Final Fantasy Resonance, la recensione: un bignami della saga (per la prima volta in HD-2D)
La Gazzetta dello Sport

Final Fantasy Resonance, la recensione: un bignami della saga (per la prima volta in HD-2D)

Martedì 20 ottobre 2026
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Dalle ceneri del titolo mobile Brave Exvius nasce il primo Final Fantasy dallo stile artistico degli apprezzati Octopath Traveler

Dalle ceneri del titolo mobile Brave Exvius nasce il primo Final Fantasy dallo stile artistico degli apprezzati Octopath Traveler

Paolo Sirio 20 ottobre - 15:22 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Final Fantasy Resonance è una nuova, non nuovissima, spericolata operazione editoriale di Square Enix. Dopo Octopath Traveler 0, ancora un videogioco "gacha" mobile chiuso e, anni dopo, adattato in un titolo console completo. E al pari di Octopath Traveler 0, il risultato è un prodotto concreto, compatto, godibile nel suo essere piccolo, forse limitato, ma preciso, il più delle volte. Come i giochi di una volta. 

Stile HD-2D

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Lo stile artistico è il HD-2D proprietario della casa giapponese, che ormai abbiamo conosciuto e amato, ma proiettato sulle ambizioni e sui bisogni di un Final Fantasy. Se la storia ricorda Final Fantasy VII nel suo svolgimento, ci sono sequenze filmate alla maniera di Final Fantasy VIII, e i video proiettati quando attiviamo le Visions sembrano richiami alla serie più generale e a Final Fantasy XIII (compressione inclusa). Sotto il profilo tecnico, Resonance fa cose che gli altri HD-2D non fanno: cambi di prospettiva, effetti come una cascata che devia il suo corso quando ci passiamo sotto… La storia è un adattamento delle prime stagioni di Brave Exvius, ma il lavoro di legatura è buono: non si percepiscono cicatrice né ferite non ancora rimarginate nella narrazione. Mitologia Final Fantasy in purezza, ma con le divinità che camminano tra gli umani è ancora più etereo e fantasy del previsto. 

Il gioco

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Nel gameplay alti e bassi ma, complessivamente, il giocato è tagliato così sottile che sarebbe difficile sbagliare anche se lo volesse. Tanti, troppi sistemi nel combattimento, faticano a trovare l’amalgama. Gli esper sono raccontati bene ma slegati dal contesto ludico, le Visions "semplicemente" sbloccano dei poteri elementali aggiuntivi e diversificati, come in Persona. Il tutto è finalizzato alla meccanica delle debolezze dei nemici, pure qua, ma non sembra funzionare insieme al resto: pare essere stata pensata solo (e non è cosa di poco conto di per sé) per dare più opzioni per sfruttare le aperture dei nemici. Vale la pena di spendere qualche parola per le Visions. Con personaggi estratti dal più ampio universo di Final Fantasy, queste rendono Resonance un autentico all-stars della saga, amplificando la sensazione che per la sua prima scorribanda nel HD-2D Square Enix abbia voluto puntare molto sull’omaggio. Anche qui pro e contro. Bello che siano complete in termini di meccanica: livellarle con un protagonista alimenta lo sblocco di mosse e bonus passivi per quel determinato membro del party. Non ci sono obblighi a legarsi ad una singola Vision, e in questo il sistema incentiva a provare combinazioni disparate che cuciono di fatto un ruolo su misura. Di contro, il modo in cui si raccolgono le varie Vision è abbastanza noioso. Il dispositivo gacha dell’originale per smartphone è stato sostituito da templi lineari e senza nemici, con dialoghi a finta risposta multipla che fanno da contorno a sequenze dei Final Fantasy in cui si sono distinti i vari eroi. Evocativo, ma un po’ poco. 

Come i Final Fantasy di una volta

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Clair Obscur: Expedition 33 è tornato a puntare i riflettori su alcuni elementi della grammatica tradizionale dei JRPG, di cui essi stessi avevano cominciato a vergognarsi perché nati come espressione di limiti tecnici. C’è una mappa del mondo, ci sono città raccolte ma di carattere, ci sono i mercati dove potenziare, metodicamente step dopo step, i propri equipaggiamenti. Il loop è semplice e diretto. Gli obiettivi sono sempre lineari e ben evidenziati, non c’è rischio di perdersi, che si tratti di una missione principale o una secondaria - poca cosa, quest’ultima tipologia, ma siamo contenti ci siano: non scaricano il livellamento sul solo grinding. Grinding che c’è, è probabilmente uno degli aspetti più amati di quella grammatica cui facevamo riferimento qualche riga fa, e pecca solo di un’eccessiva aggressività nella ricarica del timer degli incontri casuali (pur ben segnalati sulla minimappa). 

Final Fantasy Resonance, il verdetto

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Final Fantasy Resonance rappresenta un approccio light al genere, che può passare come "budget" e tecnicamente lo è - financo nel prezzo -, ma che rispetto ad altre esperienze simili si lascia giocare e non stanca. In termini di qualità della vita, costituisce una definitive edition della versione mobile, per cui mette in tavola un grado di rifinitura alto: basti pensare al posizionamento strategico dei salvataggi automatici. Certe scelte editoriali sembrano riservargli un trattamento da capitolo minore: manca ad esempio una traduzione in italiano, nemmeno nei testi (fortunatamente dovrebbero risultare comunque comprensibili). In buona sostanza, Final Fantasy Resonance è un bignami della saga, in tutti i sensi, che sa intrattenere: un racconto sì pieno di cliché ma dall’intreccio non banale, un gameplay basato sui concetti base degli episodi classici e di altre produzioni JRPG nitide quali Bravely Default. Non ne ha pulizia e abbrivio ma lo spunto iniziale, le debolezze o gli attacchi all-out, è buono, lo sostiene a lungo. E, nel suo essere un titolo evidentemente minore, funziona.

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