"La mia vita da film": dramma e ritorno, l'Odissea di Edoardo Bove sbarca al cinema
La Gazzetta dello Sport

"La mia vita da film": dramma e ritorno, l'Odissea di Edoardo Bove sbarca al cinema

Domenica 18 ottobre 2026
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Il calciatore vittima di un malore nella serata del 1 dicembre 2024, durante un Fiorentina-Inter, racconta i suoi due ultimi movimentati anni in questo documentario

Il calciatore vittima di un malore nella serata del 1 dicembre 2024, durante un Fiorentina-Inter, racconta i suoi due ultimi movimentati anni in questo documentario

Elisabetta Esposito Giornalista 18 ottobre - 12:58 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Quel primo dicembre del 2024 ogni appassionato di calcio è sprofondato nel terrore. La caduta improvvisa, il panico negli occhi di compagni e avversari, il silenzio del Franchi, l’ambulanza, le urla. E Edoardo Bove a terra, immobile. Minuti che diventano ore, in cui tutti si sono proiettati in quella disperazione, i ragazzi si identificavano in lui, i più grandi lo vedevano come un figlio che non riuscivano a proteggere. Forse anche per questo In un battito, il film documentario sugli ultimi due movimentati anni di Edoardo Bove, smuove qualcosa dentro. Mentre scorrono le immagini di questo racconto, diretto con attenzione e rispetto da Giovanni Troilo, che sarà presentato in anteprima oggi alla Festa del Cinema di Roma e arriverà nelle sale dal 16 al 18 novembre con 01 Distribution, i pensieri viaggiano veloci e la testa si riempie di domande. Come ci si rialza dopo una paura così? Come si sopporta il peso di tante speranze deluse? E ancora, come ha fatto un ragazzo che mai ha amato esporsi come Bove ad accettare una telecamera addosso nei momenti in cui si decideva la sua vita? 

Nel profondo 

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Questo documentario va parecchio oltre l’intimità. Sarebbe stato (fortemente) intimo se si fosse “limitato” a mostrarci la tensione al risveglio dopo un’operazione al cuore o le lacrime prima dell’ultimo saluto ai compagni della Fiorentina o il dolore vivo dopo l’ennesimo "no, non puoi tornare in campo". Ma qui si viaggia verso l’inconscio, una zona spesso poco nota anche a noi stessi e che difficilmente viene messa a disposizione di tutti da un personaggio che, come si vede nel film, ancora viene regolarmente fermato per strada per autografi e selfie. Ci sono persino le sedute al limite dell’ipnosi con la mental coach Nicoletta Romanazzi (la stessa che ha sostenuto Marcell Jacobs nell’impresa olimpica di Tokyo, per capirci): respiri profondi, tremori, parole biascicate e pensieri oscuri. No, non è qualcosa che siamo abituati a vedere. E fa effetto. In un battito Edoardo Bove è nudo. Riusciamo a vedere anche il suo cuore. O meglio, la proiezione del suo cuore, malandato ma pulsante, chiuso dentro una teca in una scena onirica anche leggermente disturbante, ma che forse meglio di altre riesce a far capire il senso di disagio, smarrimento e estraniazione che deve aver provato lui quando si è ritrovato a ridisegnare la sua vita senza l’elemento che più lo definiva: il calcio. Attenzione però, non pensate che il pallone non ci sia. Anzi, nel film - prodotto da No Name Entertainment, Alea Film con Rai Cinema - è una costante, rotola ovunque: in casa quando Edoardo è così piccolo da non riuscire a camminare, sui campetti di quartiere, alla Boreale, alla Roma con i primi gol veri, l’esordio in A, con l’Under 21 azzurra, la Fiorentina e alla fine con il Watford. Il calcio c’è eccome e la sua è una tensione costante verso quel mondo, che è sempre stato il suo, riscoprendo però tutto quel che c’è intorno, a partire dall’importanza della famiglia, degli amici, della fidanzata. E, suo malgrado, anche dei medici. 

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La spinta 

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Molti dei dubbi che attraversavano la mente guardando il documentario si sciolgono durante la visione. Ad altre domande ha in qualche modo risposto lui. Come questa: perché raccontare tutto? "Questo docufilm nasce dalla volontà di dare un senso a quello che mi è successo e di trasformare un’esperienza personale in un messaggio che possa essere utile agli altri. Non ho intrapreso questo percorso pensando di restituire la storia di un calciatore. E forse neanche la storia di un calciatore che è tornato in campo. Piuttosto, ho condiviso un percorso che ho fatto dentro di me e che continua ancora oggi. Non è stato semplice far entrare le telecamere nella mia vita ma ha prevalso la convinzione che ne valesse la pena per l’utilità sociale del progetto. È stato bello mettermi in gioco: non è stato sempre facile, ma è stato autentico. Quello che mi è successo mi ha portato a guardare in modo diverso al tempo, alle esperienze e alle opportunità che la vita mi ha offerto. Questo film racconta la possibilità di affrontare momenti difficili e di non arrendersi. Ed è questo il messaggio che vorrei arrivasse, soprattutto a chi sta vivendo una difficoltà: non sentirsi solo e trovare la forza per andare avanti". E un ultimo pensiero importante: "In questa dimensione personale mi è stato subito chiaro un obiettivo: sensibilizzare le persone sull’importanza della formazione alle manovre di primo soccorso. Ed è per questo che ho deciso di giocare la mia partita anche al cinema". E ha sicuramente segnato uno dei suoi gol più belli.

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