Dentro all'ultima sfida di LeBron: con Philly, diventare il primo a vincere con 4 squadre diverse
Dopo le vittorie con Cleveland, Miami (due) e Los Angeles, a 41 anni insegue il quinto trionfo in Nba con i Philadelphia 76ers: sarebbe il primo a vincere il titolo con quattro franchigie diverse
Dopo le vittorie con Cleveland, Miami (due) e Los Angeles, a 41 anni insegue il quinto trionfo in Nba con i Philadelphia 76ers: sarebbe il primo a vincere il titolo con quattro franchigie diverse
Massimo Oriani Giornalista 17 ottobre - 12:21 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleUna volta chiesero a Tom Brady, il più grande giocatore nella storia della National Football League, quale fosse il Super Bowl più bello tra i tanti che aveva vinto. La risposta spiegò perché era arrivato a guardare tutti dall’alto in basso: "Il prossimo". Sarebbe interessante sapere cosa risponderebbe LeBron James se gli fosse posta la stessa domanda. Un’indicazione però l’ha già data la scorsa estate, scegliendo i Philadelphia 76ers per concludere una carriera che lo ha già posto di diritto quantomeno nella conversazione su chi sia The Goat, il più grande di tutti i tempi, lui o Michael Jordan. Ha ancora sete di successi, poteva accontentarsi di svernare al caldo di Los Angeles, in un team che però realisticamente non può puntare all’anello, specialmente in una conference dove ci sono gli Spurs di Wembanyama e i Thunder di Shai Gilgeous-Alexander, senza dimenticarsi di quel signore serbo alto e grosso in maglia Nuggets che mette sempre paura e risponde al nome di Nikola Jokic.
VIDEO: Lebron James lascia Philadelphia in elicottero: il video è viraleLA NUOVA AVVENTURA
—I Sixers non alzano il Larry O’Brien Trophy dal 1983, l’ultima finale l’hanno giocata nel 2001, era la Phila di Allen Iverson, e venne battuta 4-1 proprio dai Lakers. Le alternative erano due ritorni: quello a Miami con gli Heat che guidò a due titoli consecutivi nel 2012 e 2013, o a casa, coi suoi Cavs, che lo scelsero con la numero uno assoluta nel 2003 e a cui regalò il primo trionfo della loro storia nel 2016, nel primo comeback da figliol prodigo, dopo la “Decision” di sei anni prima, quando decise di «portare il suo talento a South Beach». Quanto ha pesato lo scambio che ha portato Jaylen Brown dai Celtics ai 76ers sulla scelta di LeBron? Probabilmente molto. Senza l’ex biancoverde Philadelphia non sarebbe stata una contender, con JB lo è, a maggior ragione dopo l’arrivo del Prescelto. Tyrese Maxey, Joel Embiid, Brown e LeBron. Una volta esistevano I Big Three. Nacquero a Boston negli Anni 80 con Larry Bird, Kevin McHale e Robert Parish, tradizione rinverdita (il gioco di parole è involontario...) da Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen nel 2007-08. Oggi a Phila ci sono i Big Four. Con un totale di 36 convocazioni all’All-Star Game, ciascuno di loro possiede uno stile di gioco che richiede un’attenzione particolare da parte delle difese, cosa che coach Nick Nurse intende sfruttare al massimo. A questo gruppo andrebbe probabilmente aggiunto un quinto, non molto distante dall’essere considerato quantomeno una stellina, VJ Edgecombe, che nei mesi scorsi non era stato incluso nei workout che Brown, Maxey e LeBron avevano organizzato a L.A. per prendere confidenza gli uni con gli altri. Ma la guardia al secondo anno si è già mosso per entrare a far parte della “cricca”, organizzando una chat di gruppo su Whatsapp. «Ma non avevo il numero di James – ha poi spiegato VJ –. Così me lo sono fatto dare». Iniziativa apprezzata da LBJ, che infatti al media day dei Sixers lo ha definito “una star”.
