Arda Turan: “Un bimbo mi ha spiegato la vita, siamo la speranza di un popolo. Dell’Inter di Chivu mi piace…”
L'allenatore dello Shakhtar che domani sfida i nerazzurri: "Viaggiamo solo via treno o pullman, per le trasferte europee ci mettiamo dalle 14 alle 16 ore. Non è una scusa ma non possiamo accettarlo come fosse normale"
L'allenatore dello Shakhtar che domani sfida i nerazzurri: "Viaggiamo solo via treno o pullman, per le trasferte europee ci mettiamo dalle 14 alle 16 ore. Non è una scusa ma non possiamo accettarlo come fosse normale"
Giulio Di Feo Giornalista 19 ottobre (modifica alle 10:47) - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleQuando Serse, re dei persiani, chiese a Leonida di consegnare le armi, lui rispose: "Vieni a prenderle". Arda Turan a Leonida somiglia, posa fiera e barba al vento, e dopo aver combattuto su vari fronti ha trovato la sua Sparta in Ucraina: sono decenni che lo Shakhtar Donetsk è l'ultimo baluardo mai domo del calcio dell'est, lui lo allena da un anno e mezzo e alimenta anche in Champions questo capolavoro di ingegneria calcistica che vedremo in campo anche contro l'Inter. Con una dozzina di brasiliani, un'età media bassissima e la fierezza di un popolo che non china il capo di fronte alla guerra.
Un anno e mezzo al timone: che squadra è lo Shakhtar di Arda Turan?
"Quando sono arrivato ho trovato una squadra di talento che aveva bisogno di costruire una forte identità collettiva. Nella nostra prima stagione abbiamo vinto il campionato e raggiunto le semifinali di Conference, ora vogliamo dimostrare di poter stare anche in Champions, a un livello in cui decidono spesso i dettagli e anche una posizione del corpo sbagliata può costarti cara. Abbiamo un sistema di gioco in cui crediamo, sappiamo sempre cosa fare, vogliamo controllare la partita, avere il pallone e reagire immediatamente se lo perdiamo. E dal punto di vista sportivo quello che stiamo facendo è difficilissimo, anche se non voglio sia percepito come una scusa".
VIDEO: Inter, Martinez-Provedel: cosa deve fare Chivu ora?Allude alla guerra?
"Sì. Passiamo ore viaggiando in bus e in treno, senza dare ai giocatori il tempo per recuperare. A malapena troviamo finestre per allenarci, per le partite europee i nostri viaggi durano in media dalle 14 alle 16 ore. Certe volte non torniamo nemmeno a casa. Non dobbiamo tenere conto solo del carico delle partite ma anche della stanchezza che questi viaggi provoca. Sostenere questo calendario è quasi impossibile dal punto di vista scientifico, siamo una squadra giovane e i ragazzi con meno esperienza sono più vulnerabili agli infortuni. Ringrazio il mio club, a volte elabora piani incredibili per ridurre al minimo l'impatto del conflitto su di noi".
Si chiama Shakhtar Donetsk, ma di fatto a Donetsk non mette piede da più di 10 anni...
"Ripeto, non voglio che sia una scusa. Ma allo stesso tempo non possiamo accettare questa come una situazione normale. In Ucraina c'è la guerra, ogni giorno la gente muore e il mondo deve saperlo. La gente dimostra una forza e una resilienza incredibili, non ha perso la gioia di vivere. Possono trascorrere una notte in un bunker e uscire la mattina dopo, andare al lavoro o portare i figli a scuola. Si rifiutano di permettere che la vita si fermi. Di fronte a un popolo così, sarebbe ingiusto per noi lamentarci. Il calcio a queste persone può dare per qualche ora felicità: non siamo solo una squadra, rappresentiamo la speranza di un paese".
C'è un momento o una storia particolare che l'ha colpito?
"L'anno scorso perdiamo 4-1 in casa con l'Lnz. Il giorno prima Leopoli era stata colpita da un pesante attacco, la gente aveva trascorso la notte in un rifugio. Dopo la partita sono arrabbiatissimo, e a un certo punto mi ritrovo davanti un bambino di 8 anni. Si chiama Roman, è un tifoso dello Shakhtar, la sua casa era stata bombardata, aveva perso sua madre e subito 35 operazioni chirurgiche. Mi dice: 'Mister, non essere triste. Nella vita ci sono giorni belli e giorni brutti. Devi andare avanti'. Considerando quello che aveva passato, era un modo straordinario di guardare al futuro. Quel giorno ho imparato da Roman una delle lezioni più importanti della mia vita: va rispettata la nostra professione e fare ciò che possiamo per rendere felici le persone, ma senza mai dimenticare che è un gioco mentre la vita reale è più grande. Roman me l'ha ricordato: siamo rimasti in contatto e ci incontriamo ogni volta che possiamo".
Suona l'allarme e devi andare nel rifugio. Cosa provi in quei momenti?
"Non puoi capirlo finché non la vivi. Suona l'allarme, e non pensi a te ma alla famiglia, ai giocatori, alle persone a loro care. Quando ho guardato Isaque contro il Psv alla sua prima presenza in Champions, mi è tornata in mente una foto che ho sul telefono: durante un bombardamento nella hall dell'hotel lo copro con un plaid mentre cerca di dormire, come avrei fatto con i miei figli. Quell'immagine racconta la nostra squadra, ci prendiamo cura gli uni degli altri e andiamo avanti"
Anche con lei lo Shakhtar è il Brasile d'Europa.
