Favola Venezuela: il trionfo nel baseball unisce un Paese ferito. E Trump ammicca ai campioni
La Gazzetta dello Sport

Favola Venezuela: il trionfo nel baseball unisce un Paese ferito. E Trump ammicca ai campioni

Mercoledì 18 marzo 2026
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A due mesi e mezzo dal blitz americano a Caracas con l'arresto del presidente, il trionfo a Miami al WBC sugli Stati Uniti: una vittoria simbolica, anche se i venezuelani sono stelle... americane

A due mesi e mezzo dal blitz americano a Caracas con l'arresto del presidente, il trionfo a Miami al WBC sugli Stati Uniti: una vittoria simbolica, anche se i venezuelani sono stelle... americane

Filippo Conticello Giornalista 18 marzo 2026 (modifica alle 19:33) - MILANO La festa in campo a Miami del Venezuela campione del mondo

È narrativa e memoria, ma stavolta il baseball è diventato pure politica, anche se i campioni del mondo si mordono la lingua ed evitano di dirlo chiaro e tondo. Che cos'altro potrà mai essere, sennò, una vittoria mondiale in casa del Paese che due mesi fa, in pochi minuti, ha deposto il discusso presidente della tua nazione, lo ha messo in manette e portato in una prigione americana per processarlo? Questo Stati Uniti-Venezuela, finale di un World Baseball Classic 2026 che l’Italia ricorderà a lungo, viene così consegnato alla storia, ancora di più dopo il risultato sorprendente: 3-2 per i sudamericani, colpo di coda al nono inning davanti a 36.190 spettatori entusiasti al LoanDepot Park di Miami. Nessuno può stupirsene, c’erano molte più casacche blu degli ospiti che bianche dei padroni di casa. In fondo, è stata una rivincita in campo sportivo, ma pure un cortocircuito della storia. In questo ultimo atto del WBC, infatti, tutto si è stranamente mescolato: gli eroi della vittoria “contro” gli Stati Uniti sono essi stessi uomini degli Stati Uniti. Sono stelle MLB con vite americane e ricchissime carriere a stelle strisce: superstar come Gleyber Torres, esterno dei Detroit Tigers; Ronald Acuna degli Atlanta Braves ed MVP della National League del 2023; Andres Gimenez, reduce dalla World Series persa con i Toronto Blue Jays; Salvador Perez, il catcher e capitano dei Kansas City Royals. A sommare i contratti passati e in essere nel roster venezuelano si sfonda ampiamente il miliardo di dollari. Tutti i giocatori, però, hanno scelto dall’inizio di non "politicizzare" l’evento, nonostante il contesto parli da sé: non hanno accusato nessuno secondo la policy federale, zero riferimenti all'instabilità interna, ma si sono avventurati solo in dichiarazioni sparse sull’amor di patria. Già alla vigilia Acuña Jr. aveva tagliato corto di fronte alla pioggia di domande inevitabili: "Siamo qui per il baseball e non per altro…". Al di là dei silenzi, però, l’elefante nella stanza venezuelana era enorme: impossibile non vederlo. Questi giorni di gloria sportiva nazionale, con un intero Paese in festa, sono comunque arrivati appena due mesi dopo l’operazione militare americana che ha portato alla cattura dell’ormai ex presidente Nicolas Maduro. L’uso della forza ha aperto una fase nuova nei rapporti tra Washington e Caracas, ancora tutti da definire: di fronte a un equilibrio tanto fragile, il baseball fa la sua nobile parte. Diventa quasi un elemento di stabilità. Questo WBC era il primo grande evento nazionale dopo la notte del 3 gennaio ed è servito ad unire un Paese ferito. 

VIDEO: Italo-americani che preparano il caffè nel dugout: dentro l'impresa della nazionale di baseball

presidenti contro?

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Eugenio Suarez, stella degli Arizona Diamondback e uomo del doppio decisivo al nono inning della finale, è stato uno dei tanti campioni del mondo a parlare dell’effetto benefico di questo trionfo: "Non siamo solo compagni, siamo una famiglia. Sentiamo il nostro Paese davanti a noi…". Salvador Perez, leader sentimentale del gruppo, ha aggiunto: "Quando giochi per questo popolo, riesci ad andare oltre tutto…". È la linea condivisa dal manager Omar Lopez, allenatore anche degli Houston Astros, che ora vuole godersi festeggiamenti lunghi una settimana. La previsione non è andata lontano dal vero perché la presidente venezuelana ad interim, Delcy Rodriguez, ha proclamato un giorno di festa nazionale non lavorativo, un “Dia de Jubilo Nacional” e ha invitato i cittadini a celebrare l'evento indimenticabile nelle piazze. La Rodriguez è l’ex vice di Maduro rimasta in sella dopo il blitz dei marines, la donna della normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Anche lei ha affidato ai social un messaggio carico di significato sul sentimento ritrovato: “Il Venezuela trionfa unito! Per la prima volta, siamo campioni del World Baseball Classic. Questo trionfo è la vittoria della passione, del talento e dell'unità che ci definiscono come venezuelani. Un traguardo che rimarrà per sempre nel cuore del nostro Paese”. Dall’altra parte, Donald Trump non è certo rimasto in silenzio: già dopo la semifinale vinta dai "Vinotinto" su noi azzurri ha tentato il fuoricampo. Tra congratulazioni e provocazione, ha rilanciando l’idea di un Paese sempre più dentro l’orbita americana. “Venezuela 51° Stato?”, è stato il suo semplice messaggio diventato virale. La battuta va calata dentro a questo preciso scenario geopolitico in cui Washington ha già rivendicato un ruolo diretto nel futuro economico dello stato sudamericano. In mezzo ai due presidenti, poi, le mille luci di Miami, sede della finale che ha fatto il record di ascolti: è la città con una delle più grandi comunità venezuelane al mondo, allo stadio le loro urla e il reggaeton sembrava coprire ogni suono. L’atmosfera era più vicina a Caracas che a un playoff Mlb. Doveva essere una trasferta almeno nella forma, ma è stata una vittoria pure nel tifo in casa dello Zio Sam. 

