Lys Gomis: "Alcol e cocaina mi hanno distrutto, ho chiesto aiuto. Scaricai un estintore contro Ogbonna e..."
L'ex portiere del Toro racconta la sua discesa all'inferno e ritorno: "La coca mi restituiva adrenalina, bere non mi faceva pensare al presente, ma quando è morto mio padre è crollato tutto. Ero stato il miglior giocatore del Viareggio, poi in una rissa in discoteca mi ruppi il mignolo"
L'ex portiere del Toro racconta la sua discesa all'inferno e ritorno: "La coca mi restituiva adrenalina, bere non mi faceva pensare al presente, ma quando è morto mio padre è crollato tutto. Ero stato il miglior giocatore del Viareggio, poi in una rissa in discoteca mi ruppi il mignolo"
Francesco Albanesi 12 febbraio - 09:29 - MILANOPer lui la luce in fondo al tunnel non è stata solo una metafora, ma l’inizio di una nuova vita. La carriera di Lys Gomis parla di talento, eccessi e di lunghe battaglie contro i propri demoni. La perdita del padre da ragazzo gli ha aperto una ferita profonda, che per anni ha alimentato una spirale di autodistruzione: “La cocaina mi restituiva l’adrenalina del campo, l’alcol mi toglieva l'attenzione dal presente". Bravate, rapporti spezzati e smarrimento hanno accompagnato la sua caduta fino al punto più basso. Lui però non ha mai mollato: ha chiesto aiuto e oggi vive una seconda vita, mettendo la sua voce al servizio dei giovani.
A 36 anni è nato un nuovo Gomis?
“Sì. Ho ritrovato motivazione, obiettivi, voglia di incidere. Voglio fare prevenzione e parlare ai giovani: alcol e droga non risolvono i problemi. Ho finito da poco il mio percorso al centro Narconon Falco, che mi ha aiutato tanto. Sono rinato. Oggi porto la mia esperienza nelle scuole, per mostrare ai ragazzi che anche dalle difficoltà più profonde si può ripartire".
Quando ha capito di essere entrato nella dipendenza?
“Non me ne sono mai accorto, in realtà. Già mentre giocavo c’erano feste, alcol, discoteche dopo le partite. E poi la cocaina, la droga che mi riportava quell’adrenalina che provavo in campo. L’alcol invece mi toglieva l’attenzione dal presente. Finché c’era il calcio, tutto sembrava sotto controllo. Quando ho perso mio padre è crollato tutto: non riuscivo a comunicare il dolore e ho iniziato a distruggermi. Avevo perso ogni scopo, aspettavo solo che tutto finisse”.
Quando ho perso i rapporti con la mia famiglia ho toccato il fondo. E ho deciso di farmi aiutare
Lys GomisChi era suo padre per lei?
“Il mio eroe. Giocava a calcio, era un portiere anche lui. A me e ai miei fratelli ha sempre lasciato la libertà di scegliere il nostro percorso, senza pressione. Desiderava solo che i suoi figli diventassero brave persone. Per questo, dopo la sua scomparsa, ho sofferto ancora di più. Avevo la sensazione di averlo tradito”.
Il punto più basso che ha toccato?
“Quando ho perso tutti i rapporti umani con la mia famiglia. Toccare il fondo mi ha fatto rinascere: ho scelto di vivere, di chiedere aiuto, di smettere di nascondermi dietro maschere. Ho deciso di farmi conoscere come uomo, non solo come calciatore”.
Da giovane ne ha combinate parecchie?
“Tante. Nel ritiro delle giovanili del Torino aprii un estintore in albergo addosso a Ogbonna. Scattò l’evacuazione, il ristorante sotto si riempì di fumo. Rischiai seriamente di essere mandato via, ma alla fine se la presero più con Ogbonna perché era il più grande”.
Quella volta imparò la lezione?
“Non proprio. A 17 anni litigai in discoteca con un ragazzo che aveva importunato la mia ragazza. Finimmo alle mani e mi ruppi il mignolo. Saltai tutta la prima parte del ritiro 2007-08 con il Torino di Novellino. Un mese dopo mi presentai ai vari Recoba, Barone, Ventola e Di Michele. Non il miglior biglietto da visita, soprattutto dopo aver vinto il Viareggio come miglior giocatore a febbraio”.
Il sogno della Serie A, però, è riuscito a realizzarlo.
“Trenta novembre 2013: Genoa-Torino 1-1. Entrai al posto di Padelli, infortunato. Era il sogno di un bambino che dormiva con i guanti nuovi e si faceva le interviste da solo nello spogliatoio. Ringrazio ancora Ventura per la fiducia: mi ha cambiato la vita”.
Com’è iniziata la sua rinascita?
“Ho affrontato una fase iniziale di astinenza con assistenza continua. Poi un programma di purificazione con saune quotidiane, integrazione di vitamine e cicli prolungati per eliminare le tossine. Ho lavorato su me stesso, ho chiesto scusa alle persone che avevo ferito, ho ascoltato ciò che avevano da dirmi e affrontato le conseguenze delle mie azioni”.
A chi sente di dover dire grazie?
“Mattia Perin, che negli anni è diventato un vero amico: l’ho conosciuto proprio al mio debutto in Serie A. Ha sostenuto concretamente il progetto di recupero e prevenzione, insieme a D’Ambrosio, Darmian, Paolo Zanetti, Padelli e tanti altri calciatori. Ringrazio anche Mattia Aramu, Francesco Cosenza e le persone che mi hanno seguito nel percorso di disintossicazione”.
Anche l’Atalanta le sta dando una mano…
“Ho creato insieme al direttore del centro una raccolta fondi per garantire un servizio di prevenzione ai giovani in difficoltà e aiutare la comunità che mi ha cambiato la vita. L’Atalanta ha contribuito donando una maglia firmata di Pasalic da mettere all’asta a scopo benefico. Ci aiuterà anche il Torino".
Com’è oggi il rapporto con sua figlia Charlotte?
“Stiamo ricostruendo un legame. Lei è intelligente. So di non essere stato un buon padre, ma oggi cerco di darle l’esempio di come si esce dalle difficoltà. L’ho chiamata Charlotte in onore di mio padre Charles. Quando ero in comunità la tenevo aggiornata sulla mia situazione tramite i servizi sociali: non mi sono mai nascosto. Lei ha capito e apprezzato la mia sincerità. Ora dobbiamo recuperare il tempo perso”.
E con i suoi fratelli?
“Non mi hanno mai abbandonato. Così come mia mamma. Sanno che ho commesso errori gravi ma hanno sempre creduto a una mia rinascita. Ora posso dire di avercela fatta”.
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