Ubaldo Pantani: "Mi feci male dopo una notte brava e addio calcio. Quando alleno se m'inc... divento Allegri"
L'attore comico che imita Buffon, Ancelotti e i big del calcio: "Prima della voce, mi colpisce il movimento del corpo. Mi sono innamorato degli stadi inglesi e del Subbuteo, ho ancora l'articolo di quando ho esordito. Tifo la Spal per Tagliaferri, poi Nocerina, Campobasso e..."
L'attore comico che imita Buffon, Ancelotti e i big del calcio: "Prima della voce, mi colpisce il movimento del corpo. Mi sono innamorato degli stadi inglesi e del Subbuteo, ho ancora l'articolo di quando ho esordito. Tifo la Spal per Tagliaferri, poi Nocerina, Campobasso e..."
Giorgio Burreddu Collaboratore 23 marzo - 13:34 - MILANOCrazy for football: finalmente l’abbiamo trovato. È Ubaldo Pantani. L’uomo dei mille personaggi è innamorato fisso. Del calcio. “Quello romantico”, meglio puntualizzare. Lo abbiamo visto al Festival di Sanremo nei panni di Lapo, ma l’universo-Pantani ha molti volti e altrettante voci: Buffon, Allegri, Gattuso, Gasp, Ancelotti. Antonio Conte, of course. “La voce conta, ma per me la prima immagine è sempre quella di un corpo che si muove. Da bambino mi colpì il modo in cui i miei familiari si grattavano il collo: mia zia, il mio babbo e mio nonno. Volevo fare il calciatore, poi un infortunio serio ha svoltato la mia vita”. Toscano, 54 anni, laureato in Scienze Politiche (indirizzo Sociologico), ora in teatro con il suo spettacolo “Inimitabile” (il 21 marzo è a Cascina), con Pantani non si può parlare solo di passione. Il suo è amore che rotola. Tra squadre, stadi, subbuteo. Quasi un calciattore. “La mia passione parte da un babbo della Juventus. La mia prima maglietta era quella bianconera, ma mia mamma sbagliò numero e invece del 9, il numero del centravanti, mi ritrovai con il 6 di Scirea. E infatti, alla fine del mio percorso da calciatore, negli anni della Nazionale Cantanti, ho rimesso il 6: ho pensato che dovevo finire da dove ero partito”.
VIDEO: "Proveremo a non vincere": l'imitazione di Pirlo è tutta da ridere!Però poi non c’è solo la Juve.
“No, perché io da bambino avevo già i segni della stravaganza. Ho ritrovato un quaderno delle elementari in cui annotavo le squadre che mi piacevano: Spal, Nocerina, Campobasso. Mi colpivano i nomi, le maglie, certi dettagli. Poi però su tutte prevalse la Spal, per fascinazione totale”.
Come nasce un amore così?
“Con un passaggio molto preciso. Un amico del mio babbo conosceva Tagliaferri, calciatore degli anni Ottanta, che andò a giocare nella Spal, e da lì quella squadra si prese uno spazio speciale. Il mio esordio da tifoso è all’Arena Garibaldi, a Pisa, per un Pisa-Spal della prima giornata del campionato 1979-80. Ero questo bambino che esultava per una traversa della Spal in mezzo ai tifosi del Pisa: tutti ridevano”.
E poi entra in scena anche il Pisa.
“Per forza. Io sono cresciuto in un paesino in provincia di Pisa e quando il Pisa salì in Serie A, nei primi anni Ottanta, fu una cosa enorme. Veniva anche in ritiro a Volterra, vicino al mio paese. Per noi ragazzi era impossibile restarne fuori: potevi tifare chi volevi, ma il Pisa era il Pisa”.
Insomma, ecco la Trilogia Pantani. Mai avuto conflitti?
“Quando c’è Pisa-Spal io non guardo niente, non vado allo stadio, non seguo: è un conflitto di interessi vero. Però questa doppia o tripla fedeltà mi ha anche portato a fare dei fioretti. Quando Spal e Pisa salirono insieme, andai a piedi da Pisa fino al Monte Serra con la maglia del Pisa e la sciarpa della Spal, e lassù legai le due sciarpe. Poi, quando la Spal tornò in Serie A dopo 49 anni, feci Pisa-Ferrara in bici, in due tappe. Sono un trisciarpista”.
Un tifoso atipico.
“Molto. Non sono un tifoso puro, nel senso classico. Non tifo quasi mai contro. Non ce la faccio. Se degli amici andavano a giocare altrove, io andavo a vedere anche loro. Non ho quell’indole lì. E il mio grande hashtag è 'Against modern football', ovviamente”.
Da dove nasce questo rapporto così romantico col calcio?
“Anche dal Subbuteo, dal gusto per i dettagli, per le maglie, per le squadre che magari ti colpiscono per un particolare. È una forma di passione un po’ nerd, se vuoi, ma è proprio il mio modo di stare nel calcio”.
Non solo quello italiano.
“No, perché una mia amica, tornando da uno dei primi viaggi a Londra negli anni Ottanta, mi portò il gagliardetto del Crystal Palace. Non l’ho scelto io: mi è arrivato addosso. E da lì è nata anche quella passione. La condivido con Marco Santin della Gialappa’s”.
Cosa la affascina di più del football inglese?
