Il male dentro, l'Argentina insanguinata, il no al Mondiale: Carrascosa, storia di un capitano triste
In campo El Lobo faceva la parte del cattivo ma non stava bene, sia con il calcio che con le malefatte della dittatura di Videla. Così andò dal suo allenatore Menotti alla vigilia di Argentina 1978 e disse: non gioco più
Jorge Carrascosa è un uomo che, a trent'anni, ha percepito il dolore che aveva dentro e, con coraggio, lo ha combattuto e lo ha vinto. Non si trattava di una malattia fisica: il cuore, i polmoni, il fegato e tutti gli altri organi funzionavano alla perfezione. Era, piuttosto, un male dell'anima, qualcosa che lo tormentava e gli impediva di vivere la felicità. Quel male era anche, e qui sta l'impresa di Carrascosa, la ragione della sua esistenza, il suo lavoro: il calcio. Giunto a un certo punto, quando si accorse che il vaso stava per traboccare, alzò la mano e si chiamò fuori, dribblando la maledizione che lo stava consumando. Era il 1978, nell'Argentina del generale Videla, dove sparivano le persone e venivano torturate e ammazzate, il regime ultimava i preparativi per il Mondiale che si sarebbe disputato in giugno. E lui, Jorge Carrascosa, della Selecciòn, era il capitano e il punto di riferimento, uomo di fiducia del commissario tecnico Luis Cesar Menotti, elemento imprescindibile per tutto il gruppo.