Heraskevych: "Il mio casco un simbolo. In Ucraina morti, bombe e paura, ma alla gente non frega più nulla"
L'atleta olimpico, squalificato a Milano-Cortina per l'uso del casco coi volti degli atleti ucraini morti durante la guerra, ci ha raccontato la situazione: "L'interesse verso di noi è calato ed è un male, Shakhtar simbolo di resistenza. Pirlo? La Figc ha fatto bene"
L'atleta olimpico, squalificato a Milano-Cortina per l'uso del casco coi volti degli atleti ucraini morti durante la guerra, ci ha raccontato la situazione: "L'interesse verso di noi è calato ed è un male, Shakhtar simbolo di resistenza. Pirlo? La Figc ha fatto bene"
Francesco Pietrella Giornalista 20 ottobre (modifica alle 19:35) - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleVladyslav Heraskevych chiede aiuto attraverso i suoi occhi di ghiaccio scheggiati dal tempo, ma non ancora in frantumi: “Ho visto morire amici e familiari, ho visto palazzi distrutti e centri d’allenamento che non esistono più, ma resisto. E continuo a gareggiare col mio casco della memoria. Lo devo alla nostra Ucraina”. Vladyslav, 27 anni, skeletonista di punta del suo Paese, ha messo davanti il suo Paese di fronte a una possibile medaglia: a febbraio, durante l’Olimpiade di Milano Cortina, fu squalificato dal Cio alla vigilia della gara perché si rifiutò di correre senza quel casco, raffigurante 24 volti di atleti morti durante la guerra. “Un’ingiustizia, ma lo rifarei cento volte”. Heraskevych risponde da Riga, in Lettonia, dove sta preparando il Mondiale di skeleton in programma sempre a Cortina a metà dicembre. Ha parlato della guerra e anche del concetto di resistenza, espresso su un campo dal suo amato Shakhtar, prossimo avversario dell’Inter.
VIDEO: Bombardato e chiuso dal 2014: cosa succederà allo stadio dello ShakhtarCome trova la concentrazione per allenarsi?
“Cerco di isolarmi, ma non è facile. Sto preparando due coppe del mondo. A fine seduta, ogni volta che prendo il telefono in mano, ho paura di cosa potrei leggere. È molto difficile pensare allo sport come la cosa più importante, siamo in una crisi profonda”.
Lo Shakhtar Donetsk, di scena a San Siro mercoledì, è un simbolo di resistenza.
“È in esilio da 12 anni, da quando la Donbass Arena fu bombardata durante la guerra. Faccio il tifo per loro, negli ultimi mesi ho visto anche diverse partite dal vivo, a Leopoli, sede delle gare in casa. Nonostante gli stadi distrutti, nonostante la tristezza, le difficoltà, la paura o i viaggi aerei di 15 ore, cercando di tenere duro”.
Com’è la situazione in Ucraina a livello di infrastrutture?
“I dati contano 14 stadi rasi al suolo, 30 parzialmente distrutti, 40 danneggiati. Allenarsi è diventato complesso. Sei sempre in ansia per i tuoi familiari o per i tuoi amici. Per un bambino ucraino è difficile praticare sport. Molte strutture sportive sono state distrutte, mentre quelle rimaste sono sovraffollate. Inoltre, molti ucraini sono stati costretti a trasferirsi verso altre zone del Paese e questo ha cambiato tutto. Non ci sono abbastanza persone che riescono a praticare attività sportive”.
In Ucraina c'è la guerra dal 2014, non solo dal 2022: se ne dovrebbe parlare di più?
“Se ne parla pochissimo, e c'è un motivo: si chiama “War fatigue”, la stanchezza del conflitto. Veniamo bombardati tutti i giorni, ma l’attenzione è calata. L’ultimo mese a Kiev è successo di tutto, e io mi sono trovato in mezzo: allerte, edifici residenziali colpiti, bombe, morti. È difficile riuscire a vivere, qui semmai si sopravvive. Non riesci a seguire i tuoi programmi, non riesci a dormire bene, durante la notte sei sempre agitato. Viaggiando mi rendo conto che la gente non ha idea di cosa stiamo passando”.
Vladyslav Heraskevych a Milano-CortinaCos’è che la sconvolta?
“Solo la scorsa settimana a Kiev sono morte 150 persone in un bombardamento dei russi. In altri posti se ne parlerebbe per anni, si costruirebbero memoriali, ma ho la sensazione che dell’Ucraina non importi più a nessuno. È come se la gente si fosse abituata, ed è sbagliato. Anche quando si discute di politica, di cessate il fuoco o di pace, dovremmo parlare delle vittime di questa guerra”.
Ha perso amici o familiari?
“Molti. L’ultimo, di recente. Un amico con cui giocavo a calcetto dietro casa. Ha lasciato una moglie e una bambina che crescerà senza padre. Invito chi parla di un’Ucraina che non vuole un cessate il fuoco a venire a un funerale qui da noi. È una tragedia umana diventata una triste normalità. Noi vogliamo la pace, un ritorno alla vita normale. Perché vogliamo aiutare il popolo? Perché è importante raccontare le loro storie? Dobbiamo continuare a parlare delle persone che sono state uccise in questa guerra”.
Arriviamo al suo casco della memoria, per cui fu squalificato. Quando e com’è nata l’idea?