"Ai miei giocatori dico sempre 'Giocate come lo Shakhtar', e non credo sia banale perché da anni abbiamo un'identità consolidata. I brasiliani arrivano qui con un potenziale enorme, noi cerchiamo di indirizzarlo verso un calcio moderno che richiede più contatto fisico e duelli".
Molto brasiliani e molti giovani. È un vantaggio o accusate mancanza di esperienza?
"Ai giovani concedo il diritto illimitato di sbagliare, purché rimangano fedeli al sistema. Non darò mai la colpa a uno per un errore commesso mentre segue i nostri principi. Lo so perché quando avevo 18 o 19 anni anch'io vedevo il gioco in modo diverso e pensavo di poter risolvere tutto col talento. Al Galatasaray mi allenava Rijkaard, in allenamento dribblavo tutti, un giorno Frank fermò tutti e disse: 'Arda, che senso ha dribblarne 10 sotto la trequarti? Se credi in te stesso fallo negli ultimi metri, lì sì che conta'".
Che allenatore è Arda Turan? A chi si ispira?
"Dal punto di vista difensivo prendo molto da Simeone: posizionamento, compattezza, pressing, chiusura delle linee. In attacco mi ispiro a Luis Enrique nella ricerca di soluzioni contro la difesa schierata. Nel rapporto coi giocatori e nella gestione dello stress penso a Terim, nella preparazione precampionato dal profe Ortega, nell'organizzazione dei calci piazzati dal mono Burgos... ma un allenatore non costruisce la propria identità facendosi influenzare da una sola persona: impari da tutti e poi integri quelle lezioni nel tuo sistema".
Al suo Atletico Simeone mostrava il discorso di Al Pacino tratto da "Ogni maledetta domenica". Lei come motiva i suoi?
"Se vuoi avere successo devi uscire dalla zona di comfort, è stato anche uno dei motivi per cui sono venuto allo Shakhtar. La motivazione non è solo nei discorsi prepartita: il silenzio, una canzone, un film, una storia o una conversazione breve e sincera con un giocatore possono avere un impatto molto maggiore di quanto si immagini. Mi piace collegare i giocatori alla realtà in cui viviamo: perché giochiamo qui? Cosa dobbiamo a queste persone? Quando trovi le risposte a queste domande, la motivazione non arriva più da fuori ma diventa una forza che nasce dall'interno".
Una dozzina di anni fa è stato molto vicino all'Inter. Le sarebbe piaciuto?
"L'Inter è uno dei grandi 'brand' del calcio mondiale, ma la mia carriera da giocatore appartiene al passato e non sarebbe giusto vivere di se e ma. Rispetto e ammiro l'Inter, ma mi godo il presente".
Le piace l'Inter di Chivu? Dove può arrivare in Champions?
"Ha fatto un lavoro incredibile l'anno scorso, tornare a vincere è difficile. Specie in Serie A, uno dei campionati più duri al mondo. L'energia che vedo in campo nell'Inter mi racconta un legame molto forte tra Chivu e i suoi giocatori, è una delle cose che più apprezzo di Cristian: a questo livello è un fattore che può dare a una squadra qualcosa in più. Questa Inter è una squadra capace di vincere a ogni livello in cui compete".
Ci vede anche punti deboli?
"Trovo irrispettoso parlarne pubblicamente, spero solo che riusciremo a individuare le loro vulnerabilità e approfittarne".
Ha giocato molte volte insieme a Calhanoglu, ora lo affronterà da allenatore.
"Hakan per me è più di un ex compagno. È un fratello, è il capitano della Turchia, provo un enorme affetto per lui. In campo è eccezionale: controlla il ritmo, fa sempre la cosa giusta anche sotto pressione, è un leader. Giocare contro di lui è sempre difficile, ma preferisco guardare al lato emotivo della storia: due persone che hanno rappresentato il calcio turco ai massimi livelli si troveranno una di fronte all'altra"
Chi vince la Champions League?
"Psg e Bayern sono le favorite, il Barcellona può essere la sorpresa e anche l'Inter può arrivare lontano. Ma se devo sceglierne una, vorrei che vincesse l'Atlético".
Se uno dei suoi perdesse uno scarpino e lo lanciasse contro il quarto uomo, cosa le direbbe? A lei successe in un Atletico-Barça del 2015...
"'Assicurati solto di non colpirlo'. (Ride.) È che da allenatore le tue responsabilità aumentano: se il mio giocatore avesse ragione ad arrabbiarsi, gli direi che lo capisco. Sarebbe solo sbagliato il modo di esprimerlo..."
"Arda Turan è Beckham che gioca come un guerriero", scrisse qualcuno. C'è un giocatore di oggi che ti ricorda te stesso?
Guarda le tre coppe europee in streaming solo su NOW! Attiva il Pass Sport da 19,99€ al mese
"Certe volte Álex Baena, anche se lui è più portato al gol e aggressivo di quanto lo fossi io. Trovo quella frase lusinghiera, spero che si riferisse anche al mio look. (Ride.)"
Leggi anche Inter, è sempre ansia da rimonta: in Champions così non bastaLeao nella bufera: la foto con Yamal dopo la disfatta fa infuriare i tifosi del Galatasaray© RIPRODUZIONE RISERVATA