Dalla fiducia nei medici al coraggio di avere paura: come affrontare un tumore senza retorica
La Gazzetta dello Sport

Dalla fiducia nei medici al coraggio di avere paura: come affrontare un tumore senza retorica

Mercoledì 7 ottobre 2026
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Guido Frisiani, presidente della Fondazione Italiana Chirurgia Oncologica (FICO), ripercorre la sua malattia (il carcinoma corticosurrenale) e il percorso che lo ha aiutato a combatterla: "La lezione che mi ha cambiato di più non riguarda la medicina: riguarda la mente". E questo è il suo toccante racconto

Guido Frisiani, presidente della Fondazione Italiana Chirurgia Oncologica (FICO), ripercorre la sua malattia (il carcinoma corticosurrenale) e il percorso che lo ha aiutato a combatterla: "La lezione che mi ha cambiato di più non riguarda la medicina: riguarda la mente". E questo è il suo toccante racconto

Guido Frisiani 7 ottobre - 17:59 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Non sono un atleta. Ho sciato e camminato in montagna per tutta la vita per il piacere di farlo, mai a livello agonistico. Quattro anni fa mi è stato diagnosticato un carcinoma corticosurrenale, un tumore raro, di quelli di cui pochi hanno sentito parlare. Da allora ho imparato molte cose sulla malattia. Ma la lezione che mi ha cambiato di più non riguarda la medicina: riguarda la mente. Perché di fronte a una diagnosi così, paura, rabbia e scoraggiamento possono convivere con il coraggio. Non si sceglie una volta per tutte come stare nella malattia. Quello che posso raccontare è ciò che, nel mio percorso, mi ha aiutato ad affrontarla. E mi sono accorto che molto di quello che so, l'avevo imparato su un pendio.

La paura è una risposta sana

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Sgombriamo subito il campo da un equivoco. Il coraggio non è l'assenza della paura, e neppure la capacità di controllarla sempre. Chi non prova paura davanti a una diagnosi di cancro non è coraggioso: è semplicemente incosciente, o non ha capito. La paura è una risposta sana, intelligente, che ci mette in allerta. Il coraggio è un'altra cosa: vuol dire non lasciarsi dominare e condizionare da quella paura. Sentirla, riconoscerla, ma non permetterle di prendere il comando. Lo aveva capito San Tommaso d'Aquino, che diceva che il coraggio (o fortezza, come la chiamava) "frena la paura e modera l'audacia". Due errori opposti, entrambi da evitare: da un lato la viltà, che si fa paralizzare; dall'altro la temerarietà, l'incoscienza di chi finge che il pericolo non esista e magari rifiuta le cure o nega la realtà. Il coraggio sta nel mezzo. E il suo atto più vero non è attaccare: è sustinere, reggere. Chi va in montagna lo sa: in salita non si parte di corsa. Si trova un passo che si possa tenere per ore, e lo si tiene. Tenere la posizione, attraversando giornate difficili e continuando a esserci per sé e per le persone che si amano, anche appoggiandosi a qualcun altro. Questo coraggio non è una terapia. Non ci sono prove scientifiche convincenti che un atteggiamento positivo, di per sé, migliori la sopravvivenza al cancro. Non siamo migliori se guariamo, né peggiori se non ci riusciamo. E non dobbiamo sentirci in colpa neppure nei giorni in cui non riusciamo a essere forti. C'è un'immagine che mi accompagna, e viene da lontano. Nel Medioevo il coraggio era il tratto distintivo dell'aristocrazia militare: il cavaliere doveva dimostrarsi "senza macchia e senza paura". “Cavalieri che in battaglia / ignorate la paura...” cantava Fabrizio De André. Era un cliché, certo, ma con dietro un’idea importante: il coraggio come dovere verso chi dipende da te. Il coraggio del malato non è quello spavaldo del guerriero, e non significa che chi non guarisce abbia avuto meno coraggio. Come diceva Gianluca Vialli: “Io non sto facendo una battaglia perché non sarei in grado di vincerla”. E il coraggio che conta è quello più quieto e più vero: quello di chi ha paura, ma continua a esserci.

Guido Frisiani, presidente della Fondazione Italiana Chirurgia Oncologica (FICO)

Oltre Don Abbondio

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Nei Promessi Sposi, Don Abbondio si giustifica della propria vigliaccheria con una frase diventata proverbiale: "Il coraggio, uno non se lo può dare". Ma Manzoni non lascia a lui l’ultima parola. Il cardinale Federigo gli risponde richiamando la fiducia e l’amore: “l’amore è intrepido”. Il malato non è un don Abbondio da rimproverare: non deve dimostrare niente a nessuno. È l’idea di un coraggio assegnato alla nascita, come una dotazione immutabile, che non mi convince. Credo si possa coltivare, come si allena il fiato. Ma coltivarlo non significa fabbricarselo da soli, a forza di volontà. Nel mio percorso ho trovato quattro aiuti. Non una ricetta, ma alcune condizioni che, per me, hanno fatto la differenza.

La prima è sentirsi circondati dall'affetto

Nessuno è coraggioso da solo. Sapere di essere amati, dalla famiglia, dagli amici, da chi ci sta vicino, non elimina la paura, ma toglie la solitudine, che della paura è l'alleata più temibile. Non dover trovare tutte le risorse soltanto dentro di me mi ha fatto la differenza, e non a caso la ricerca psico-oncologica indica il sostegno emotivo, l'avere qualcuno con cui parlare, come uno dei fattori più importanti per affrontare al meglio la malattia.

