoglioso di essere lì. Non so come trovai posto, forse mancava qualcuno. Boban e Rossi si scontravano sempre: uno diceva rosso, l’altro blu. Costacurta e Albertini buttavano fuoco. Discutevano anche su quale olio fosse migliore per una pasta". Weah, invece, sedeva a un altro tavolo. "Era molto riservato. Sapevo che aveva un peso nel suo Paese, ma non immaginavo che sarebbe entrato in politica fino a diventare presidente".
IN NAZIONALE
—Sono passati trent’anni dal 30 giugno 1996, dal pareggio e dal golden goal contro la Repubblica Ceca a Wembley, e un ricordo è caduto anche lì: "Ho giocato diciassette anni da professionista. Restano tre o quattro immagini: sono fortunato che ricordino questo, non un fallo o un rosso. Un’immagine che ha reso felice il Paese". Prima, però, Oliver era stato quasi solo un “figlio di papà”. "Mio padre dirigeva un’azienda energetica. Non ero Gattuso, ero più pulito, elegante. All’esterno non ero un guerriero, dentro sicuramente sì. Però si diceva: forse gli manca grinta, forse non deve fare fatica perché tanto è figlio di papà. Matthäus e Hässler erano arrivati in Italia dall’entrata principale, già affermati, già in Nazionale. Io ero entrato lateralmente, non giocavo neanche con la Germania: la gente pensava fossi andato via senza successo e invece…".
UN BIG OLTRE I NUMERI
—"Oliviero bomber vero", arriva una voce dalla sala, e da lì si srotolano i suoi numeri fa gigante: 44 gol in 119 partite al Milan, 62 in 96 all’Udinese, 102 in 220 in Serie A, 46 in 100 in Serie B, 37 in 70 con la Germania. Quanto varrebbe oggi uno così? "Me lo chiede mia moglie. Non ero veloce, ma sapevo muovermi, trovare gli spazi, vedere il gol. Ero forte di testa e sapevo dove calciare. Penso che adesso a tante squadre manchi questa cosa". Laureato in economia, ha lavorato anche per una lega poderosa come la Nfl, ma nessuna offerta italiana: "Ho sempre mantenuto il contatto con il Milan, ma forse, essendo impegnato con la nazionale tedesca, non ci hanno pensato".
RICORDI DA MILAN
—Un ultimo ricordo per due Mondiali vissuti da dirigente, quello casalingo del 2006 e la gloria brasiliana del 2014, dall’esito assai diverso: "La semifinale contro l’Italia era una partita molto combattuta. Mi aspettavo i rigori, fu un piccolo shock. Siamo arrivati terzi, ci siamo presi la Coppa otto anni dopo. Voi avevate qualcosa in più, anche un po’ di classe, lo ammetto. Come noi nel 2014 contro l’Argentina. Posso dire che avete meritato…". Infine, Gonçalo Ramos, suo erede da centravanti nerazzurro e sul Milan di questa epoca: "Un giocatore solo è difficile, però può aiutare. I palloni devono arrivare, per questo serve che la squadra venga rafforzata. Il Milan è sempre il Milan, è ancora nel mio cuore, ultimamente non mi ha preso. Prima le squadre italiane avevano grandi personaggi, giocatori di qualità mondiale. Adesso chi c’è? Non li vedo".
Leggi anche Bisseck e il maestro Darmian: "È il difensore da cui ho imparato di più". La storia dei gemelli diversi© RIPRODUZIONE RISERVATA