Bodo Glimt, viaggio a Grande Inverno: perché una città di 50mila persone fa paura all'Europa
La Gazzetta dello Sport

Bodo Glimt, viaggio a Grande Inverno: perché una città di 50mila persone fa paura all'Europa

Mercoledì 18 febbraio 2026
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Da meta di turisti a caccia dell'aurora boreale a teatro da Champions dove cadono anche le grandi. I segreti dell'avversaria dell'Inter? Scouting, identità e...

Da meta di turisti a caccia dell'aurora boreale a teatro da Champions dove cadono anche le grandi. I segreti dell'avversaria dell'Inter? Scouting, identità e...

Dal nostro inviato  Francesco Pietrella 18 febbraio - 08:14 - BODO (NORVEGIA)

Grande Inverno esiste e accoglie gli “estranei” in modo diverso, con gentilezza, tendendo la mano a chiunque si arrampichi su questo fiordo sopra il Circolo polare artico con una sola domanda infilata nello zaino: ma come ha fatto il Bodo a diventare l’outsider più temuta d’Europa in un luogo dove in inverno si scende fino a -20? Il fortino da cui passa la Champions dell’Inter. Una sorta di Casa Stark del pallone che fa dell’Aspmyra Stadion il suo “Trono di Spade”. Qui il Bodo ha perso solo nove gare europee su 43.

VIDEO: La neve, lo scouting e... un ex pilota: così è nato il Bodo Glimt

la crescita di bodo

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I perché nascono mentre si sta seduti comodi. Basta guardare fuori dal finestrino mentre l’aereo vira per atterrare sull’unica pista di un aeroporto che ha ospitato la più grande base aerea delle forze armate norvegesi: colpiscono la distesa di bianco, quasi infinita, così come le barche che tirano su salmoni da quindici chili e il ponte da cui si possono vedere i vortici del Saltstraumen, la corrente più forte del mondo. Bodo, cinquantamila abitanti, ha vissuto così fino a un pugno di anni fa. Di turisti a caccia dell’aurora boreale. Di rider alla ricerca di un posto dove dormire prima di salire verso Capo Nord. Una città di passaggio, isolata, anche fastidiosa, per via dei quattro mesi l’anno quasi senza sole e di forti venti. 

i fattori dell'exploit

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Il calcio l’ha proiettata nel futuro: nel 2024 è stata capitale europea della cultura, nel 2029 sarà inaugurato il nuovo aeroporto, e la squadra, in nove anni, è passata dalla seconda serie a quattro volte campione di Norvegia. L’anno scorso ha disputato la semifinale di Europa League. In stagione ha battuto City e Atletico Madrid. In passato ha rifilato sei gol alla Roma di Mourinho ed eliminato la Lazio di Sarri. Qui sono cadute anche Porto e Besiktas. Il filo, giallo come i colori della squadra e della città - le panchine ricoperte di neve sono di questo colore, idem la scuola vicino allo stadio dove ha studiato l’ex milanista Hauge -, lega tutti i concetti. L’identità, un mental coach che pilotava caccia, l’X factor come linea guida degli scout e l’Athletic Bilbao, la squadra di soli baschi da cui i piani alti del Bodo prendono spunto. Il sogno è avere il 70% di calciatori cresciuti qui o nel Nord della Norvegia. Al momento ce ne sono 11, da Tromso a Trondheim. 

dati e mental coach

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“Merito dell’X factor”. Havard Sakariassen, direttore sportivo del club, ci ha aperto una porticina del suo mondo: “Qui diciamo “varres mate”. “Il nostro metodo”. Quando scegliamo un giocatore lo facciamo anche grazie al “fattore X”, che non sveliamo”. In realtà si tratta di qualità che in altri club non sono ritenute fondamentali - un po’ stile Moneyball -, ma che si sposano con la filosofia di Knutsen, l’allenatore appassionato di Bielsa e del pressing a tutto campo. Guida la squadra dal 2018. “Noi ci concentriamo sulla prestazione - ammette Sakariassen - facciamo leva sull’identità e sull’appartenenza”. E sui dati. Il Bodo ha sviluppato una società chiamata Fokus che contribuisce a raccogliere le informazioni sui giocatori. Ne fanno parte anche Viking - ultimi campioni di Norvegia - e Brann, avversario del Bologna ai playoff di Europa League. Poi c’è l’aspetto mentale. Alla squadra viene affiancato da anni un mental coach: si chiama Bjorn Mannsverk, ha 55 anni e pilotava caccia da combattimento. Nel 2011 ha partecipato a una missione per bombardare la Libia di Gheddafi. Nel giro di un pugno di stagioni, attraverso le sue sessioni individuali e di gruppo, ha plasmato una mentalità vincente. “Parliamo delle prestazioni - ci aveva già raccontato -, mai del risultato. L’obiettivo è trasformare l’ansia in energia”. Uli Saltnes, uno dei giocatori più rappresentativi, parlò così al The Athletic: “Non sarebbe possibile giocare così senza il lavoro di Bjorn”. 

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l'arena dell'artico

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Il Bodo è un miracolo sul ghiaccio grande così, ma la gente di qui la pensa in modo diverso: “Tutto ciò che ci è successo è merito del lavoro”, sostiene Sakariassen. “Fa parte di un approccio universale. Qui i giocatori sentono il senso di essere di Bodo. Hauge, Berg, Saltnes. Figli della città”. I primi due hanno fatto esperienza all’estero e poi sono tornati alla base per trascinare la squadra verso altri successi. Sono rientrati in quegli 80 milioni di cessioni generati dal 2016 a oggi, la linfa con cui si alimenta una squadra sostenuta in massa. Passeggiando per la città, ghiacciata e ricoperta di neve, è facile imbattersi in dozzine di bandiere giallo e nere fuori dalle case. Lo stadio - ottomila posti a pochi chilometri dal “Sentrum - è incastonato in un complesso che ospita alcuni appartamenti e un supermercato. Prima di sfidare l’Inter gli addetti ai lavori hanno spalato la neve a braccia o con dei piccoli trattori. Qui sono abituati. Contro lo United circa il 12% della popolazione era a Old Trafford. A San Siro sfiorerà l’8%. Un passo in più verso il futuro: nel 2028 dovrebbe essere inaugurato il nuovo stadio da 10mila posti. Si chiamerà Arena dell’Artico e batterà bandiera gialla. Il colore di Grande Inverno.

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