Pastore: "Il calcio l'ho imparato tra fango e asfalto. Italia, che aspetti a far giocare i giovani?"
La Gazzetta dello Sport

Pastore: "Il calcio l'ho imparato tra fango e asfalto. Italia, che aspetti a far giocare i giovani?"

Lunedì 23 marzo 2026
3 visualizzazioni

L'ex trequartista di Palermo e Roma: "Le mie magie e il mio soprannome sono nati per strada. A Palermo i dirigenti dicevano che certi ragazzi non erano pronti.... ma io a 19 anni già giocavo"

L'ex trequartista di Palermo e Roma: "Le mie magie e il mio soprannome sono nati per strada. A Palermo i dirigenti dicevano che certi ragazzi non erano pronti.... ma io a 19 anni già giocavo"

Alessandro Grandesso 23 marzo - 08:06 - MILANO

Metti una giornata di sole, un campetto e un pallone. Nasce sempre così la magia del calcio, in qualsiasi parte del pianeta. Per le strade di quartieri popolari, su sterrati di periferie africane, o tra i muri di un cortile. Funziona pure in Place de la Concorde, nel cuore chic di Parigi, dove la Fifa ha allestito uno di quei terreni di gioco che sta portando un po’ ovunque, con il programma Fifa Arena lanciato nel luglio del 2024. Ne sono stati allestiti finora 600 in più di cento Paesi, con l’obiettivo di arrivare a mille. Un’iniziativa finalizzata a promuovere inclusione, eguaglianza, rispetto. Oppure a riportare il calcio dove le devastazioni climatiche hanno azzerato tutto come sulle isole di Mayotte o alla Réunion. È tutto comunque più facile con un pallone tra i piedi che fa tornare bambini anche i campioni che con il pallone hanno costruito grandi carriere e uno stile. Alla Javier Pastore, di casa nella capitale francese dove è stata la prima star del Psg dell’emiro del Qatar, e ormai tra le “leggende” che promuovono il progetto di Gianni Infantino. Di casa però, il Flaco lo era anche a Palermo dove spiccò il volo con quell’eleganza del gesto, nel tocco e nel fiuto per fare il tunnel all’avversario: "Certamente il mio marchio di fabbrica", spiega alla Gazzetta l’argentino che continua a divertirsi lontano dai riflettori. "Dal giorno in cui ho smesso — continua —, gioco solo per il piacere personale. E se ci sono bambini intorno è sempre meglio. Quando torno in Argentina, gioco con i nipoti e mi diverto tantissimo".

Javier Pastore ex trequartista Classe 1989, ha giocato con Talleres, Huracan, Palermo, Psg, Roma, Elche e Qatar Sc. Dal 2010 al 2017 nazionale argentino

Immagino che così tornino a galla i ricordi d’infanzia, di quando ha iniziato.

"Ho iniziato per strada, a Cordoba, la mia città, nel mio quartiere. Andavo a scuola, ma ogni ricreazione si trasformava in una finale. Finita la giornata di scuola andavo ad allenarmi due o tre ore con la squadra di quartiere. E appena tornavo a casa, posavo il borsone e scappavo fuori per giocare con gli amici per strada, finché mia mamma non mi chiamava dentro per cenare. Tutta la mia infanzia è stata così, fino ai quindici, sedici anni".

Ed è così che si imparano quei gesti che poi fanno la differenza da professionista.

"Noi giocavamo ovunque, in casa, in garage, per strada, sull’asfalto, sul cemento, oppure nei campetti di terra e fango. Ed è così che sviluppi il talento, perché impari le astuzie e a gestire la palla che rimbalza in modo diverso a seconda del tipo di terreno. Altre volte si giocava utilizzando i muri come un compagno di squadra. Sono tutte cose che impari solo a quell’età. Nessuno te le insegna in un centro di formazione. E tanto meno quando arrivi in qualche squadra professionistica".

Sono i gesti che poi ripeteva anche sui grandi palcoscenici, con il Psg o l’Argentina?

"Tante volte mi sono detto, in un’azione, dopo un gol o un passaggio: questo l’ho imparato per strada da ragazzo. Da quando ho dato i primi calci al pallone a cinque anni fino agli ultimi anni da professionista, sono sempre stato uno che immaginava il gioco, il gesto particolare. Da bambino lo sperimentavo con gli amici per strada e alla fine lo utilizzavo in campo. Inventare il gesto è una mia caratteristica".

E qual è il suo gesto tecnico preferito in assoluto?

"Beh, il tunnel, credo. Ne ho fatti tanti in carriera".

Come è nato il suo soprannome?

"Per strada. In Argentina tutti hanno un soprannome, nessuno si chiama per nome. Io sono sempre stato magrolino e così sono diventato El Flaco che mi piace pure, ed è rimasto".

Oggi invece quali sono i giocatori che la fanno sognare?

"Mbappé, Dembélé, Lamine Yamal che appartengono a quella categoria di giocatori che possono fare cose straordinarie, ognuno con il suo stile. Ma in generale penso che oggi sia più piacevole guardare una squadra che gioca bene che un giocatore singolo. Come il Psg, per esempio".

Prima del Psg, ha vissuto la Serie A con il Palermo. L’Italia sta perdendo questa ricchezza che nasce per strada?

"In tal senso c’è una grande responsabilità dei club italiani che dovrebbero dare molto più spazio ai giovani, senza aspettare che abbiano compiuto 23-24 anni per farli giocare. Ricordo che quando arrivai a Palermo c’erano giocatori di quell’età che non giocavano perché i dirigenti dicevano che dovevano crescere. Io a 19 già giocavo. Se non cambia questa mentalità, è impossibile che i giovani maturino forza e fiducia in loro stessi, necessarie per sentirsi pronti. Poi diventa troppo tardi per acquisirle".

Per questo si rischia un terzo Mondiale senza l’Italia?

"C’è una differenza enorme di qualità tecnica e personalità tra l’Italia di una ventina di anni fa e quella di oggi, a parte tre o quattro giocatori".

Segue sempre il Palermo?

"Sempre, e a metà aprile ci vado. Mi hanno invitato, e stanno facendo un gran lavoro. La Serie B è dura, ma spero che riescano a qualificarsi almeno per i playoff. Hanno una squadra e un allenatore giusto come Inzaghi per salire".

Qual è il ricordo più bello dei tempi del Palermo?

Gazzetta digital + Box Panini + Album a soli 80€, il modo più veloce e conveniente per completare la collezione!

"Ne ho tantissimi, a Palermo ho fatto due anni bellissimi. Ma più di tutti ricordo la finale di Coppa Italia del 2011 (persa 3-1 con l’Inter, ndr). All’Olimpico c’erano 50mila tifosi palermitani e fu qualcosa di indimenticabile".

Leggi anche Disastro Kepa, due gol di O'Reilly e Pep solito cannibale: Arsenal battuto, al City la Carabao CupDopo 665 giorni Milik è tornato calciatore. Viaggio nel suo calvario

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo