Guardalben: "Rischiai la paralisi e soffrii di depressione. Buffon si impose per farmi giocare"
La Gazzetta dello Sport

Guardalben: "Rischiai la paralisi e soffrii di depressione. Buffon si impose per farmi giocare"

Venerdì 13 febbraio 2026
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L’ex portiere si racconta: "Mi ruppi due vertebre del collo Fermo un anno, fu buio totale: non mi sentivo più vivo. Anche a Parma mi ammalai: fisso in panchina dietro Gigi"

L’ex portiere si racconta: "Mi ruppi due vertebre del collo Fermo un anno, fu buio totale: non mi sentivo più vivo. Anche a Parma mi ammalai: fisso in panchina dietro Gigi"

Francesco Pietrella Giornalista 13 febbraio 2026 (modifica alle 09:27) - MILANO

Sulla sua bussola c’è una frase in latino: "Frangar, non flectar", "Mi spezzo, ma non mi piego". Matteo Guardalben, 51 anni, portiere dai capelli lunghi e ricci passato per Verona, Parma, Palermo e Piacenza in Serie A, è uno di quelli che pur di non mollare rimarrebbe sul ring anche con un occhio pesto e le sopracciglia sanguinanti. "Ho rischiato la paralisi e vinto la depressione, ora mi piacerebbe raccontare la mia storia per sensibilizzare le persone". 

Matteo, intanto il presente: di cosa si occupa?

"Vivo a Parma, mi godo i miei due figli, sono dentro una società immobiliare. Sono riuscito a non sperperare i soldi, anche se io e mio padre siamo stati truffati anni fa. Per questo aprii una società di consulenza per aiutare i giocatori a gestirsi. Me ne sono occupato per un po'. Non ho mai voluto fare l’allenatore, col calcio ho chiuso. Non seguo più nulla". 

Come mai questo distacco?

"Ho smesso nel 2013 a 39 anni, in B a Modena, ma non ero più io. A Vicenza, durante un allenamento, un normale scontro di gioco mi causò una paralisi totale per ore. Ho rischiato di rimanere paralizzato per la rottura di due vertebre del collo. Era l’ottobre del 2006, sono rimasto fermo quasi un anno. Mi sentivo un supereroe, non mi sono mai ripreso". 

Ha sofferto di depressione?

"Sì. Quando sono rientrato mi sentivo uno schifo. Non ero un fenomeno, ma un buon giocatore sì. Dopo quello scontro non mi sentivo neanche quello, buio totale, ansia, frustrazione, sofferenza. La mia forza mentale era sparita, non riuscivo ad allungare il braccio, a sentirmi vivo. Giocavo a pensavo 'cavolo, dov’è finito Guardalben?'. Se tornassi indietro mi affiderei a uno psicologo". 

Guardalben a Modena

E invece che ha fatto?

"Ho cercato appoggio nella stampa ed è stato un massacro, mi sentivo insicuro: nel 2009-10, alla Samp, rimediai una frattura da stress all’occhio, mai vista né sentita prima. Ero il terzo dietro Castellazzi e Fiorillo, ma si fecero male entrambi. Delneri mi disse: 'Vedi che adesso tocca a te'. Buio, ansia, panico… e poi l’infortunio. A gennaio arrivò Storari, che trascinò la Sampdoria in Champions. Lì capii di aver chiuso con il calcio ad alto livello". 

Quanti infortuni gravi ha avuto?

"Almeno dieci. Tre volte il menisco, poi uno strappo totale ai due quadricipiti, il distacco del tendine d’Achille e anche il tendine dell’adduttore. Mi chiamavano il “gigante di cristallo”. Uno degli stop più gravi l'ho subito a Piacenza, in allenamento: ne avevo giocate diverse di fila e stavo bene. Per un mese non risposi a nessuno. Lì sfiorai una prima crisi depressiva. Anzi, la seconda". 

Ho avuto almeno dieci infortuni gravi, mi chiamavano 'il gigante di cristallo'. Uno degli stop più gravi l'ho subito a Piacenza, in allenamento" 

Guardalben sugli infortuni

Quando la prima?

