Jan Thiel, il mago del due tempi che trasformò i piccoli motori in opere d’arte
Scomparso a Bangkok il 23 marzo, Jan Thiel non è stato soltanto uno dei più grandi tecnici del motociclismo: è stato uno dei massimi interpreti dell’arte del due tempi da corsa. Dalla Jamathi artigianale alle Aprilia iridate, passando per Piovaticci, Bultaco, Minarelli e Garelli, ha attraversato mezzo secolo di paddock lasciando in eredità motori vincenti, intuizioni geniali e una lunga scia di titoli mondiali, ben 51 tra piloti e costruttori
Scomparso a Bangkok il 23 marzo, Jan Thiel non è stato soltanto uno dei più grandi tecnici del motociclismo: è stato uno dei massimi interpreti dell’arte del due tempi da corsa. Dalla Jamathi artigianale alle Aprilia iridate, passando per Piovaticci, Bultaco, Minarelli e Garelli, ha attraversato mezzo secolo di paddock lasciando in eredità motori vincenti, intuizioni geniali e una lunga scia di titoli mondiali, ben 51 tra piloti e costruttori
Valerio Boni 24 marzo - 09:53 - MILANO Jan Thiel (1940-2026)La scomparsa di Jan Thiel, avvenuta a Bangkok il 23 marzo 2026, segna la fine di una stagione irripetibile del motociclismo. Non se ne va soltanto un tecnico vincente, ma uno degli ultimi grandi artigiani-geni del motore a due tempi da competizione, uno capace di trasformare cilindrate minuscole in macchine da mondiale, e di lasciare un’impronta profonda in Olanda, in Spagna e soprattutto in Italia. Il suo palmarès complessivo viene ricostruito in 51 titoli mondiali tra campionati piloti e costruttori, un numero che basta da solo a spiegare la statura del personaggio. Nato ad Amsterdam nel 1940, Thiel si fece conoscere nei Paesi Bassi negli anni Sessanta, quando insieme a Martin Mijwaart fondò la Jamathi, nome ricavato proprio dall’unione di “Jan”, “Martin” e “Thiel”. Era una realtà piccola, artigianale, quasi pionieristica, ma già capace di mostrare il suo talento, vale a dire la sensibilità nel ricavare cavalli dai due tempi, quando le tecnologie erano infinitamente più rudimentali di oggi. La Jamathi ottenne una vittoria di grande peso ad Assen nel 1968, e da quel momento il nome di Thiel cominciò a girare nel paddock europeo come quello di uno specialista fuori dal comune.
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—Nella sua traiettoria iniziale di Thiel compare anche il nome Benelli, ma va collocato correttamente. Ha guidato una Benelli 50 nei primi anni Sessanta, ma non emerge, almeno dalle fonti più solide reperibili, un grande capitolo tecnico benellista paragonabile a quelli che avrà più tardi con Piovaticci, Bultaco, Minarelli, Garelli o Aprilia. In altre parole, Benelli è una presenza nella sua storia, ma il vero passaggio pesarese decisivo è soprattutto un altro. Il capitolo di Pesaro è infatti quello della Piovaticci. Nel 1974 Eugenio Lazzarini ed Egidio Piovaticci, decisi a dare una svolta tecnica al loro progetto, chiamarono Thiel e Mijwaart nel reparto corse. I due olandesi realizzarono una 50 da Gran Premio molto avanzata, con telaio monoscocca e ruote in lega di magnesio, e parallelamente lavorarono anche a una nuova 125 bicilindrica. Nel 1975 quella 50 portò Lazzarini alla vittoria nel GP di Svezia e al secondo posto nel Mondiale della classe 50. È questa è la “Pesaro di Thiel”, un ambiente artigianale ma avanzatissimo, dove il suo talento trovò terreno ideale.
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—Di quel periodo Thiel conservò ricordi affettuosi e anche divertenti. In una ricostruzione successiva raccontò che lui e Mijwaart, arrivati in Italia senza conoscere bene la lingua, imparavano l’italiano in officina facendosi scrivere i nomi dei componenti direttamente sui pezzi del motore. Al di là del sorriso, è un’immagine perfetta di quel mondo, fatto di corse meno sterilizzate, più umane, più dirette, dove tecnica e vita quotidiana si mescolavano senza filtri. Quando la Piovaticci chiuse il reparto corse per problemi economici, alla fine del 1975, fu la Bultaco a rilevare le moto e a ingaggiare Thiel e Mijwaart. Da lì prese forma il primo grande ciclo iridato della sua carriera. Con la Casa spagnola arrivarono quattro mondiali nella 50 e uno nella 125, in una stagione legata soprattutto ai nomi di Ángel Nieto e Ricardo Tormo. In sostanza, una parte importante della superiorità Bultaco nelle piccole cilindrate nacque proprio dal lavoro tecnico sviluppato tra Jamathi, Pesaro e il successivo affinamento spagnolo.
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L'avventura delle Piovaticci nel motomondiale non durò a lungo, ma rappresenta comunque una tappa importante nel percorso di Jan ThielMinarelli, un altro capitolo fondamentale
—Nel 1980 Thiel tornò pienamente in Italia approdando alla Minarelli, altro nome centrale nella storia dei "pesi leggeri". Anche qui il suo contributo fu immediato e pesante: con il marchio romagnolo arrivarono altri due titoli mondiali nella 125. Più ancora dei numeri, però, conta il metodo, se si considera che Thiel non era soltanto un uomo in grado di ricavare cavalli da qualunque progetto, ma uno capace di costruire motori veloci, sì, ma anche utilizzabili, rapidi da mettere a punto, adatti alla pista vera e non solo al banco o alla teoria. Nel 1984 passò alla Garelli, e lì contribuì a un’altra stagione straordinaria. La 125 della Casa italiana vinse con Ángel Nieto, con Fausto Gresini e con Luca Cadalora, in un periodo in cui chiunque frequentasse il paddock sapeva che dietro quella superiorità c’era anche la sua mano. Garelli conquistò otto titoli nella 125, ulteriore conferma di quanto Thiel fosse diventato il riferimento tecnico delle piccole cilindrate da GP.
