"Il Mondiale, poi una raffica di mitra, un'operazione senza anestesia e ho perso le gambe": ma Obilalé non molla
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"Il Mondiale, poi una raffica di mitra, un'operazione senza anestesia e ho perso le gambe": ma Obilalé non molla

Sabato 3 ottobre 2026
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Il portiere del Togo a Germania 2006 fu vittima dell'attentato terroristico in Angola del 2010: "Il fumo, le urla e le mie gambe che non si muovevano. Ho affrontato undici interventi in tre anni e mezzo, poi ho fatto l'educatore. Oggi aiuto mia madre"

Il portiere del Togo a Germania 2006 fu vittima dell'attentato terroristico in Angola del 2010: "Il fumo, le urla e le mie gambe che non si muovevano. Ho affrontato undici interventi in tre anni e mezzo, poi ho fatto l'educatore. Oggi aiuto mia madre"

Matteo Nava Giornalista 3 ottobre (modifica alle 13:55) - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Sul bus della nazionale del Togo squilla il telefono. Kodjovi Obilalé, uno dei portieri, risponde. È la sua ragazza: i due si scambiano un saluto mentre il mezzo degli Sparvieri – così sono soprannominati i gialloverdi – è in marcia nella provincia di Cabinda, un’exclave angolana infilata a sandwich tra il Congo (a nord) e la Repubblica Democratica del Congo (a sud). I due riagganciano, sùbito dopo è il caos. Boati assordanti, urla, fumo, tantissimo sangue: è l’8 gennaio 2010 e la carriera di Obilalé finisce in quell’istante. La raffica di mitragliatore che lo ha appena colpito gli fa perdere l’uso delle gambe. A 25 anni.

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I media raccontano di un attentato terroristico ai due bus del Togo in viaggio verso l’Angola, sede della Coppa d’Africa: tre vittime (l’autista, l’addetto stampa e un collaboratore tecnico) a causa dell’atto rivendicato già in serata dal Flec, il fronte per la liberazione dell’exclave. La nazionale togolese, peraltro colpita due anni prima da un’altra tragedia – la morte di 20 membri della delegazione per l’esplosione dell’elicottero che li trasportava – si ritira dalla competizione e, di fatto, chiude nel più terribile dei modi il ciclo migliore della sua storia, che nel 2006 aveva portato gli Sparvieri al Mondiale in Germania, trascinati dalla stella Emmanuel Adebayor.

La formazione del Togo: Obilale è il primo in piedi a sinistra

Obilalé, partiamo dall’inizio: come ha iniziato a giocare a calcio?
"Ho iniziato come molti ragazzi, all’età di cinque anni. All’inizio era semplicemente il calcio di quartiere, quello delle partite tra bambini. Poi, verso gli otto anni, ho iniziato a prendere le cose più sul serio e ad allenarmi come atleta".

Come è finito in Francia?
"Ci sono arrivato molto giovane: ho fatto dei provini al Chamois Niortais prima di passare al Lorient. Era l’inizio del 2003: volevo migliorare e continuare la mia formazione. Le cose però non sono andate come speravo, perché il club ha deciso di puntare su ragazzi ancora più giovani e così sono tornato in Togo. Lì sono stato notato e ho proseguito la mia carriera con l’Étoile Filante di Lomé. Qualche anno dopo sono tornato in Francia, al Quéven, e poi al Pontivy, in quarta serie".

Nel 2006, poi, la chiamata per la storica partecipazione al Mondiale…
"Era un sogno d’infanzia che si realizzava. Fin da piccolo, nel quartiere, ci dicevamo che un giorno avremmo partecipato a una Coppa del Mondo e per me quel sogno è diventato realtà. È stata un’esperienza incredibile. Per un calciatore di 21 anni, ritrovarsi in uno stadio pieno di decine di migliaia di persone, con quell’atmosfera e quelle urla, è stata un’esperienza senza precedenti. Anche se siamo stati eliminati nella fase a gironi, per me quel Mondiale rappresentava il coronamento di tutti gli anni di lavoro e di sacrifici. E, per il Paese, un grande orgoglio".

Obilalé, a destra, insieme a Yao Aziawonou al Mondiale di Germania 2006. Getty Images

Cosa ricorda di quanto accaduto nel 2010?
"Sono ricordi molto amari, che fanno ancora male. Partivo per quella Coppa d’Africa per le giuste ragioni: partecipare alla competizione, mettermi in mostra e avere un’occasione per farmi notare da un club più importante. Poi, l’8 gennaio 2010, ci siamo messi in viaggio per raggiungere Cabinda: i dirigenti hanno scelto di non prendere l’aereo e ci siamo diretti verso l’Angola in bus. Quando ho telefonato alla mia ex compagna provavo una certa angoscia, senza sapere bene perché: avevo la sensazione che stesse per succedere qualcosa".

Così è stato, purtroppo.
"Sono stato colpito da un proiettile. Ho iniziato a gridare, a chiamare, a chiedere di vedere i miei figli. Sono stato trasportato in un piccolo ambulatorio per fermare le emorragie e sono stato curato in condizioni estremamente difficili, con la ferita ricucita senza anestesia, e poi trasportato d’urgenza a Johannesburg. Prima dell’intervento, quando ormai non avevo quasi più forze, ho chiamato la mia famiglia in Francia per dire loro che la situazione era grave e che dovevo essere operato. Dopo di che, non ricordo più nulla".

