Frank Bruno: "Ho sfidato Tyson, poi si sono spente le luci. Mike un animale, ma ha pianto per me"
L’ex n.1 dei pesi massimi racconta il suo dramma: "Soffro di disturbo bipolare, sono finito in terapia per la cocaina. Ora con la mia fondazione aiuto chi soffre di depressione e ansia"
L’ex n.1 dei pesi massimi racconta il suo dramma: "Soffro di disturbo bipolare, sono finito in terapia per la cocaina. Ora con la mia fondazione aiuto chi soffre di depressione e ansia"
Sergio Arcobelli 24 marzo - 09:43 - MILANOTrent’anni fa, a Las Vegas, il britannico Frank Bruno perse il mondiale dei pesi massimi da Mike Tyson. Il pugile “buono” detronizzato dal più cattivo del pianeta nella rivincita del 16 marzo 1996. Fu la fine della carriera di Frank e l’inizio di una battaglia molto più dura: quella contro se stesso.
VIDEO: Dal Brasile alla Francia: guarda le maglie Nike dei Mondiali 2026Bruno, eppure nel 1989 lei fu il primo a far vacillare Tyson.
"Sì, a Las Vegas. Un gancio sinistro lo fece barcollare. La gente mi chiede ancora perché non ho insistito. Ma lui colpiva più forte di tutti. Un animale".
Che cosa lo rendeva speciale?
"Velocità e potenza. Non ho mai affrontato nessuno con mani così rapide. Ma dimostrai che anche Tyson era umano".
Quando lo incontrò per la prima volta?
"Nel 1983, sui monti Catskill nello stato di New York. Aveva 16 anni e si allenava con il leggendario Cus D’Amato. Facemmo una seduta di sparring per 3 round. Era già esplosivo, potentissimo. Ricordo che parlava piano, con grande educazione. Ma si capiva che sarebbe diventato pericolosissimo".
Due match mondiali contro l’americano, il rivale del destino.
"Sembrava Gran Bretagna contro Usa. Nel secondo match però Mike era diverso: più arrabbiato dopo il carcere. Sembrava una tigre uscita da una gabbia e liberata nella giungla. Mi spazzò via: rimasi sorpreso dalla ferocia con cui salì sul ring. Non avrei dovuto combattere quella sera".
Perché?
"Avevo appena vinto la corona mondiale a Wembley nel 1995 contro Oliver McCall. Ma avevo un solo occhio funzionante e i medici mi avevano avvertito: rischiavo di perdere la vista. Fu la mia peggiore sconfitta: non era il finale di carriera che avevo immaginato".
Quando combatti davanti a 80 mila persone ti sembra di vivere in un altro mondo. Poi, all’improvviso, si spengono le luci. E resti solo con te stesso
Eppure accettò.
"I soldi erano troppi per dire no. Era un ultimo guadagno per me, per Laura e per i bambini. Coraggio o follia? Probabilmente entrambe".
Rivede mai quel match?
"Non mi piace guardare le mie sconfitte. Ricordo quando Mike si avvicinò per confortarmi. In quel momento ho rivisto il ragazzo educato che avevo conosciuto anni prima sulle montagne dei Catskill".
In Inghilterra lei era un’icona popolare. Un po’ come George Best o Paul Gascoigne nel calcio. Poi all’improvviso il silenzio.
"La fama è una droga potentissima. Quando combatti davanti a 80 mila persone ti sembra di vivere in un altro mondo. Poi, all’improvviso, si spengono le luci. E resti solo con te stesso".
Ed entrò in un tunnel.
"Quando mi sono ritirato, tra me e l’uomo che volevo essere si è messa di mezzo la mia mente. Non stavo in piedi: il disturbo bipolare prendeva il sopravvento, la cocaina mi stava distruggendo il cervello. Mi ricoverarono contro la mia volontà".
Ne parla nel libro “Frank Bruno: 60 Years a Fighter”.
"Ho vissuto due vite: quella del pugile e quella dell’uomo malato, dei match con Tyson, ma anche della mia battaglia con la salute mentale e dell’impatto sulla mia famiglia".
Ha toccato davvero il fondo?
"Durante la pandemia. I vecchi demoni sono tornati. Mi sono ritrovato solo, senza via d’uscita. È stato il periodo più terrificante della mia vita. Oggi voglio dare speranza agli altri".
Come?
"Ho fondato la Frank Bruno Foundation per aiutare chi soffre di depressione, ansia e stress. Bambini e adulti, senza distinzioni. Organizziamo corsi di boxe senza contatto: lo sport può salvare la mente prima ancora del corpo".
Com’è sopravvissuto?
"All’improvviso non aveva più senso alzarmi la mattina. Una parte di me era morta. Ero triste, arrabbiato con il mondo. Avevo divorziato e mi ero circondato delle persone sbagliate. Di notte dormivo nel ring che avevo in giardino. Non so perché, ma lì trovavo pace".
Eppure i giornali non furono teneri.
"Quando entrai in cura per la prima volta, sopra casa mia c’erano gli elicotteri delle tv che riprendevano tutto in diretta. Titoli terribili: 'Bruno è impazzito'".
Oggi la chiamano “il campione del popolo”.
"Mi mette quasi in imbarazzo. Io sono solo un essere umano come tutti gli altri".
Nel 1990 ricevette l’onorificenza di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti speciali, dalla regina Elisabetta II.
"Sono molto orgoglioso di quell’onore. Ho passato tanto tempo con la famiglia reale. Il principe Filippo mi faceva ridere sempre. Con re Carlo ho collaborato spesso per il suo Prince’s Trust. E Lady Diana aveva un senso dell’umorismo incredibile".
La rivalità con Tyson è diventata amicizia.
"Quando finii in clinica mi scrisse una lettera. Disse che aveva pianto per me".
Vi siete più rivisti?
"Abbiamo parlato per un’ora di vita e famiglie. Di boxe solo 5 minuti. Una sua frase non dimenticherò mai: combattere è la parte facile. La parte difficile è costruirsi una vita fuori dal ring".
E lei oggi quella vita l’ha trovata?
"Sì. Il match del 1996 sembrava l’inizio del capitolo più oscuro della mia storia. Invece, dopo tanti anni, è diventato l’inizio di un nuovo capitolo. Oggi mi sento felice di essere stato campione del mondo. Felice della mia vita. Ma soprattutto felice di essere ancora vivo, in salute e con l’affetto della gente".
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