"A Parma, quando ero il vice di Buffon e non giocavo mai. Giustamente, eh: quando lo vidi in ritiro nel 1997 dissi al mio agente che avrei fatto solo panchina. Pensavo di essere bravo, poi arrivò Gigi. Inutile aggiungere altro. Detto ciò, mi venne la psoriasi sulle braccia. Ero sempre in panchina. Quando andai a Piacenza sparì tutto in dieci giorni". 

Com’era il rapporto con Buffon?

"Ottimo. Nel 2001, prima della finale di Coppa Italia poi persa con la Fiorentina, disse a Ulivieri di far giocare me, altrimenti si sarebbe dato malato. Avrei giocato comunque, ma il gesto resta. A Parma ho vinto tre trofei da riserva, mi facevo male ogni volta che dovevo partire. Spalletti, alla Roma, mi disse: 'Il matrimonio tra noi non s’ha da fare'. A Palermo successe lo stesso. Lì ho vissuto l’annata migliore, però: nel 2005 arrivammo in Coppa Uefa". 

Guardalben e Hubner a Piacenza

Torniamo al Parma, pieno di campioni.

"Thuram era il nostro Martin Luther King. Leggeva libri di mille pagine sulla storia dell’Africa, sulla lotta al razzismo. Mio figlio giocava in giardino con Marcus. E poi Veron, che una volta rispose a Tanzi. Lui non sopportava gli orecchini e disse a Seba di toglierseli. “Ah si? Scordatelo”. Lo gelò".

Quand’è che ha percepito che la Parmalat stava fallendo?

"Una volta, a cena, Tanzi propose di pagare i premi Uefa in azioni della società. Io pretesi i soldi, altri caddero nella trappola". 

E di Malesani cosa può dirci?

"Sanguigno, veronese come me. Quando vincemmo la Supercoppa contro il Milan tirò l’acqua ai milanisti davanti alla panchina. Lui, Sacchi, Ancelotti e Novellino sono i migliori allenatori avuti. Ma a Walter, avuto a Piacenza, non feci un’ottima impressione. In allenamento facevo schifo, contava solo la partita. E lui all'inizio era preoccupato...". 

Malesani, quando vincemmo la Supercoppa contro il Milan tirò l’acqua ai milanisti davanti alla panchina. Lui, Sacchi, Ancelotti e Novellino sono i migliori allenatori avuti"

Guardalben sugli allenatori avuti in carriera

Alla fine il Piacenza si salvò all'ultima giornata.

"Contro il Verona, il 5 maggio 2002. Strana la vita: papà mi portava in curva al Bentegodi, sono cresciuto con lo scudetto di Bagnoli, ho debuttato tra i pro’ con l’Hellas e giocato un anno in A. Vincemmo 3-0 e ci salvammo, se avessi fatto un errore mi avrebbero dato del venduto. Qualche giorno dopo, a Piazza delle Erbe, un avvocato si slacciò la camicia e mi fece vedere un tatuaggio del Verona. “Ti rendi conto di cos’hai fatto?”. Solo il mio lavoro". 

Guardalben con il Modena in Serie B

Oggi lei si infila ancora i guanti?

"Ma è matto? Ho fatto quello che dovevo fare: 124 partite in Serie A, tre trofei, parecchia sfortuna. Gli infortuni mi hanno tolto qualcosina in Nazionale. Sono stato convocato tre volte senza esordire. Nel 2005, in un Parma-Palermo, mi feci male in uno scontro con Corradi e rimasi fermo mesi. Magari sarei andato al Mondiale al posto di Amelia". 

Una big l’ha mai sfiorata?

"Il Milan. Mi chiamò Vecchi, il preparatore di Ancelotti, conosciuto ai tempi di Parma. Ero in autogrill. Mi confessò che non si fidavano di Dida, ma ero a Piacenza e volevo fare il titolare. Gli dissi di no". 

Se n’è pentito?

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"Mah... ormai chi se ne frega". 

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