E se gli infortuni di Sinner dipendessero dalla postura da sciatore? Ecco perché
L'impostazione unica dell'azzurro, campione anche nello sci: gambe piegate, baricentro rasoterra, equilibrio da equilibrista e colpi che viaggiano a velocità impressionante. Con un problema...
L'impostazione unica dell'azzurro, campione anche nello sci: gambe piegate, baricentro rasoterra, equilibrio da equilibrista e colpi che viaggiano a velocità impressionante. Con un problema...
Luigi Ansaloni Collaboratore 9 ottobre - 19:36 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleSembra quasi uno sciatore, Jannik Sinner, quando gioca a tennis. Il paragone, visto il passato del n. 1 del mondo, fenomeno della neve mancato, non è casuale. Gambe piegate, baricentro rasoterra, equilibrio da equilibrista e colpi che viaggiano a velocità impressionante. È una delle chiavi del tennis dell’azzurro, un vantaggio tecnico che gli permette di anticipare la palla, togliere tempo agli avversari e trasformare ogni recupero in un’occasione per contrattaccare. Ma quella stessa postura, tanto efficace quanto dispendiosa, apre un interrogativo: quali conseguenze può avere sul fisico nel lungo periodo per il fuoriclasse altoatesino? È da qui che parte la riflessione di Toni Nadal sulla postura di Jannik, sul rapporto tra l’evoluzione del tennis moderno, la biomeccanica dei campioni e il rischio di infortuni.
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—Il passato nello sci ha lasciato in Sinner una capacità straordinaria di gestire il baricentro e mantenere la stabilità anche nelle situazioni più complicate. Certo, non è solo merito del lavoro sulla neve o delle impostazioni del passato, ma anche di Madre Natura: quel tipo di equilibrio e quella coordinazione da semidio non si imparano. Sul campo, Jannik ha trasformato queste qualità in un marchio di fabbrica: si abbassa, spinge con le gambe e riesce a colpire con potenza senza perdere il controllo del movimento. Una molla pronta a esplodere, che gli consente di dominare gli scambi da fondo e arrivare sulla palla con una rapidità impressionante.
il prezzo da pagare
—Il prezzo da pagare – Già, ma a che prezzo? Il rovescio della medaglia è rappresentato dalle sollecitazioni a cui vengono sottoposte le articolazioni. Piegamenti ripetuti, frenate improvvise e ripartenze impongono un lavoro continuo a ginocchia e muscoli. Sul cemento, superficie particolarmente esigente, il carico può diventare ancora più significativo. Questo non significa che la postura di Sinner sia necessariamente la causa dei suoi problemi fisici, ma ci interroga su quanto possa incidere, insieme agli altri fattori, sulla questione degli infortuni, sulla gestione e sulla prevenzione.
niente conclusioni affrettate
—"Oggi si colpisce la palla a velocità che rischiano di superare i limiti fisiologici delle strutture coinvolte. Il diritto di Alcaraz, per esempio, genera traumi ripetuti su polso, gomito e spalla. Se si vuole resistere negli anni, forse bisognerà imparare a modulare meglio la forza, altrimenti gli infortuni lunghi rischiano di diventare sempre più frequenti", dice, lanciando l’allarme, il professor Giovanni Catizone, responsabile dell’area fisico-motoria della Fitp e docente all’Università Cattolica, dove insegna Teorie e metodologia dello sport individuale. Catizone invita però a non trarre conclusioni affrettate: "Prima di tutto, non sappiamo con precisione quale sia l’origine del problema di Sinner. Se, per esempio, ci fosse una predisposizione congenita, come una rotula instabile, il discorso cambierebbe. Parliamo di un giocatore che si piega e colpisce la palla migliaia di volte, sottoponendo le articolazioni a sollecitazioni continue". Il primo strumento di prevenzione è la qualità del lavoro quotidiano: "In generale, gli infortuni possono essere legati a un carico di allenamento eccessivo rispetto alle capacità dell’atleta. Non possiamo dire che sia successo a Sinner, perché non conosciamo i dettagli, ma il principio è chiaro: l’allenamento deve essere costruito sulle richieste della partita", dice Catizone. "In allenamento prevalgono le componenti fisiche e meccaniche, mentre in gara possono incidere anche tensione, agitazione e rigidità muscolare. Per questo bisogna studiare il modo in cui il giocatore si muove, quanto corre, quanto si piega e quante volte ripete determinati gesti. Un lavoro calibrato sulle caratteristiche individuali, insieme a un adeguato sviluppo della capacità aerobica e ai necessari momenti di recupero, può ridurre sensibilmente il rischio. Non eliminarlo del tutto, perché l’allenamento perfetto non esiste".
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