LA VITA A PHILA
—La scelta di James è stata ben ponderata. Dopotutto è stata l’ultima di una carriera incredibile che lo vedrà tra poco iniziare la sua stagione numero 24. Quando debuttò, il 29 ottobre 2003 contro i Kings, mancavano ancora 641 giorni prima che Edgecombe venisse alla luce, giusto per rendere l’idea. Nurse si trovava su un campo da golf a metà luglio, due settimane prima che James firmasse con i Sixers, quando ricevette un messaggio da Rich Paul, Ceo di Klutch Sports, l’agenzia che rappresenta LeBron, che gli chiedeva se fosse disponibile a parlare. L’allenatore disse di sì, Paul chiamò e passò il telefono a James. Nurse interruppe la partita e si sedette sulla golf cart, mentre i due delineavano come il coach avrebbe utilizzato The Chosen One nei suoi schemi. "Credo che le prime cose di cui abbiamo parlato siano state l’attacco e la difesa: gli aspetti fondamentali del basket - ha detto Nurse a Espn -. Aveva giocato contro di noi un paio di volte da quando ero diventato allenatore di Philadelphia nel 2023 e gli dicevo: “Ehi, abbiamo fatto questo per quel motivo e quello per quell’altro”, e lui rispondeva: “Sì, sì, sì, ha senso”. Ricordava bene perché facevamo certe cose in attacco. Poi il discorso si è spostato su: “Come vedi l’inserimento?”. Ed ero assolutamente favorevole. Pensavo che fosse l’incastro perfetto: poteva darci molte delle cose di cui avevamo bisogno".
l'impatto
—Certo, anche a 41 anni (saranno 42 il 31 dicembre), James è in grado di spostare gli equilibri. Non più come una volta con la devastante potenza fisica, ma con la testa, da grande studente del gioco qual è. Non è solo una questione d’esperienza, ma di visione del campo, di sapere in anticipo cosa faranno gli avversari e i compagni. Il solo fatto di essere uno di loro, è fonte d’ispirazione per molti dei giovani Sixers, anche fuori dal campo. Come è accaduto una sera, quando la squadra si è riunita per una cena al ristorante Lark, nella località di Bala Cynwyd (Pennsylvania). Il menu, di ispirazione mediterranea, era stato curato da Nicholas Elmi, vincitore di una passata edizione di “Top Chef”. L’occasione non è stata soltanto un momento per rafforzare lo spirito di gruppo, ma ha anche offerto uno spunto di riflessione a Labaron Philon Jr. - guardia rookie dei Sixers - sul tipo di rapporto che un giorno potrebbe instaurare con una leggenda del calibro di James. «"Hai visto la stretta di mano tra lui e KCP ieri sera a cena?" ha chiesto Philon a un compagno, riferendosi a Kentavious Caldwell-Pope, già ai Lakers con LeBron. "Ho pensato: “Cavolo, noi non siamo ancora a quel livello, ma ci voglio arrivare".
la routine
—È questo l’impatto dell’ex Laker sui compagni, fuori e dentro dal campo. E non manca mai di dare il buon esempio. La routine quotidiana di James inizia presso il centro di allenamento dei Sixers intorno alle 7:45 del mattino, col suo preparatore atletico di lunga data, Mike Mancias, per dedicarsi alla cura del corpo. Esercizi di stretching, di attivazione muscolare e specifiche procedure da seguire. Particolare attenzione è rivolta al piede sinistro, affetto da artrite cronica e alla zona lombare, che la scorsa stagione lo aveva costretto a saltare il primo mese di campionato a causa di una sciatalgia. Durante la prima settimana del ritiro precampionato, l’allenamento era fissato per le 11. Edgecombe ricorda la prima volta in cui vide James nello spogliatoio: "Era lì prima di tutti gli altri. Ed è sempre così". Il tutto, naturalmente, pur abitando a quasi 160 chilometri di distanza, a New York City. James raggiunge il luogo di lavoro con un volo in elicottero di 40 minuti, atterrando sulla piazzola situata sopra gli uffici amministrativi dei Sixers, adiacenti alla struttura di allenamento.
COME FINIRÀ?
—Come andrà giudicata a posteriori la nuova sfida di LeBron? Potremo definirla vincente solo se riporterà a Phila quell’anello che inseguono da 43 anni? Il prisma attraverso il quale valutiamo squadre e giocatori distorce sempre la realtà perché mette a fuoco solamente una cosa, il risultato. Che in fondo è anche pur sempre il metro di giudizio più severo ma anche più giusto. Perché l’obiettivo è uno, sempre e solo quello: vincere. E alla fine è solo uno a raggiungerlo. La vera differenza sta nel non giudicare perdenti tutti quelli che non arrivano al traguardo a braccia levate. Oltretutto, LeBron non ha più nulla da dimostrare. Di titoli ne ha già vinti 4: due con Miami, uno con Cleveland e uno coi Lakers, anche se con l’asterisco perché nell’anno del Covid, nella bolla, situazione più unica (si spera...) che rara. Ai sei di Jordan non arriverà mai e sicuramente è qualcosa che non gli andrà mai giù. Ma la storia non è fatta solo di freddi numeri. E l’ultima pagina che sta per scrivere LeBron resterà scolpita nel grande libro del basket, comunque vada a finire.
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