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—Dopo Garelli ci furono anche esperienze più brevi, in Rumi, meno celebrate ma comunque utili a capire il personaggio. Thiel era uno di quei tecnici che venivano chiamati quando serviva far crescere davvero un progetto, non tanto per il prestigio del nome, quanto per la sostanza del lavoro. Anche queste parentesi mostrano una caratteristica costante della sua carriera: la capacità di portare metodo, prestazioni e idee ovunque mettesse mano. Il capitolo più celebre arriva però nel 1995, con l’ingresso in Aprilia, dove rimase fino al 2008, salvo una parentesi in Derbi tra il 2004 e il 2005. È qui che Thiel entra definitivamente nella leggenda. Nella fase conclusiva dell’epopea del due tempi da GP, a Noale furono rrealizzate alcune delle 125 e 250 più raffinate, efficaci e vincenti mai viste, e Thiel fu uno degli uomini chiave di quel reparto corse. Il bilancio del suo periodo Aprilia comprende sei titoli costruttori in 125 e sei in 250, oltre a una lunga serie di mondiali piloti conquistati con quelle moto.
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Thiel arrivò in Italia e si stabilì a Pesaro. Era stato chiamato per rendere operativo il progetto PiovaticciBiaggi, Rossi e i motori da leggenda
—Quando si parla di Thiel in Aprilia, il riferimento corre inevitabilmente ai campioni che hanno vinto con quelle moto: Max Biaggi, Valentino Rossi, Loris Capirossi, ma anche molti altri protagonisti impegnati in quelle categorie. Le Aprilia 125 e 250 di quegli anni non erano soltanto moto veloci, erano progetti arrivati a un livello di maturità tecnica impressionante, tanto da restare ancora oggi un punto di riferimento per gli appassionati del due tempi da Gran Premio. Il legame tra Thiel e l’Aprilia dell’epoca Biaggi, in questo senso, è centrale, poiché non fu un comprimario, ma uno dei custodi del cuore meccanico di quelle vittorie. Per capire davvero la grandezza di Jan Thiel bisogna collocarlo accanto ad altri due giganti del settore, Jan Witteveen e Georg Möller. I tre vengono spesso considerati la ristretta aristocrazia europea del due tempi da corsa. Möller era il mago della resa estrema nelle piccole cilindrate, Witteveen, in Aprilia, fu il grande organizzatore tecnico e l’uomo dell’architettura progettuale, mentre Thiel occupava in qualche modo il punto d’incontro tra i due mondi. Perché possedeva sia l’istinto dell’uomo d’officina, sia la capacità di portare il progetto al rendimento finale. Non a caso il suo nome ricorre sempre quando si parla del vertice assoluto raggiunto dal due tempi europeo nelle classi da GP.
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Un'immagine che riporta alle origini del lavoro di Jan Thiel. La moto è una Jamathi, il cui nome era stato ricavato dalla fusione del nome di Thiel con quello del socio Martin Mijwaartil mago dei cilindri
—La sua eredità non si misura soltanto nei motori costruiti, ma anche nelle persone con cui ha lavorato. Il collegamento più forte e documentato porta a Gigi Dall’Igna. Dall’Igna ha riconosciuto il peso di Witteveen nella propria formazione in Aprilia, ma anche il lungo lavoro comune con Thiel tra Aprilia e Derbi. dodici anni insieme, un dato che dice molto più di qualsiasi etichetta. Non è facile dimostrare una “scuola Thiel” in senso accademico, ma è corretto dire che una parte del bagaglio tecnico che porta fino alla MotoGP moderna di Dall’Igna passa anche da quel lungo apprendistato condiviso tra i due tempi di Noale e la parentesi spagnola. Su Filippo Preziosi, invece, non emergono collegamenti diretti altrettanto solidi, quindi è meglio non forzare il quadro. Il “mago” dei cilindri Il soprannome di mago del due tempi non nasce per caso. Thiel era considerato un uomo con una sensibilità speciale nello sviluppo dei cilindri e dei motori da corsa, capace di trovare prestazione dove altri vedevano solo limiti. Nella percezione del paddock era uno di quelli che “sentivano” il motore prima ancora di misurarlo. E forse è proprio questo che oggi colpisce di più: il fatto che uno dei più grandi tecnici della storia delle classi leggere fosse, in fondo, ancora un uomo da officina, più vicino alla lima che al palcoscenico.
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—Alla fine Jan Thiel non è stato soltanto il tecnico di Jamathi, Piovaticci, Bultaco, Minarelli, Garelli, Rumi, Aprilia e Derbi. È stato uno degli uomini che hanno portato il due tempi da corsa al suo livello più alto, trasformando i piccoli motori delle classi leggere in una forma di eccellenza tecnica quasi irripetibile. La sua eredità sta nei titoli, certo, ma anche nello stile con cui li ha costruiti: senza clamore, senza recitare la parte del genio, lasciando che fossero le sue moto a parlare. Ed è forse questo il segno più netto lasciato da Jan Thiel: aver dimostrato che anche un piccolo cilindro, nelle mani giuste, può raccontare una grande storia.
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