La festa nelle strade di Caracas

col fuoco dentro

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Anche la nazionale statunitense, riempita fino a scoppiare di fenomeni della Major League – dal capitano dei New York Yankees, Aaron Judge, a Bryce Harpe, prima base dei Phillies e autore del fuoricampo dell’illusione americana, quello da due punti per il temporaneo pareggio all’ottavo inning –, è arrivata alla finale mondiale con la solita impronta patriottica. Ad esempio, il manager Mark DeRosa ha voluto che, nello spogliatoio prima dei quarti con il Canada, parlasse ai suoi ragazzi Robert J O'Neill, l’ex Nacy Seal che ha ucciso Barack Obama. Non bastasse, prima della finale i suoi campioni si sono presentati con la maglia dei colleghi dell’hockey freschi campioni olimpici a Milano: tutto era apparecchiato per ripetere lo stesso trionfo in mondo visione. Nessuno degli americani, però, ha mostrato in campo lo stesso fuoco che muoveva i venezuelani, scatenati ed emozionati: da Salvador Perez in giù, tutti sono scoppiati a piangere dopo l’ultima eliminazione al piatto di Daniel Palencia, fenomenale closer dei Chicago Cubs. A vederli così felici, il caos del loro Paese sembrava solo un rumore lontano. Questo Venezuela non sarà certo una nazionale di autentici dissidenti, ma certamente è assai lontana dall'antico regime di Caracas.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump

nella storia

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Più in generale, soltanto in alcuni precisi momenti il baseball venezuelano ha preso parola contro la crisi del Paese: più spesso ha scelto la strada della prudenza. Tra i protagonisti dell’oggi, però, c’è qualcuno che ieri alzò la voce. Precisamente, nel 2017, nel momento di massima repressione del regime: proprio Salvador Perez intervenne pubblicamente parlando della violenza, della fame e delle difficoltà quotidiane dei venezuelani, ma precisò comunque di non sentirsi “né chavista né oppositore del governo”. In quello stesso periodo, Eugenio Suarez fu tra i giocatori che chiesero a Maduro di fermare il pugno duro. Allora anche il coach degli azzurri, Francisco Cervelli, italiano di cuore ma venezuelano di nascita, parlava pubblicamente della crisi umanitaria nel Paese: scriveva “SOS Venezuela” durante le partite Mlb per attirare l’attenzione internazionale. Questo gioco, vera religione di stato a Caracas, era ed è uno dei pochi spazi capaci di rompere il silenzio e parlare al cuore di questa nazione ferita ma, nello stesso tempo, il potere politico venezuelano ha tentato spesso di usare lo stesso linguaggio. Perfino Hugo Chavez sognava di battere fuoricampo e volare a casa base, il suo successo Maduro ha usato certi match di esibizione come strumento di legittimazione popolare e strumento di propaganda. Uno dei momenti in cui il mondo esterno è entrato con la mazza nel diamante risale al 2019, quando la prima amministrazione Trump intensificò le sanzioni e colpì in modo particolare la “PDVSA”, compagnia petrolifera statale. Era uno dei principali strumenti economici del governo di Maduro, ma anche lo sponsor e il partner economico della lega invernale venezuelana di baseball. In quel momento pure la potente MLB dovette adeguarsi: impedì ai propri giocatori di partecipare durante la pausa della stagione americana. Ecco, dunque, il gioco amato dai due Paesi, strattonato da una parte e poi dell’altra. Esattamente dentro a questa bollente maxi-storia va inserita la favola mondiale del 2026, anno della deposizione di Maduro e del Venezuela in cima al mondo. Il piccolo e disastroso Paese sudamericano, perennemente sull’orlo del caos, ha battuto una superpotenza globale come gli Stati Uniti. Non solo, lo ha fatto sul suolo americano e con giocatori cresciuti nel loro ricchissimo sistema: qui la politica, tenuta fuori dalla porta, rientra dalla finestra come una pallina lanciata a 100 miglia orarie.

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