La seconda è sentirsi in buone mani dal punto di vista medico

Nessun atleta sceglie l'allenatore a caso; nessun malato dovrebbe dover scegliere a caso a quale medico affidarsi. La fiducia nei dottori che ti seguono cambia tutto. Quando sai che chi ti opera e chi ti cura sa quello che fa, la paura trova un argine. Ho imparato quanto conti affidarsi a chi ha le competenze migliori per curarti. Ed è anche per questo che oggi mi occupo di chirurgia oncologica: perché quella fiducia non dovrebbe essere un privilegio di pochi.

La terza è riconoscere ciò che per noi ha valore

Non parlo della positività obbligatoria e un po' finta che a volte si pretende dai malati, quella per cui bisogna sempre sorridere e considerare il cancro "un dono". Per me la malattia è stata anche una lente sull’essenziale: le persone che contano, le cose a cui dedicare il tempo, ciò che desidero fare. Nella mia esperienza è stato, ed è, fondamentale, ma non credo sia una lezione che la malattia debba necessariamente impartire a tutti. Su questo punto ha ragionato a lungo Viktor Frankl, psichiatra viennese che sopravvisse ai campi di sterminio nazisti. Da quell'abisso trasse una convinzione: l'uomo è mosso da una "volontà di significato", dal bisogno di dare un senso a ciò che vive. E la sua tesi più celebre riguarda proprio la sofferenza; quando non possiamo cambiare la situazione, scriveva, ci resta comunque la libertà di scegliere l'atteggiamento con cui affrontarla. La malattia mi ha tolto molte certezze, ma la scelta di come starci dentro è rimasta mia, e nessuno può togliermela.

La quarta è lasciare aperta la possibilità di essere aiutati

Aprirsi non significa necessariamente raccontare pubblicamente la propria malattia. Si può essere riservati e, nello stesso tempo, condividere ciò che si prova con una persona fidata. Il punto non è esporsi: è poter contare su qualcuno, rispettando i propri tempi e il proprio bisogno di silenzio. Nella mia esperienza, chiudersi amplifica la paura; aprirsi la riduce. Ma affetto, fiducia, e relazioni non sono soltanto atteggiamenti interiori. Dipendono anche dalle persone e dalle opportunità che incontriamo. Per questo la domanda non può essere soltanto «Come faccio a essere più coraggioso?», ma anche «Come possiamo aiutare qualcuno a non affrontare tutto da solo?».

Anche il corpo può aiutare

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C'è un punto in cui lo sport smette di essere una metafora e diventa medicina. Ho detto che il coraggio non è una terapia; il movimento, invece, lo è quasi. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2025 ha seguito per quasi otto anni 889 pazienti operati di tumore del colon e trattati con chemioterapia: a metà di loro è stato assegnato un programma strutturato di esercizio fisico per tre anni, seguiti da un professionista. Il rischio di ricaduta è diminuito del 28% e la mortalità del 37%. E un altro studio, su JAMA Surgery nel 2023, ha mostrato che quattro settimane di un programma che combinava esercizio fisico, nutrizione e sostegno psicologico prima dell'intervento per un tumore del colon-retto dimezzano quasi le complicanze gravi: dal 30% al 17%. Non vale allo stesso modo per tutti i tumori e non sostituisce le cure oncologiche. Ma dice una cosa che chi fa sport, anche solo per piacere, sa già: l’importanza di trovare un passo che si possa sostenere.

Una reazione: costruire qualcosa

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Nel mio caso, la ricerca di senso ha preso la forma di FICO, la Fondazione Italiana Chirurgia Oncologica, che ho deciso di fondare insieme ad altri. Durante il mio percorso ho toccato con mano quanto contino la qualità della chirurgia e la possibilità di arrivare alle cure più adatte. E ho maturato la convinzione che ci sia bisogno di fare di più, sia per l’innovazione sia per l’accesso. Uno studio pubblicato su The Lancet Oncology nel 2023 ha rilevato che, dei finanziamenti pubblici e filantropici per la ricerca oncologica censiti a livello mondiale tra il 2016 e il 2020, soltanto l’1,4% era destinato alla ricerca chirurgica. Alla necessità di innovare si aggiunge una preoccupazione che viene dalla mia esperienza: non tutti hanno le stesse possibilità di finire nelle mani giuste. Ho pensato che quell’esperienza, invece di restare una ferita privata, potesse diventare una spinta per cambiare qualcosa. Non ha cancellato la paura: mi ha dato un progetto in cui impegnarmi e un modo per provare a essere utile ad altri. Non lo racconto per parlare di me. Lo racconto perché aver intrapreso questa strada mi sta aiutando. C'è chi trova senso nella famiglia, nel lavoro, nella fede, in un gesto piccolo e quotidiano. Non c’è una graduatoria tra questi approcci, ma per chi lo sente, trasformare l'esperienza della malattia in qualcosa di utile agli altri è una forma efficace di quel coraggio quieto di cui parlo: non nega la paura, la mette al servizio di qualcosa di più grande.

Il primo passo

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Quattro anni dopo quella diagnosi, se dovessi dire a qualcuno che riceve oggi la stessa notizia una cosa sola, sarebbe questa: la paura è legittima, tienila con te, non fingere di non averla. Ma non lasciarle il volante. Circondati di affetto, dedica energie per trovare i medici migliori a cui affidarti, cerca ciò che la malattia ha da insegnarti, mantieniti in esercizio come puoi e non chiuderti in te stesso. E se lo senti, trasforma quell'esperienza in qualcosa di utile, per te o per gli altri. Il coraggio, caro Don Abbondio, uno se lo può dare, creando le condizioni perché arrivi. Il coraggio non è negare il buio, è decidere di non spegnere la luce.

Guido Frisiani 

Presidente di FICO – Fondazione Italiana Chirurgia Oncologica

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