“Gli stadi. Io ho una vera fissazione per gli stadi e per la loro architettura. In qualsiasi posto vada, per uno spettacolo o per qualsiasi cosa, la tappa ai campi sportivi è obbligatoria. Quando vedo i piloni delle luci mi si apre il cuore: mi riportano alla domenica, al pranzo, alla partita. È una cosa rituale, profondissima. Craven Cottage mi fa questo effetto. Ero in vacanza con amici, ma mi staccai dal gruppo per andare a vedere da solo un Fulham-Southampton di Coppa di Lega, a metà anni Novanta. Entrare lì per me fu come entrare dentro un campo del Subbuteo. Le birre bevute in fretta prima di salire in tribuna, l’assenza di barriere, Keegan lì, Le Tissier... rimasi incantato”.
E il calcio giocato?
“Sono stato un calciatore dilettante, di buona tecnica, in un’epoca in cui il calcio dilettantistico aveva ancora un livello importante. Volevo fare il professionista. Poi mi sono rotto due volte la tibia nel giro di un anno e mezzo e lì il calciatore ha lasciato spazio all’attore”.
Che giocatore era?
“Centrocampista, tuttocampista. Da giovane stavi più largo, poi crescendo entravi sempre di più dentro il campo. Il mio idolo era Vincenzo Scifo: avevo anche il poster in camera”.
Quei due infortuni le hanno cambiato la vita?
“Sì. Il primo fu quasi da commedia tragica: avevo fatto una notte brava, andai a giocare senza aver dormito praticamente nulla e mi ruppi. Durante il gesso, 55 giorni, maturò davvero l’idea di fare sul serio questo mestiere, di fare l’attore comico. Ricordo ancora quella mattina in cui dissi: 'Mamma, voglio fare l’attore'. Pensavo si buttasse dalla finestra. Invece no. E la cosa incredibile è che, mentre ero ancora a letto ingessato, mi richiamarono per un altro programma tv. L'ho preso come un segno”.
Ma un ricordo da calciatore ce l’ha?
“L’esordio nel 1989. Si giocava a Piombino e c’erano più di 500 spettatori, con centinaia di abbonati anche in Prima categoria. Questo per far capire cos’era il calcio dilettantistico di quegli anni. Quella emozione lì me la porto ancora dietro. Ho ancora l’articolo sul giornale”.
Poi però il calcio se l’è ripreso.
“Con la Nazionale Cantanti. Oggi sono l’allenatore della nuova Nazionale Cantanti e per uno cresciuto così, innamorato del calcio, è stata una soddisfazione enorme. Ho giocato con Dida in porta, con Totti e Batistuta davanti, con Alessandro Cattelan accanto: per uno nato negli anni Settanta, si capisce bene che roba è. Citando Gineprio, il mio personaggio: 'Ragazzi, io sono apposto così'. Sto anche prendendo il patentino Uefa, perché questa cosa dell’allenare mi interessa davvero. E da lì si collega anche un’altra mia ossessione: quella per i campionati e per la loro struttura”.
Dica.
“È la Riforma Pantani. Questa è una cosa seria. Molto in sintesi: ho immaginato una piramide più chiara, sul modello inglese, basata su due princìpi semplici, quello geografico e quello del livello reale di impegno. Nazionale vuol dire professionismo, interregionale semiprofessionismo, regionale dilettantismo, e tutto ciò che ha ritmi bassi dev’essere chiamato per quello che è: attività amatoriale. È una riflessione nata parlando con tanti presidenti e addetti ai lavori, soprattutto di Serie C e D. E l’ho aggiustata nel corso degli anni”.
In fondo è una questione di identità del calcio.
“Sì, perché secondo me il calcio merita rispetto. Non si può annacquare tutto. Bisogna rimettere ordine, anche nei nomi delle categorie e nelle ambizioni reali delle società. Ho una fissazione quasi militare per il decoro degli indumenti sportivi. Che sia la squadra di Subbuteo, una società amica o la Nazionale Cantanti, io sul magazzino impazzisco. Sono l’incubo di tutti. Potrei fare il magazziniere di mestiere”.
Addirittura?
“Lì capisci tantissimo delle persone. L’abbigliamento sportivo diventa un terreno su cui ognuno cerca di imporre la propria personalità. E lì li smascheri subito: il capitano e quelli seri sono sempre perfetti, poi c’è sempre qualcuno che vuole fare di testa sua, tagliare i calzini, cambiare tutto, complicare tutto. È una palestra di umanità”.
Anche questo la aiuta nei personaggi?
“Certo. Quando un mondo lo conosci davvero, ti è più facile anche giocarci. Sai i meccanismi, riconosci i tic, i codici, le piccole manie. Questo ti dà un rapporto privilegiato con quell’ambiente. Ha un punto di contatto con il mio lavoro a livello estetico”.
Vale anche per Buffon?
“Buffon per me è fantastico. È una di quelle persone che avrebbero potuto fare mille cose ad altissimo livello, non solo il calciatore. Uno che gioca bene a tutto, che ha qualcosa in più proprio come persona, ancora prima che come campione. Me lo disse anche Palladino: 'Gigi è uno che gioca a tutto e bene'. È così. Ci incontrammo nel 2006 alla presentazione di Pes, il videogioco”.
E Allegri?
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“Allegri è carisma puro. Quando entra in una stanza senti che è entrato qualcuno. E poi c’è una cosa che mi fa sorridere: quando alleno e mi incazzo, spesso mi esce fuori lui. Anche perché veniamo dallo stesso ambiente, quello livornese. Quella lingua, quel fuoco, quel modo di stare nel calcio li conosco benissimo. Non c’è bisogno di imitarlo. Divento Allegri”.
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