Amoroso: "Oggi in A farei 30 gol! Mandai il Milan in Champions, per colpa di Henry non andai alla Juve"
Parla l'ex attaccante che all'Udinese ha vissuto il periodo migliore: "Che rimpianto non aver giocato col Diavolo la Champions 2007. Ora mi dedico a padel e footvolley"
Parla l'ex attaccante che all'Udinese ha vissuto il periodo migliore: "Che rimpianto non aver giocato col Diavolo la Champions 2007. Ora mi dedico a padel e footvolley"
Lorenzo Cascini Giornalista 18 febbraio - 08:21 - MILANOLa prima chiamata va a vuoto. “Sono in riunione, ti richiamo”. Il gioco si ripete per un altro paio di volte, poi richiama per davvero. “Eccomi, scusa. Sai, avendo cinque aziende diverse da gestire il tempo è veramente poco”. Marcio Amoroso si racconta da Campinas, casa sua, a due ore di macchina da San Paolo. “Qui in Brasile stiamo in maglietta e ciabatte tutto l’anno. Io vivo sul mare”. E se la ride. Poi la testa va all’Italia e Marcio si perde tra ricordi e retroscena. Tira fuori aneddoti in serie: l’arrivo all’Udinese su suggerimento di Zico, le chiamate di Ancelotti, il rifiuto di Henry, il Milan.
Capocannoniere in A nel 1998-99 Nato a Brasilia il 5 luglio 1974, nel 1996 va all’Udinese: capocannoniere in A (22 gol) nel 98-99. Poi Milan, Parma, Dortmund e San Paolo.Marcio Amoroso, partiamo proprio da qui. L’Udinese è stata la squadra più importante della sua vita?
“L’Udinese è stata il mio primo amore. È grazie a Gino Pozzo se ho avuto la possibilità di affermarmi in Europa. Anche se all’inizio non è stato facile. Ambientarsi a un calcio nuovo, sopportare il freddo, ricordo delle sere di vero gelo a Udine. Volevo scappare. In più, giocavo fuori ruolo. Poi Guidolin ha trovato la chiave: una volta che ho iniziato a segnare non mi sono più fermato”.
Deve anche un grazie a Zico, però.
“Sì, assolutamente. Fu lui a farmi da sponsor. E quanti consigli preziosi mi ha dato... mi diceva di non mollare e che mi sarei presto innamorato di Udine. Aveva ragione. Davanti con Bierhoff e Poggi ci siamo divertiti: eravamo un tridente fantastico”.
E uno anche a Calori?
“I primi mesi a Udine non giocavo mai, così chiesi a Pozzo di andar via. Avevo un accordo col Valencia, ma il presidente mi chiese di aspettare perché non avevamo attaccanti. E meno male. Calori è uno di quelli che mi fece capire che dovevo cambiare registro”.
Quando fu la svolta?
“Il 15 dicembre 1996. Giochiamo in casa con la Fiorentina. In spogliatoio tutti sapevano che sarei andato via e che non mi ero ambientato. Ero una riserva. Ma quel giorno, visti gli infortuni di un paio di compagni, giocai. E prima di entrare in campo Alessandro mi appese al muro. “Vuoi andar via? Va bene, ma oggi sei uno di noi. Se non segni almeno due gol ti prendo a calci nel sedere”. E finì proprio così: 2-0, doppietta mia. Da quel giorno è partito tutto”.
A Udine si è visto il miglior Amoroso?
“Penso di sì, mi sono trovato benissimo. È casa mia. Mio figlio è nato lì, sarò sempre un tifoso bianconero”.
Eppure, rischiò di vestire un’altra maglia bianconera…
“Si riferisce alla Juve, vero?”.
Già. Fu colpa di Henry?
“Ancelotti voleva portarmi alla Juve, mi chiamava spesso per convincermi. Stavo per trasferirmi a Torino in uno scambio con Titì Henry. Lui sarebbe andato all’Udinese e io alla Juventus. Poi, all’ultimo, il francese ha detto di no e l’affare è saltato. Ma va bene che sia andata così... era il gennaio del ’99 e a fine anno ho vinto la classifica cannonieri della Serie A”.
Sa che è l’ultimo brasiliano ad esserci riuscito?
“Sì. Per me è un orgoglio e un grande vanto. Segnai 22 gol, vinsi davanti a Batistuta. Mi fa piacere, soprattutto se penso che negli anni in Italia è passata gente del calibro di Ronaldo il Fenomeno, Ronaldinho, Robinho e Adriano… eppure quel primato è ancora lì”.
Poi con Ancelotti vi siete ritrovati nel tempo.
“Fu un caso, forse era destino. Ci siamo ritrovati sette anni dopo. Era l’inverno del 2005, prima del Mondiale in Germania. Essere chiamato dal Milan è stato un orgoglio: sognavo di indossare quella maglia. Sono cresciuto con i gol di Van Basten e le magie di Savicevic”.
Anche se giocò poco.
“Pazienza, ero al Milan. E Galliani con me era stato chiaro. “Vieni, ci serve una quarta punta”. Accettai con entusiasmo. Carlo mi preferiva Sheva, Inzaghi e Gilardino. Mi sarebbe piaciuto, forse, avere un po’ più di spazio in quei mesi. Perché mi allenavo sempre al massimo, ma non venivo considerato. Pensi che segnai io il rigore che mandò la squadra in Champions, 2-1 contro la Roma di Spalletti. Mi spiace non essere stato considerato per la rosa dell’anno dopo… che la coppa poi l’ha vinta”.
Galliani era stato chiaro con me al Milan. Però avrei voluto fare parte della rosa che ha vinto la Champions
Marcio AmorosoParlavamo di punte. Chi è stato il più forte con cui ha giocato?
“Forse tra tutti direi Bierhoff. Nel colpire di testa mai visto uno così. E anche Pippo Inzaghi, non gli davi una lira eppure era una sentenza. Aveva un’attrazione magnetica per il pallone”.
Oggi quanti gol farebbe Amoroso in A?
“Con la squadra giusta alle spalle, potrei farne anche trenta. Ai miei tempi le difese erano più forti, oggi è cambiato tutto”.
C’è un attaccante che le somiglia?
“Neymar ha il mio stesso modo di puntare l’avversario e dribblare. Io ero un po’ più punta, però”.
Segue il calcio?
“Certo. Faccio il commentatore per Espn e seguo tanto il mondo del pallone. Ho un occhio di riguardo per il calcio brasiliano, ma cerco di guardare un po’ tutto. Soprattutto le “mie” squadre…”.
Oltre al commentatore televisivo fa anche altro nella vita?
“Allora, io sono uno che nella vita non si è mai fermato. Non riesco, devo sempre stare in attività. Oggi gestisco quattro diverse attività, tutte a Campinas. A un passo da casa, anche per poter stare vicino alla mia famiglia. Ho un’azienda che si occupa di elettrodomestici, una di telefonia e una di cibo per cani e gatti. In più ho aperto un centro sportivo di padel e footvolley sulla sabbia, che gestisco personalmente”.
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