Età biologica e ictus: la scoperta che cambia la prevenzione
La Gazzetta dello Sport

Età biologica e ictus: la scoperta che cambia la prevenzione

Giovedì 19 marzo 2026
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Scopriamo cosa può aiutare a proteggere cervello e vasi sanguigni

Scopriamo cosa può aiutare a proteggere cervello e vasi sanguigni

Daniele Particelli 19 marzo - 17:06 - MILANO

L'età che compare sulla nostra carta d'identità non sempre coincide con lo stato reale di salute del nostro organismo. Quante volte ci è capitato di sentirci più giovani o molto più vecchi rispetto alla nostra età anagrafica? Se spesso si tratta soltanto di una percezione, la scienza ha confermato a più riprese che la cosiddetta età biologica e quella anagrafica possono non coincidere. A stabilirlo, però, non siamo noi, ma il nostro corpo: per età biologica, infatti, si intende il grado di invecchiamento delle nostre cellule, influenzato da una serie di fattori, alcuni modificabili: lo stile di vita, la genetica, l'alimentazione, l'esercizio fisico, il sonno, l'esposizione allo stress e fattori nocivi come il fumo, l'alcol e l'inquinamento ambientale .

Lo studio

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Stando a quanto rivelato da una nuova ricerca, la differenza tra l'età anagrafica e quella biologica potrebbe avere un ruolo importante nel rischio di ictus e nella salute del cervello in generale. Lo sostiene lo studio guidato dal professor Cyprien Rivier della Yale University, secondo il quale ridurre quel divario potrebbe essere associato a un cervello più sano e a un minor rischio di eventi cerebrovascolari.

I ricercatori britannici sono partiti dai dati di 258.169 persone in arrivo dai database del servizio sanitario del Regno Unito. Utilizzando 18 diversi biomarcatori del sangue, dal colesterolo al volume medio dei globuli rossi e al conteggio dei globuli bianchi, il team ha stimato un'età media di 54 anni dei soggetti coinvolti, più bassa rispetto all'età anagrafica media, 56 anni.

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Età biologica e ictus: la scoperta che cambia la prevenzione

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Confrontando i dati a sei anni di distanza, i ricercatori hanno scoperto che l'età biologica media era salita a 58 anni, mentre quella cronologica era arrivata a 62 anni. In un sottogruppo di partecipanti sono stati anche effettuati dei test cognitivi e delle scansioni cerebrali per individuare eventuali segni di danno neurologico. Durante un periodo medio di osservazione di circa dieci anni, i ricercatori hanno identificato i partecipanti che avevano sviluppato un ictus, giungendo così a conclusioni puramente osservative.

Le persone con un’età biologica superiore alla propria età anagrafica avevano risultati peggiori nelle scansioni cerebrali e punteggi più bassi nei test di memoria e capacità cognitive. Non solo. Questi soggetti presentavano un rischio di ictus superiore del 41% rispetto a chi aveva un'età biologica simile o inferiore a quella cronologica. Da qui l'ipotesi dei ricercatori: il cervello potrebbe risentire direttamente dei processi di invecchiamento biologico del nostro organismo.

Il ruolo del "biological age gap"

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E qui arriva anche una buona notizia: i partecipanti che nel corso dei sei anni sono riusciti a ridurre il cosiddetto “biological age gap”, la differenza tra età biologica ed età anagrafica, hanno mostrato un rischio di ictus inferiore del 23% rispetto a chi, invece, non aveva registrato miglioramenti. Questo è stato confermato anche dalle scansioni cerebrali, che hanno evidenziato una minore presenza di iperintensità della sostanza bianca, un indicatore radiologico associato al deterioramento cerebrale e all’aumento del rischio di ictus e declino cognitivo. Nel gruppo che aveva migliorato il proprio gap biologico, il volume di queste lesioni risultava inferiore del 13% per ogni deviazione standard di miglioramento.

“È entusiasmante pensare che lavorare per modificare la nostra età biologica possa essere una strada per preservare la salute del cervello. Abitudini che favoriscono la salute cardiovascolare e metabolica, come un'alimentazione sana, l'esercizio fisico regolare, un sonno adeguato e un buon controllo della pressione arteriosa, possono contribuire a ridurre il divario nell’età biologica, anche se in questo studio non abbiamo valutato programmi specifici legati allo stile di vita", ha spiegato Cyprien Rivier, primo autore dello studio e membro della American Academy of Neurology.

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Rivier ha però sottolineato fin da subito i limiti dello studio, non riuscito a dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto. Saranno necessari ulteriori studi e ricerche per verificare se interventi mirati sullo stile di vita possano davvero ridurre l'età biologica e, di conseguenza, il rischio di ictus.

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