Brignone: "I successi, l'infortunio, i guadagni e il futuro incerto dello sci... vi racconto tutto"
Dal legame con la montagna, alla riabilitazione, ai successi alle Olimpiadi, la campionessa azzurra di sci ricorda il suo percorso verso Milano-Cortina diventato docufilm: "Rivivere quei momenti è stata tosta. Mi chiedo come ho fatto a crederci"
Dal legame con la montagna, alla riabilitazione, ai successi alle Olimpiadi, la campionessa azzurra di sci ricorda il suo percorso verso Milano-Cortina diventato docufilm: "Rivivere quei momenti è stata tosta. Mi chiedo come ho fatto a crederci"
Sergio Arcobelli Giornalista 17 ottobre - 12:56 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleLa fermano per strada. Le chiedono una foto, le fanno i complimenti, le ricordano quei due giorni di febbraio in cui tutto sembrava impossibile e invece è successo davvero. Federica Brignone sorride, ringrazia, ascolta. Ma quando si parla dei suoi due ori olimpici, la prima cosa che fa è riportare il discorso alla fatica. Perché il risultato lo vedono tutti. Quello che c’è stato prima, molto meno. "Sono felice quando le persone mi fermano. Una signora di recente mi ha detto: “Scusi, ma come ha fatto?”. So esattamente quello che ho fatto. Ho passato dieci mesi a combattere contro la mia testa, contro il dolore e contro i segnali del mio corpo per poter fare le gare. Ho provato a tornare in tutti i modi".
Lei se ne rende conto?
"Io sì. Purtroppo non è ancora tutto a posto con il ginocchio per tornare subito a sciare (infatti salterà la prima gara di Coppa del Mondo a Soelden del 24 ottobre, ndr). E mi chiedo ancora come abbia fatto a fare quelle discese in quel modo con i problemi che ho avuto e che ancora ho. Ho dovuto quasi farmi del male per appoggiarmi a una gamba che non aveva nessuna voglia di sostenermi. Quindi sì, io mi sono resa conto benissimo".
Lo hanno capito anche le sue avversarie. Dopo il gigante, Sara Hector e Thea Louise Stjernesund si sono inchinate davanti a lei. È una delle immagini più forti di quei Giochi.
"Può essere. Per me rappresenta soprattutto il rispetto. Un enorme rispetto verso qualcosa che sembrava impossibile. Chi ha avuto un infortunio, grave o meno grave, sa quanto tempo ci vuole per ritrovare la fiducia, per tornare ad appoggiarsi nel modo giusto, per avere voglia di andare veloce sugli sci. E ci vuole una lotta contro se stessi che è veramente difficile. Secondo me in quell’inchino c’era tutto questo".
I due ori sono diventati quasi un oggetto da museo?
"Le Coppe del Mondo (7, di cui 2 generali e 5 di specialità) sono esposte, le medaglie (5 olimpiche e 5 mondiali) non ancora", ride. "Per me la Coppa generale è l’apice del nostro sport. Quello che ho fatto la scorsa stagione è stato mentalmente difficile, ma continuo a pensare che il miglior sciatore del mondo sia quello che vince la Coppa, non quello che vince l’oro olimpico".
La sua storia diventerà un docufilm, dal titolo Federica Brignone – L’ultima Olimpiade che verrà presentato alla Festa del Cinema di Roma il 21 ottobre.
"È stata tosta vederlo dopo il montaggio: rivivere i momenti brutti ma anche quelli belli è stato molto forte ed emozionante, mi sono commossa. Più ripenso a quello che è stato il mio percorso, più mi chiedo come ho fatto a continuare a crederci... la vedo come un qualcosa di impensabile ed incredibile".
Forse il segreto sta in quella tigre diventata il suo logo? Con la sua manager Giulia Mancini da un anno, assieme a suo fratello Davide e con professionisti come Luca Malesin (logo designer), Anna Stinfale (direzione creativa, character design e animazione) e Alessandro Trettenero (editing) avete lavorato per creare il suo logo Tigre, presentato al Festival dello Sport di Trento con il cartoon BE TIGER.
"Volevamo creare qualcosa che potesse essere di stimolo per tutti quelli che, ogni giorno, si trovano ad affrontare una sfida. Nella vita, come nello sport, arriva sempre il momento in cui bisogna trovare il coraggio di spingersi oltre i propri limiti ed affrontare le difficoltà. Da qui prende vita il logo della Tigre. La Tigre è il soprannome che mi ha accompagnato negli ultimi anni di carriera, nato dalla determinazione che ho sempre messo in pista. Oggi quel simbolo è diventato un messaggio: BE TIGER significa avere il coraggio di tirare fuori il meglio di sé, credere in se stessi e affrontare le proprie paure. Perché dentro ognuno di noi c’è una tigre. Bisogna solo trovare il coraggio di liberarla".
Tra vent’anni, come vorrebbe essere ricordata?
"Una bella persona, una campionessa con tanta energia".
Milano Cortina ha riportato gli sport invernali al centro dell’attenzione. Quanto può essere importante per il movimento?
"Un’Olimpiade in casa è sempre un trampolino di lancio e per me è stata un’ottima visibilità per le discipline della neve".
Ma mentre si celebrano le medaglie, lo sci deve fare i conti con un futuro più incerto.
