La Juve è un sacco vuoto. Spalletti un tempo inventava, ora ha paura degli avversari
La Gazzetta dello Sport

La Juve è un sacco vuoto. Spalletti un tempo inventava, ora ha paura degli avversari

Lunedì 19 ottobre 2026
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Il vero Luciano ci metteva genio e coraggio, ora si limita a schierare tutte e cinque le punte insieme. Il risultato? Un mostro deforme che ha soltanto fatto il solletico alla Lazio

Il vero Luciano ci metteva genio e coraggio, ora si limita a schierare tutte e cinque le punte insieme. Il risultato? Un mostro deforme che ha soltanto fatto il solletico alla Lazio

Luigi Garlando Giornalista 19 ottobre (modifica alle 08:50) - TORINO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Alla settima giornata, Rino Gattuso non si è riposato, ma ha creato la sua Lazio più bella: 3-0 in casa della Juve, come non succedeva dal ’95, la vetta della classifica accanto all’Inter, il miglior bottino nella storia del club dopo 7 giornate, l’unico allenatore biancoceleste ad aver vinto 6 delle prime 7 partite. Un’apoteosi. Ha saccheggiato lo Stadium con una squadra appassionata, perfettamente organizzata, lucida, che ha fatto le cose giuste al momento giusto. Ha colpito quando doveva e si è difesa senza barricate, cercando spesso palla dalle parti di Vicario e calciando più angoli della Juve (7-5). Una supremazia totale. E la sensazione forte che la creazione di Gattuso durerà nel tempo. Ma ora non chiamatelo dio. È soltanto un uomo di buona volontà e un allenatore migliore di quanto lo abbiano sempre disegnato. 

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Spalletti non c’è più

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La Juve invece è scesa all’inferno. Non c’è più la squadra che abbiamo ammirato per anni, forte negli uomini e nello spirito. Ieri si è afflosciata come un sacco vuoto. Un’immagine simbolo? Celik e Bremer che accettano passivamente i gol di Isaksen e Dele-Bashiru. Nessun ammonito, neppure la forza di arrabbiarsi in uno Stadium inferocito. Juve superiore solo nei fuorigioco: 6-1. Altra spia di indolenza. Non c’è più Luciano Spalletti, quello vero di un tempo, che inventava con genio e coraggio. Ora c’è un reduce, forse traumatizzato dall’esperienza azzurra, che ha paura degli avversari. Un tempo li snobbava e imponeva le sue idee. Come all’Europeo si tormentava per gli esterni svizzeri e spagnoli, ieri ha messo Nico Gonzalez a destra per rincorrere Nuno Tavares. Ha cambiato ancora modulo: 4-2-3-1 con giocatori che sembravano recitare a soggetto, senza l’armonia di un’idea. Nella ripresa ci ha provato con le due punte (Kolo Muani-Woltemade) e poi con la solita pescata disperata dalla panca: 5 punte. È da inizio stagione che i titolari lo deludono e deve supplicare la salvezza a chi entra dopo. Dopo un anno di lavoro, non c’è uno straccio di identità. Questo è ciò che spaventa di più per il futuro. Anche più della classifica che è da halloween; Juve 8°, a 8 punti dalla vetta, dopo solo 7 giornate. Spalletti non ha nel dna le dimissioni che avrebbero un senso. Di sicuro ieri il mondo juventino si è addormentato sognando Antonio Conte. 

Bella Lazio

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Spalletti parte col 4-2-3-1, quindi, con McKennie incursore alle spalle di Kolo Muani e Alajbegovic poeta a sinistra. Gattuso conferma il 4-3-3 della sua Lazio spavalda che parte aggressiva, con l’autostima di chi ha 5 punti in più. Belahyane fa girare la giostra che pende a sinistra dove Nuno Tavares si propone con continuità e lavora bene con Zaccagni. A destra fatica di più Frattesi che sbaglia qualche appoggio di troppo. Fatica molto di più la Juve che guadagna campo a metà tempo, spinge indietro la Lazio, ma senza idee e senza ritmo per aprire spazi e avvicinare la porta. L’impostazione di Sarr e Luiz è meno che scolastica, i solisti non accendono scintille. Una telefonata di Alajbegovic è l’unico tiro (si fa per dire...) tra i legni nel triste primo tempo bianconero. Poi quasi solo la speranza della carambola buona in confusi mischioni d’area. Lo sgrammaticato palleggio di Kolo Muani frena ulteriormente una costruzione già anemica. Anche la Lazio manda un solo pallone tra i legni, ma lo fa entrare in rete. Minuto 37: gran parabola di Zaccagni per Provstgaard che incorna imperioso tra Bremer e Lucumi. Vantaggio meritato per lucidità del piano di gioco e la personalità con cui hanno sollevato spesso la pressione. Bordate di fischi al ritorno negli spogliatoi. 

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Crollo Juve

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Forse anche per l’aria che tira, Spalletti si arrende all’idea delle due punte che molti gli hanno caldeggiato e che, anche per questo, non ama. Dentro Woltemade. Guarda caso, dopo 10’, Kolo si allarga a sinistra e crossa per il tedesco che mette fuori la migliore occasione della notte bianconera. I due attaccanti provano a collaborare gomito a gomito in cima a un 4-4-2 confuso e disordinato. Al contrario la Lazio è ordinata, pulita e laboriosa come la Svizzera. E al 21’ mette in banca il meritato raddoppio: Nuno taglia il campo per Isaksen che, scortato dal generoso Celik, accarezza la palla nell’angolino lungo. Gran gol. Grande Lazio. A questo punto, in uno Stadium livido di rabbia, Spalletti fa ciò che gli riesce meglio: il lancio isterico di dadi. Dentro Conceiçao e Zhegrova e poi anche Boga che quest’anno gli hanno già salvato la pelle in altri finali. Cinque punte, in campo non c’è più una squadra, ma un mostro deforme a 5 teste. Ma non si vive di dadi. La buona sorte quasi sempre sta con chi se la merita. Infatti, Dele-Bashiru segna il terzo (44’). Non c’è più la Juve, non c’è più Spalletti. C’è una bella Lazio in testa alla classifica. Di un grande Rino Gattuso.

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