“Un paio di settimane prima dell’Olimpiade di Milano-Cortina. Ricordo la storia dell’atleta tedesco Matthias Steiner, che a Pechino mostrò una fotografia di sua moglie scomparsa anni prima. Ho pensato che sarebbe stato bello fare lo stesso con gli atleti ucraini. Conoscevo la regola 50 relativa ai messaggi politici, ma il mio casco è tutt’altro”.
Chi lo ha realizzato?
“Un artista di Kiev. L’ha fatto in due giorni, al buio, lavorando con due candele accese tutta la notte. Erano i giorni del blackout dovuto alla guerra, poi l’ho portato a Cortina e ho iniziato ad allenarmi. Ancora oggi non ho accettato la squalifica. Ho indossato il casco l’8 febbraio. Sulla pista c’erano già giornalisti di diversi Paesi, ma nessuno di loro ci aveva fatto caso. Tutto è cambiato quando hanno cominciato a contestarne l’utilizzo”.
Cos’ha pensato dopo la squalifica?
“È stata una coltellata, un'ingiustizia. Ero veloce in pista e avevo la possibilità di lottare per una medaglia. È stato doloroso perché non si trattava solo del mio lavoro, ma anche di quello del mio staff. Sono stato escluso senza un motivo, ma non me pento. L’avrei fatto se avessi rinunciato al casco, ammettendo di aver sbagliato e accettando di indossare la fascia nera che mi avevano proposto. Non sarebbe stato da me. Ribadisco: lo rifarei cento volte”.
Si sente un eroe?
“In Ucraina la parola “eroe” è molto delicata, quindi direi di no, non lo sono. C’è gente più coraggiosa di me che sta combattendo al fronte. I simboli restano loro”.
Sul casco ci sono 24 volti, tutti in bianco e nero: qual è la storia a cui è più legato?
“Alcuni di loro li conoscevo. È il caso di Ivan Kononenko, un atleta di pesi massimi. Era un amico di mio padre. Credo di averlo incontrato per la prima volta quando avevo 5 anni. Un altro che vorrei citare è Pavlo Ishchenko, che lavorava in un centro umanitario e distribuiva cibo alla popolazione. E poi Maksym Halinyshev. Ho incontrato sua madre. Era un pugile, medaglia d'argento ai Giochi giovanili. Aveva scelto volontariamente di arruolarsi nell'esercito. Aveva una moglie e una figlia molto piccola".
In estate in Italia si è discusso molto di Andrea Pirlo, vicino a diventare il c.t. della Nazionale, ma la FIGC ha cambiato rotta perché era stato in Russia e ha tuttora un contratto con un importante sponsor russo. Cosa ne pensa?
“Da bambino giocavo spesso ai videogiochi e utilizzavo il suo Milan. Parliamo di una leggenda del calcio. Su Twitter pubblicai un video in cui Pirlo appariva con Artem Dzyuba, il calciatore russo, mostrando alcuni documenti o cartoncini autografati e pubblicizzando chissà che cosa. Mi chiedo cosa possa spingere una persona come lui ad andare in Russia in un momento così terribile e a farsi vedere con chi sostiene la guerra. E poi c'è la questione delle aziende russe, che contribuiscono all'economia attraverso il loro denaro. Per lui è una macchia sulla sua carriera".
La Figc ha fatto bene a cambiare idea?
"Direi di sì. Nascondersi dietro la frase “lo sport è fuori dalla politica” è facile. In questo modo si cerca di eliminare ogni responsabilità, ma esistono anche esempi positivi".
Del tipo?
“Ho incontrato Marco Tardelli durante un evento a New York. È una persona straordinaria, che tiene all'Ucraina e dimostra solidarietà. Attraverso lo sport possiamo anche costruire ponti. Credo che in Italia molte persone abbiano imparato a conoscere il nostro Paese grazie ad Andrij Shevchenko. È bellissimo quando lo sport viene utilizzato per fare del bene, per offrire aiuti umanitari, organizzare partite di beneficenza e sostenere le scuole ucraine. La Russia usa lo sport come strumento di propaganda”.
È bellissimo quando lo sport viene utilizzato per fare del bene. La Russia usa lo sport come strumento di propaganda
Vladyslav HeraskevychC'è un dibattito sul ritorno degli atleti russi alle competizioni. Qual è il tuo punto di vista?
“Credo che oggi sia difficile lavorare con il Cio, il Comitato Olimpico Internazionale. Non conosco le scelte della Fifa o della Uefa, ma riguardo le olimpiadi c'è una questione che mi colpisce: Kirsty Coventry, presidente del Cio, mantiene contatti con il ministro dello Sport russo, nonostante quest'ultimo sia stato sottoposto a sanzioni dell'Unione Europea. Non se ne preoccupano. Questo è un esempio di come il Cio cerchi di agire come un'autorità superiore a tutti i governi e al diritto internazionale”.
Arriverà il giorno in cui un atleta russo e uno ucraino torneranno a stringersi la mano?
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“Non ora. Solo quando la guerra sarà finita potremo parlare del ritorno degli atleti russi su tutti i palcoscenici sportivi internazionali e anche di come poter tornare a vivere in rapporti normali. Ma in questo momento, mentre è in corso una guerra su vasta scala, non è giusto parlarne".
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