"Bisogna vedere cosa succederà nei prossimi anni. Però è innegabile che i ghiacciai si stiano sciogliendo, che le temperature medie siano più alte, che ci sia sempre meno neve. Con il progetto Traiettorie Liquide, che nel 2027 festeggerà i 10 anni, cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’ambiente. Il clima si sta spostando verso quello tropicale e noi non stiamo aiutando. Anzi, stiamo decisamente peggiorando la situazione. Dobbiamo interrogarci su quello che stiamo facendo e sul futuro del nostro sport".
I palazzetti potrebbero essere una risposta?
"Io lo sci lo vedo come uno sport outdoor. Avrò sciato due o tre volte nella mia vita dentro un palazzetto e lo evito il più possibile. Il bello del nostro sport è farlo all’aria aperta, con la neve naturale, guardando le montagne, con un bel panorama. Per me quello è lo sci alpino".
Dallo sci alla Formula 1, a Monza ha premiato il poleman Gasly. E ha osservato da vicino il vincitore Antonelli. Cosa la stupisce di Kimi?
"È veramente un campione. È un ragazzo così giovane e alla mano. Si vede che corre perché gli piace, perché si di verte, perché è la sua vita. Ed è questa la cosa più bella".
È vero che gli ha dato anche un consiglio?
"Gli ho detto di non rimanere bambino, ma di ricordarsi di quel bambino. Di ricordarsi perché ha iniziato a fare le gare, perché compete, perché corre in macchina. Quel lato divertente che tutti abbiamo e che dobbiamo continuare a coltivare. È quello che ti permette di divertirti, di fare il tuo sport, di vivere della tua passione e di affrontare con serenità la vita da atleta".
Perché la fama, con le vittorie, cambia tutto?
"Più vinci, più diventi qualcuno e più è difficile rifarlo. Si crea un mondo intorno che non puoi più ignorare. Essere riconosciuto per strada è una situazione alle quale non sei preparato e che magari non ti aspettavi. Kimi è all’inizio della sua carriera, io sono in un altro momento, diciamo verso la fine dell’agonismo e all’inizio della seconda parte della mia vita dove affronterò nuove sfide lavorative. Spero che possa godersi tutta questa vita da atleta, perché è bellissima".
Anche per lei, però, quando i riflettori aumentano, cresce il bisogno di tornare a casa.
"Dopo le gare sento il bisogno di tornare in Val d’Aosta a La Salle, di vivere la montagna, oppure di andare in un posto in vacanza dove la vita sociale sia praticamente zero. L’anno scorso ero in stampelle e ho rinunciato. Quest’anno ho recuperato a El Salvador a marzo e poi alle Maldive".
Ha fatto rivivere le emozioni dello sci degli Anni 90 con Tomba e Compagnoni.
"Sono due leggende e hanno fatto la storia del nostro sport, ma soprattutto sono due belle persone".
E lo “stile Brignone” esiste davvero?
"Abbastanza. Il mio è uno stile particolare, che ho sviluppato negli anni e che ho anche ricercato. Mi è sempre piaciuto avere una sciata che sembrasse facile, molto armoniosa, molto di taglio. Io non metto quasi mai lo sci di traverso".
Anche l’eleganza, quindi, è stata una scelta.
"Non ho cercato soltanto la performance. Volevo farlo anche con stile, con uno stile mio. Può piacere o non piacere, a me piace. Non è sempre la sciata più efficace, però è particolare. Sono abbastanza inclinata, faccio più metri, ho una curva estremamente pulita e un ingresso in curva che nel mondo femminile non è così praticato".
Con tutto quello che ha vinto, è diventata ricca?
"Per fortuna, essendo stata una delle migliori, qualcosa sono riuscita a mettermi via. Ma parliamo di cifre irrisorie rispetto ad altri sport come tennis, calcio, golf o basket".
Indirizzerebbe verso lo sci i suoi figli?
"Mi piacerebbe che facessero sport. Non sarò la madre che dice: “Tu non fai sci, tu giochi a tennis o a calcio perché è meglio, perché devi guadagnare”. Decideranno loro".
C’è qualcosa che non ha ancora rivelato di Milano Cortina?
"Quanto fossi felice anche soltanto di esserci. Avevo già vinto la mia sfida e l’ho vissuta con la gioia di avercela fatta. Ho portato la bandiera, che era uno dei miei sogni. Poi è arrivato tutto il resto: vincere in Italia, all’Olimpiade di casa, riuscire a reggere una pressione devastante".
Qual è stato il momento più forte?
"Quando dopo il superG per la prima volta ho sentito chiamarmi “Olympic Champion” e sopra di me passavano le Frecce Tricolori. Tutta la tribuna sventolava il tricolore e cantava l’Inno di Mameli. Oppure, quando ho tagliato il traguardo del gigante e ho scoperto di essere ancora davanti. Ma ce n’è un altro che preferisco".
Cioè?
"L’immagine di mio fratello Davide inquadrato alla partenza mentre piange: non ha proprio prezzo. Lui, così come il mio skiman, la mia manager e la mia famiglia sanno cosa è stato per me arrivare fin lì. Perché lì dentro c’era tutto: la sofferenza, il lavoro, la paura, la voglia di tornare e, alla fine, la gioia di esserci riuscita".
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