Sapevate che quella regione poteva essere pericolosa?
"Personalmente conoscevo un po’ la storia dell’Angola: sapevo che il Paese aveva attraversato un lungo periodo di guerra, avevo sentito parlare di Jonas Savimbi (generale angolano della guerra d’indipendenza e della guerra civile, ndr) e della situazione politica del Paese. Però non avrei mai immaginato che saremmo stati attaccati, che degli uomini avrebbero sparato al nostro pullman... Quando mi sono svegliato dopo l’intervento, in una sala di rianimazione, ho capito subito che qualcosa era cambiato. Sapevo che non avrei più potuto giocare: avevo perso l’uso delle gambe. Il calcio, per me, era finito".

Obilalé dopo l'attentato

Quanto è durata la riabilitazione?
"Tre anni e mezzo. Sono stato operato 11 volte e ho dovuto imparare ad adattarmi al mio nuovo corpo, alla mia disabilità e a una vita completamente diversa. Ma l’attentato non mi ha lasciato solo le lesioni fisiche, c’era anche lo sguardo degli altri. Quando sei in auto e parcheggi in un posto riservato alle persone con disabilità, non tutti capiscono necessariamente che sei disabile. Mi è capitato di essere aggredito verbalmente. Certo, poi mostri il tuo tesserino e capiscono, ma sono tutte piccole cose che bisogna imparare ad affrontare. Con il passare degli anni cerchi di elaborare il lutto per la tua disabilità, ma non è mai semplice. In seguito sono riuscito a lasciarmi dietro la sedia a rotelle, ma mi muovo ancora con le stampelle".

È rimasto in contatto con i compagni di squadra?
"Un evento del genere lascia traumi fisici, ma anche psicologici. Alcuni hanno convissuto con le proprie ferite per anni, molti si sono chiusi in se stessi. Ci chiamavamo di tanto in tanto, perché la vita andava avanti, ma nessuno parlava davvero. Ognuno ha cercato di riprendere la propria strada e anch’io l’ho fatto: non volevo diventare un peso per i miei compagni di squadra o per la società. Però non è facile, bisogna imparare a convivere con le proprie emozioni, con i propri demoni, con il dolore. Per andare avanti ogni giorno".

Come è riuscito a trovare una nuova strada?
"La mia vita è cambiata totalmente. Ho ripreso gli studi per diventare educatore e poi lo sono stato per diversi anni. Fino al 2016 ho lavorato come educatore specializzato per Remise en Jeu, un’organizzazione che utilizza il calcio per aiutare i giovani che affrontano difficoltà sociali, mentali o fisiche. Ho lavorato con ragazzi in difficoltà, che avevano perso i propri punti di riferimento, che avevano problemi familiari o che avevano abbandonato la scuola. Non è stato facile nemmeno quello: bisognava affrontare insulti, aggressioni e situazioni umane a volte molto difficili. Dopo diversi anni ho deciso di lasciare questo lavoro, anche perché la malattia di mia madre mi ha costretto a dedicare più tempo alla famiglia. In Africa le condizioni dell’assistenza sanitaria e la mancanza di una vera e propria previdenza sociale rendono alcune situazioni particolarmente difficili. La aiuto come posso, nonostante la disabilità. Lei c’è sempre stata per me, era venuta fino in Francia per starmi accanto".

E il calcio?
"Mi sono allontanato da quel mondo per un po’, è stato come voltare pagina. Ma la vita stessa rimane aperta a chi ha la motivazione per affrontarla. E io sono motivato: amo la vita, amo i miei figli, amo la mia famiglia. Quindi faccio ciò che è necessario per continuare ad andare avanti e cavarmela".

Obilalé con il Togo

Nel 2015 ha pubblicato per Talent Sport la sua autobiografia: Un destino travolto. Perché?
"Ho scritto questo libro come una sorta di terapia personale. Per molto tempo ho avuto dentro di me tante cose che non riuscivo a esprimere e scrivere mi ha permesso di liberarmi di una parte di quel dolore, di quel malessere. Un modo per elaborare il lutto. Allo stesso tempo volevo anche che la mia storia potesse servire da lezione: volevo condividere la mia esperienza con i giovani, sia in Africa che in Europa, e con tutte le persone che amano leggere. La mia storia non parla solo di calcio, ma anche della vita, della disabilità e di come si possa cercare di andare avanti quando una parte della propria vita crolla".

Le piace ancora il calcio?
"Sì, certo. È impossibile smettere di amare il calcio dopo tutto quello che ho vissuto. Il calcio fa parte di me: mi ha dato così tanto che mi è impossibile voltare semplicemente pagina e smettere di interessarmene. Anche se la mia carriera da giocatore è finita, il calcio rimane una parte della mia vita".

Qual è il ricordo più bello che le resta?
"Il Mondiale. Uscire dal tunnel e trovarmi in campo dentro a uno stadio pieno, con decine di migliaia di persone che urlano e un’atmosfera assordante, era qualcosa che non avevo mai provato prima. Fare parte della prima nazionale del Togo a partecipare a un Mondiale… Indimenticabile".

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