Giovanni Bia: "Io e Stroppa entrammo in spogliatoio su una 500. E Fontolan arrivò in elicottero..."
L’ex difensore di Napoli, Inter e Udinese: "Ero una testa matta, poi due infortuni mi hanno cambiato. Feci impazzire Zac, entrai nel suo stanzino in macchina suonando il clacson"
L’ex difensore di Napoli, Inter e Udinese: "Ero una testa matta, poi due infortuni mi hanno cambiato. Feci impazzire Zac, entrai nel suo stanzino in macchina suonando il clacson"
Lorenzo Cascini Giornalista 8 marzo - 11:01 - MILANODue infortuni gli hanno cambiato la carriera, la testa e probabilmente anche la vita. Giovanni Bia a vent’anni ha dovuto lottare con due crociati rotti nel giro di un anno e mezzo, imparando a convivere con quella fastidiosa sensazione che hai quando sei fermo e il mondo sembra girare al doppio della velocità. “In tanti avrebbero mollato. Mi sono rotto il crociato, poi sono tornato e mi sono spaccato l’altro al primo allenamento con la squadra. È stata una vera mazzata”. Utile però a cambiare la prospettiva, spazzando in tribuna anche la paura di smettere e il dover trovare un piano b. “Da ragazzo ero un po’ una testa matta, quell’anno e mezzo mi ha fatto diventare grande per davvero”. Oggi Giovanni, dopo sedici anni di carriera da calciatore, fa il procuratore e gestisce la sua agenzia, la Bia Soccer Agency con più di 80 calciatori tra giovani e professionisti. “Ai ragazzi cerco di insegnare anche i valori, ne ho visti troppi con un talento sconfinato che si sono persi per strada. Poteva essere anche la mia fine”. Benedetto crociato, vien da dire.
Giovanni Bia Classe 1968 Ha giocato in Serie A con Parma, Napoli, Inter, Udinese, Brescia e Bologna. Oggi fa il procuratore e gestisce più di 80 calciatoriGiovanni Bia, partiamo dall’inizio. Lei esordisce in B a 16 anni: a quell’età si pensa di avere il mondo in mano?
“Eh… un po’ sì. Io ero una testa matta, sapevo di avere talento e mi sentivo invincibile. Esordii a Parma e dopo le partite uscivo impennando con la moto lungo il viale dello stadio. Ero un tipo bizzarro, diciamola così”.
Poi due infortuni l’hanno cambiata.
"Assolutamente. Avevo vent’anni ed ero spaventato. Mi sono rotto il crociato, sono tornato dopo sei mesi e al primo allenamento con la squadra mi sono spaccato l’altro. È stata una mazzata. In tanti avrebbero mollato. Io mi sono guardato allo specchio e ho detto: ‘voglio fare il calciatore, devo tornare più forte di prima’. Quella è stata la molla”.
Dopo una buona stagione in B a Cosenza, è il Napoli a farle assaggiare la Serie A.
“Con Lippi allenatore, quanti ricordi. Anche su quella fu una stagione strana. La società aveva tanti debiti, noi per mesi non abbiamo preso una lira. Nello spogliatoio facemmo un patto: ‘se tornano a pagarci, restiamo tutti’. Non andò così. Fecero tante cessioni per fare cassa e ripartire”.
La sua fu una di quelle. Scelse l’Inter. C’erano altre opzioni?
“Posso solo dirle che i nerazzurri sono sempre stati la mia prima opzione. Ho detto sì in cinque secondi. Non mi importava nemmeno dei soldi. Giocare a San Siro era il mio sogno”.
Eravate un bel gruppo, uno spogliatoio pieno di campioni e con tanti italiani. Pagliuca, Berti, Fontolan e compagnia. Un aneddoto?
“Eh… troppi ce ne sarebbero da raccontare. Le dico questa: un giorno Fontolan arriva alla Pinetina e inizia a dire che il giorno dopo sarebbe arrivato all’allenamento con l’elicottero. Partirono scommesse e prese in giro. Ci giocammo mezzo milione. E niente, quel matto di “Fontolino” il giorno dopo si presentò davvero in elicottero. Eravamo tutti a bocca aperta. E il bello è che affittarlo gli era costato più di dieci milioni, spesi per vincerne… mezzo. Ma le nostre facce quel giorno credo non avessero prezzo”.
In quella squadra c’era anche Dennis Bergkamp. Cosa è andato storto secondo lei?
“Dennis è un ragazzo buonissimo, oltre che un fuoriclasse unico. E non lo scopro di certo io. Però, era molto timido, introverso, passava tutto il tempo con Jonk. Non è riuscito a esprimersi. Credo soffrisse anche i fischi di San Siro, non è facile sopportare 80mila persone che mugugnano e si aspettano da te sempre giocate da campione”.
Fontolan arrivò ad Appiano in elicottero: vinse mezzo milione di scommessa, ne spese dieci...
Giovanni BiaSi dice che a volerla fu Moratti. Che rapporto ha avuto col presidente?
“Un uomo d’altri tempi. Aveva occhi e orecchie ovunque. Si preoccupava di noi, delle nostre famiglie, era curioso. Ricordo tante chiacchierate con lui dopo cena. Frequentava lo spogliatoio, era uno di noi”.
Poi l’Udinese. Un ricordo?
“Sono stati due anni molto belli. Lì è nato mio figlio Riccardo, sarò sempre legato alla città e ai friulani. Noi eravamo un grande gruppo, con Zaccheroni n panchina. Quanti scherzi pure lì…”
Ce ne racconta uno?
“Una volta io e Giovanni Stroppa entrammo, con una 500 d’epoca, direttamente nello spogliatoio del mister. Strombazzando con il clacson. Zac urlava ‘voi siete matti, smettetela’. Poi scoppiò a ridere anche lui”.
Anche a Bologna s’è divertito.
“Mamma mia, avevamo Signori in attacco che è il più forte con cui ho giocato. Si fermava dopo ogni allenamento a provare l’uno contro uno con il nostro terzo portiere. E faceva sempre gol. Potevi già alzare le braccia quando iniziava il dribbling per superare il portiere: una sentenza”.
Signori il più forte, quindi. Ma da difensore. Il suo modello?
“Franco Baresi, giocarci contro nei derby è stato un onore. Poi anche Ciro Ferrara, che per me è stato un fratello maggiore. A Napoli mi prendeva da parte e mi spiegava chi erano gli avversari che avrei dovuto marcare, che caratteristiche avevano, mi dava consigli. Era un match analyst in campo”.
Ferrara era un fratello maggiore: prima delle partite mi spiegava tutto
Giovanni BiaIn chiusura, il presente. Oggi fa il procuratore. Gestisce Cambiaso e Ravaglia e tanti altri.
“Ai ragazzi cerco di insegnare anche i valori e ad avere l’approccio giusto. Ne ho visti troppi con un talento sconfinato che si sono persi per strada. Poteva essere anche la mia fine”.
La cosa più assurda che le è capitata in tanti anni di trattative?
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“Una volta dovevo mandare un ragazzo dal Parma a una squadra di Serie C. Faccio tutta l’operazione, preparo i contratti e vado nel box di questa squadra per firmare e… non c’era più il direttore sportivo. L’avevano esonerato seduta stante. Due minuti prima era con me a scrivere il contratto, poi… sparito nel nulla. Ancora mi fa ridere se ci ripenso”.
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