Van Ginkel: "Sarri fumava sempre, Conte un martello e quel corto circuito con Inzaghi al Milan: vi racconto tutto"
L'ex rossonero, che col Psv ha vinto 5 trofei, ha detto addio al calcio a 33 anni. "In allenamento Muntari ha rischiato di spezzarmi una caviglia. Berlusconi? Personaggio incredibile"
L'ex rossonero, che col Psv ha vinto 5 trofei, ha detto addio al calcio a 33 anni. "In allenamento Muntari ha rischiato di spezzarmi una caviglia. Berlusconi? Personaggio incredibile"
Francesco Albanesi 26 febbraio - 11:06 - MILANOA 33 anni Marco Van Ginkel ha detto basta: ha salutato il calcio senza rimpianti per dedicarsi alla famiglia, dopo una carriera fatta di successi - cinque trofei con il Psv - e sofferenza, con ben sette operazioni, tra cui un ginocchio che non gli ha mai dato tregua. “Non ho mai fatto del dolore un alibi, sono sempre andato avanti”. A soli 20 anni Mourinho lo chiama al Chelsea (“Mi stimava”), nonostante un crociato destinato a rompersi poco dopo ma che non fermerà la sua ascesa. Il suo rapporto con l’Italia è particolare: Van Ginkel incontra Sarri (“Fumava sempre”), Conte (“Un martello) e Pippo Inzaghi (“Non aveva una grande gestione del gruppo”). Un grazie lo deve, soprattutto, al Dottor Mariani: “Mi ha ricostruito il ginocchio”. Oggi, tra mercato immobiliare, finanziario e boxe, si prepara a ricominciare.
Marco, a inizio febbraio ha deciso di lasciare il calcio. Come mai?
“Non avevo grandi offerte e poi volevo stare vicino alla mia famiglia, senza andare all’estero. Vivo in campagna, vicino a Utrecht, ho figli e vorrei dedicare loro del tempo. Fisicamente sto bene, le mie ginocchia sono integre, ma ho preferito mettere il calcio giocato da parte”.
Cosa farà adesso?
“Ho tanti interessi. Mi piace il mondo immobiliare e finanziario, qualche anno fa ho fatto degli investimenti. Il mio futuro comunque sarà nel calcio, devo ancora capire in che ruolo. Ah, mi piace anche la boxe”.
Quanto rimpiange una carriera piena di infortuni?
“Tanto. Tra menischi e crociati saltati, rotture alle ginocchia e distorsioni alle caviglie sono stato sfortunato. Tutto è cominciato a 20 anni, nella mia prima stagione al Chelsea: in una partita di coppa feci un movimento anomalo in un contrasto e mi ruppi il crociato. Rimasi fuori sei mesi. Mi operai e tre anni dopo me lo ruppi di nuovo”.
Il Dottor Mariani fu il mio salvatore, lo ringrazio ancora"
Il peggio, però, doveva ancora arrivare…
“Sei maggio 2018: Psv-Groningen, ultima giornata. Vinciamo il campionato, io da capitano. Emozione incredibile. Però alle mie ginocchia qualcosa non andava. La terapia conservativa dopo l’ultimo infortunio al Chelsea nel 2016 non funzionava, avevo dolore. Tra luglio e novembre mi operai due volte e mi diagnosticarono un’infezione alle ginocchia che mi costrinse a una terza operazione. Rimasi fermo un anno e nell’aprile 2019 andai a Villa Stuart, a Roma, dal Dottor Mariani: fu il mio salvatore, lo ringrazio ancora. Il 13 gennaio 2021, quasi mille giorni dopo, tornai in campo, sempre con il Psv”.
Quanto ha sofferto?
“Tanto, ma non è mai stata depressione. Ringrazio mia moglie, la mia famiglia e i miei amici che mi sono stati vicini. Subire sette operazioni in carriera non è semplice. Ho passato un momento duro, tra palestra, piscina e lavori personalizzati. Non ho mai mollato”.
È riuscito comunque a togliersi soddisfazioni.
“Al Psv ho vinto due campionati, una Coppa e due Supercoppe d’Olanda, vestendo anche la fascia da capitano. Sono arrivato in Premier League, seppur giocando poco, e in Serie A, in un club importante come il Milan. Sono contento della mia carriera”.
Conte era un martello. Sarri fumava sempre, ma ti dava tanti consigli tattici"
Al Chelsea ha avuto Sarri e Conte: che rapporti aveva con loro?
“Con Antonio ho fatto solo le preparazioni estive. Era un martello: io ero quello che correva di più. Sarri fumava sempre, ma ti dava tanti consigli tattici”.
E Mourinho?
“Mi chiamò nel 2013 per portarmi al Chelsea dal Vitesse. Aveva grande stima in me, peccato che mi ruppi il crociato a inizio stagione. Mi diede tanti consigli, tattici e psicologici: era uno stratega nato”.
L’anno dopo arrivò il Milan.
“Fu una trattativa lampo, chiusa l’ultimo giorno di mercato. Il mio agente mi chiamò all’improvviso dicendomi: ‘Dobbiamo subito prendere un jet per Milano’. Ricordo il colloquio con Pippo Inzaghi nel suo ufficio il primo giorno a Milanello. Doveva farmi vedere alcune slide su come muovermi in campo, ma parlava in italiano. Non capivo niente. A un certo punto gli dissi: ‘Mister, non parlo la sua lingua’. Lui fece finta di capire e provò con l’inglese, anche se non si capiva granché”.
In campo, invece, si faceva capire?
“Non aveva una grande gestione del gruppo. Magari giocavi bene un paio di partite e poi ti metteva in panchina. Ma era alle sue prime armi da allenatore, l’ho sempre ammirato come persona”.
Muntari in allenamento rischiò di spezzarmi la caviglia"
Anche al Milan i problemi fisici non mancarono.
“Muntari in allenamento rischiò di spezzarmi la caviglia: per fortuna fu solo una distorsione, ma per due mesi non vidi il campo. Mi chiese scusa in tutti i modi, le accettai. Alla fine, il mio sono riuscito a farlo: 18 presenze, 1 gol, alla Roma di Totti, e 3 assist”.
Ha mai incontrato Berlusconi?
“Almeno una volta al mese si presentava a Milanello con l’elicottero. Un personaggio incredibile: teneva tantissimo al Milan”.
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“Rami faceva ridere tutti in spogliatoio. Con Suso ho legato tanto, così come con De Jong, Bonaventura e Alex”.
Si porta dietro qualche rimpianto?
“Non proprio, accetto quello che sono stato. A 20 anni giocavo al Chelsea e in Nazionale, a 33 mi sono ritirato. Certo, senza tutti quegli infortuni avrei fatto di più, ma non mi sono mai pianto addosso”.
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